I parenti delle vittime di mafia non dicano falsità

di Giorgio Bongiovanni

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Ieri sera a “Che tempo che fa”, su Rai Uno, è andata in onda un’intervista del conduttore Fabio Fazio a Fiammetta Borsellino. Abbiamo ascoltato il suo sfogo, la sua amarezza, la sua rabbia per quella verità sulla strage che ha ucciso il padre e gli agenti di scorta che, a distanza di ventisei anni, è ancora incompleta.
Un dolore che va rispettato verso chi ha perso un familiare in una maniera così tragica. Ancora oggi sono troppi gli interrogativi che circondano l’intera vicenda. Ad esempio solo parzialmente conosciamo i nomi degli esecutori materiali; non è noto il nome della persona che premette il telecomando che fece saltare in aria l’autobomba in via d’Amelio il 19 luglio 1992; non conosciamo ancora i nomi dei mandanti esterni di quella strage; non sappiamo che fine ha fatto l’agenda rossa di Paolo Borsellino (presumibilmente sottratta da uomini delle istituzioni e non dai mafiosi); non conosciamo ancora la completa verità sul depistaggio che ha contraddistinto le prime indagini sul delitto. Nel descrivere i contorni di questa orribile vicenda però, Fiammetta Borsellino, purtroppo, ha dato una ricostruzione non aderente ai fatti, con affermazioni false.
Quando si dichiara, infatti, di fronte a milioni di telespettatori, che non è stato effettuato il deposito dei verbali dei confronti tra il “pupo” vestito, Vincenzo Scarantino, ed i collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi, Mario Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera, che smentivano lo stesso picciotto della Guadagna, non si dice altro che una “fake news“.
Il deposito, infatti, è stato effettuato nei termini consentiti dalla legge e sul punto il Gip di Catania, il 25 febbraio 1998, archiviò l’inchiesta aperta nei confronti dei sostituti procuratori di Caltanissetta, Annamaria Palma, Carmelo Petralia e Nino Di Matteo, denunciati dagli avvocati Di Gregorio, Marasà e Scozzola per “comportamento omissivo”. I giudici scrissero che quella condotta dei pm, che depositarono i verbali comunque entro la fine del processo “Borsellino bis”, era priva di alcun “comportamento omissivo”.
Lo scorso 9 gennaio il Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, aveva evidenziato come quei verbali non solo furono depositati ma furono valutati dai giudici in maniera difforme anche nei successivi gradi di giudizio dei processi. Anche perché in quei confronti dove Scarantino veniva sbugiardato dai capimafia anche gli stessi boss di Cosa nostra non dicevano completamente la verità. “Scarantino affermava che Cancemi aveva i baffi – aveva rammentato il Procuratore generale – e Cancemi diceva di no. Poi ci sono stati due collaboratori di giustizia ulteriori che confermavano che Cancemi si faceva crescere i baffi. Sempre nel confronto Cancemi (ex capomandamento di Porta Nuova, oggi deceduto, ndr) diceva di non aver partecipato alla strage di via d’Amelio mentre successivamente confessò di aver fatto dei pedinamenti a Borsellino (il pentito nel Borsellino ter parlò di mandanti esterni ed accusò anche Berlusconi e Dell’Utri come complici della strage, ndr) C’era poi Mario Santo Di Matteoil quale qualche mese prima aveva anticipato che avrebbe fatto delle rivelazioni sulla strage di via d’Amelio. Poi fu rapito il figlio, Giuseppe,da falsi agenti Dia e la moglie, in un dialogo in carcere lo pregò di non parlare della strage di via d’Amelio e degli infiltrati della polizia. E Di Matteo non parlerà mai di questo fatto… Inoltre lo stesso Scarantino chiamava in causa per la fase esecutiva della strage le stesse persone che saranno poi indicate da Gaspare Spatuzza.
Proprio queste coincidenze nelle rivelazioni tra i falsi pentiti e quello che dirà l’ex boss di Brancaccio Spatuzza, pentitosi nel 2008, costituiscono quel perverso intreccio che ha dato forma al depistaggio e su cui si dovrebbe ragionare.
Così come si dovrebbe ragionare sui motivi che hanno portato alla morte il giudice Borsellino. E’ possibile che vi sia stata una convergenza di interessi. E’ noto che lo stesso magistrato a Casa Professa nel suo ultimo discorso aveva dichiarato di essere un “testimone” e di voler essere sentito dai pm che si occupavano delle indagini sulla strage di Capaci, ma è altrettanto noto che Paolo Borsellino era venuto a conoscenza della trattativa Stato-mafia. La sentenza dello scorso aprile, che tra l’altro viene totalmente ignorata nell’esposizione di Fiammetta Borsellino, individua proprio nella trattativa l’elemento scatenante dell’“improvvisa accelerazione che ebbe l’esecuzione del dottore Borsellino”.Nelle motivazioni della sentenza i giudici della Corte d’Assise di Palermo evidenziano che “l’unico fatto noto di sicura rilevanza, importanza e novità verificatosi in quel periodo per l’organizzazione mafiosa sono stati i segnali di disponibilità al dialogo – ed in sostanza, di cedimento alla tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capaci – pervenuti a Salvatore Riina, attraverso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via d’Amelio”.
Evidentemente, però, certe verità risultano scomode e si preferisce spostare l’attenzione sul rapporto mafia-appalti.
I giudici di Palermo, che sul punto hanno compiuto una lunga attività istruttoria, spiegano come non vi è la “certezza che Borsellino possa aver avuto il tempo di leggere il rapporto mafia-appalti e di farsi, quindi, un’idea delle questioni connesse, mentre, al contrario, è assolutamente certo che non vi fu alcuno sviluppo di quell’interessamento nel senso di attività istruttorie eventualmente compiute o anche solo delegate alla P.G., che, conseguentemente possano aver avuto risalto esterno giungendo alla cognizione di vertici mafiosi, così da allarmarli e spingerli improvvisamente ad accelerare l’esecuzione dell’omicidio”. Per quanto riguarda invece l’archiviazione di una parte dell’indagine da parte della Procura di Palermo, giusto il 20 luglio 1992, è un fatto noto che quell’inchiesta si basava su un’informativa dei carabinieri “incompleta” e privata dei nomi di politici di rilievo che invece comparivano in un’altra informativa depositata in un’altra Procura.

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Caso vuole che la pista “mafia-appalti”, per la morte di Borsellino, sia la “favorita” della difesa Mori-Subranni-De Donno al processo Stato-mafia.
In questo mondo rovesciato, dove il falso viene mescolato al vero, accade anche che alcuni familiari vittime di mafia esaltino presunti contributi di verità da parte di chi, invece, certe verità non vuole che siano mostrate.
Fiammetta Borsellino con le sue dichiarazioni sposa in toto le considerazioni degli avvocati Pino Scozzola e Rosalba Di Gregorio, che difendono alcuni degli ergastolani ingiustamente condannati in base alle dichiarazioni di Scarantino. Addirittura pubblicamente, non ieri in tv ma in precedenza, li ha ringraziati esaltando l’importanza del loro lavoro. Davvero sono gli avvocati che annoverano tra le loro difese anche quelle di soggetti che sono stati fautori delle stragi di Capaci e di via d’Amelio, i “consulenti” nella ricerca della verità?
Senza nulla togliere al diritto alla difesa e alla legittimità professionale degli avvocati nell’esercizio della loro professione è un fatto noto che l’avvocato Di Gregorio non è solo il difensore di una delle vittime delle bugie del falso pentito Vincenzo Scarantino (Gaetano Murana, ndr) ma è già stata legale del boss corleonese Bernardo Provenzano ed anche del boss di Santa Maria del Gesù, Pietro Aglieri, entrambi membri della Cupola di Cosa nostra e condannati a vari ergastoli in via definitiva, anche per la strage di via d’Amelio. Così come è noto che Giuseppe Scozzola è il difensore di Gaetano Scotto (anche lui in passato condannato per la strage di via d’Amelio, poi assolto con il processo di revisione). Scotto, boss dell’Acquasanta oggi in libertà, è una figura ambigua. Diversi pentiti lo indicano come il trait d’union fra i vertici di Cosa nostra e ambienti dei servizi segreti deviati e oggi è ancora indagato per il tragico e misterioso omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida, incinta, avvenuto il 5 agosto del 1989.
Un mondo, quello dei Servizi, che se si tiene conto delle parole del collaboratore di giustizia Totò Cancemi, anche la Di Gregorio conoscerebbe.
Durante un’udienza del “Borsellino ter” l’ex boss di Porta Nuova disse che un giorno, mentre si trovava in tribunale a Palermo, l’avvocato Rosalba Di Gregorio gli aveva indicato una persona, dicendogli che questi faceva parte dei servizi segreti ed era in contatto con uno dei tre boss corleonesi latitanti. Cancemi spiegò che il latitante a cui si faceva riferimento era Bernardo Provenzano. Diamo atto che la stessa Di Gregorio ha sempre smentito l’accaduto ma se si ritiene che Cancemi abbia detto il vero su Scarantino perché dovrebbe aver mentito sul legale?
Perché dunque Fiammetta Borsellino preferisce la “consulenza” di certi avvocati che difendono quelli che erano gli assassini del padre, anziché quella di chi (come Antonino Di Matteo, Luca Tescaroli, Antonio Ingroia (oggi avvocato), Roberto Scarpinato, per citarne alcuni, ndr) per anni si è speso in prima linea nella ricerca della verità sulle stragi del 1992 e del 1993 e dare un volto a quei mandanti esterni rimasti ancora avvolti nell’oscurità?
Trasmissioni come quella di ieri in cui si dà voce ad analisi incomplete e false producono effetti che possono essere devastanti.
Così assistiamo a veri e propri paradossi sillogistici che come effetto producono interventi come quello dell’onorevole Jole Santelli, vice Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, la quale, anziché restare in silenzio e prendere le distanze dal suo stesso partito (Forza Italia), fondato dalla mafia, rappresentata da Marcello Dell’Utri (condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa e condannato in primo grado per “attentato a corpo politico dello Stato”) con il consenso di Silvio Berlusconi, ha già chiesto al presidente Nicola Morra, l’audizione in “plenaria” della stessa Fiammetta Borsellino.
Possibile che la figlia del giudice ucciso dalla mafia e dallo Stato non si renda conto che certe affermazioni, oltre ad esporre alla delegittimazione e all’isolamento quei magistrati che continuano a lottare per quelle verità, danno forza a quei poteri e sistemi criminali che le stesse non vogliono rivelare? Domande che restano aperte in attesa di una risposta.

fonte: antimafiaduemila.com

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