I discorsi deludenti di un Presidente della Repubblica

Se lo Stato-mafia è un problema minore
di Giorgio Bongiovanni

mattarella copyright letizia battaglia
Il valore della Patria, il “sentirsi comunità” che diventa condivisione di “valori, prospettive, diritti e doveri, il ‘pensarsi’ dentro un futuro comune, da costruire insieme” con “responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese”. Parte da qui il discorso dell’ultimo dell’anno letto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un discorso in cui hanno trovato spazio buoni principi di solidarietà con pensieri dedicati ai giovani, alla necessità di un lavoro, di un’istruzione “per una più equa distribuzione delle opportunità”; del sostegno agli anziani e alle fasce più deboli e colpite, come ad esempio i terremotati dell’Italia centrale, le famiglie sfollate di Genova e della zona dell’Etna. Un discorso costruito in maniera determinante dietro la parola “sicurezza”. È qui che ha trovato il suo “timido” spazio la parola “mafie”.
“La sicurezza è condizione di un’esistenza serena – ha detto il presidente – Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune. La domanda di sicurezza è particolarmente forte in alcune aree del Paese, dove la prepotenza delle mafie si fa sentire più pesantemente. E in molte periferie urbane dove il degrado favorisce il diffondersi della criminalità. Non sono ammissibili zone franche dove la legge non è osservata e si ha talvolta l’impressione di istituzioni inadeguate, con cittadini che si sentono soli e indifesi”.
Ecco, da cittadini che da anni studiano il fenomeno delle criminalità organizzate, dobbiamo dirlo, ci saremmo aspettati qualche parola in più da parte del nostro Capo dello Stato. Un Capo dello Stato di cui conserviamo nella memoria quell’immagine del 6 gennaio 1980 mentre, a Palermo, tirava fuori dall’auto crivellata di colpi il corpo del fratello Piersanti, presidente della Regione ucciso da Cosa nostra.
Da un familiare di vittima di mafia ci saremmo aspettati, ad esempio, più parole spese contro questo fenomeno.
Si potrà dire che ciò è stato fatto in passato nel discorso di insediamento, nel quale aveva evidenziato che “la lotta alla mafia e quella alla corruzione sono priorità assolute”, oppure nel discorso a cavallo tra il 2015 ed il 2016, quando Mattarella aveva detto che “contro le mafie stiamo conducendo una lotta senza esitazioni, e va espressa riconoscenza ai magistrati e alle forze dell’ordine che ottengono risultati molto importanti”. Ma non può essere sufficiente nell’anno in cui a Palermo si è concluso un processo storico che ha visto condannati (seppur solo in primo grado) boss mafiosi, ufficiali dell’Arma dei Carabinieri ed ex politici. Pezzi di uno Stato che hanno dialogato con la mafia negli anni in cui saltavano in aria Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, gli agenti delle scorte e morivano anche semplici cittadini nelle cosiddette stragi del Continente (Firenze-Milano-Roma). Non una parola ha detto in merito il Presidente della Repubblica. È vero, il processo è ancora in corso (mancano due gradi di giudizio) ma ci sono dei fatti che sono ormai provati e riconosciuti anche da sentenze passate in giudicato come quella nei confronti dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, cofondatore con Silvio Berlusconi del partito Forza Italia, condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa. Una sentenza che stabilisce come l’allora imprenditore Silvio Berlusconi nel 1974 con l’intermediazione di Dell’Utri avesse stipulato un patto con esponenti apicali, esponenti di vertice della Cosa Nostra palermitana. Patto di reciproca protezione e sostegno. E che quel patto era stato rispettato dal 1974 almeno fino al 1992.

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Roma, 7 maggio 2018. Terzo turno di consultazioni al Quirinale © Imagoeconomica
Sergio Mattarella, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi

E i giudici del processo trattativa Stato-Mafia sono andati anche oltre dicendo che l’intermediazione di Dell’Utri è proseguita attraverso la trasmissione di messaggi e richieste di Cosa Nostra a Silvio Berlusconi anche dopo il 1992. Soprattutto dopo che Silvio Berlusconi a seguito delle elezioni del marzo 1994 divenne Presidente del Consiglio. Pur volendo evitare commenti sulle sentenze il Capo dello Stato avrebbe certamente potuto dare un segnale. E un segnale forte, ad esempio, sarebbe stato rifiutarsi di ricevere al Quirinale un soggetto, tra l’altro pregiudicato, come Silvio Berlusconi. Ma questo non è avvenuto, anche dopo la sentenza di Palermo dello scorso 20 aprile. E non una parola è stata detta in questi mesi in merito ad un’altra sentenza, quella del Borsellino Quater, in cui si dice chiaramente che Vincenzo Scarantino, uno dei falsi pentiti della strage di via d’Amelio, ha effettuato la calunnia perché “determinato a commettere il reato” da certi apparati; è stato indotto a mentire. Da chi? La Corte d’Assise di Caltanissetta parla chiaramente di “soggetti inseriti negli apparati dello Stato” i quali, a loro volta, “avevano appreso informazioni da ulteriori fonti rimaste occulte”.
Ad un Capo dello Stato, che è anche familiare di una vittima di mafia e dunque più di altri è consapevole di cosa sia la violenza mafiosa, da cittadini onesti ci permettiamo di chiedere coraggio. Quel coraggio di ribadire il concetto che la criminalità organizzata è uno dei problemi più urgenti da affrontare e che deve essere la “priorità assoluta” nell’agenda politica di qualsiasi Governo. Il coraggio di sciogliere quei segreti di Stato che circondano omicidi e stragi del nostro Paese. Il coraggio di difendere, affinché la storia non si ripeta, quei magistrati in prima linea nel contrasto alle mafie – uno su tutti Nino Di Matteo, ma anche Giuseppe Lombardo, Nicola Gratteri, ed altri – più volte destinatari di minacce e condanne a morte. Senza questo coraggio quella di Sergio Mattarella rischia di essere una Presidenza come tante altre che abbiamo visto nel recente passato: deludente e silente. Un “regalo” non solo per la mafia ma per tutti quei Sistemi criminali che con essa hanno avuto a che fare. La speranza, dunque, è che presto si possano ascoltare parole forti da parte del Capo dello Stato. Il discorso di fine anno è solo un pretesto. Basta solo avere la volontà di farlo. Ma questa è un’altra storia.

Foto di copertina: Sergio Mattarella soccorre il fratello Piersanti ucciso dalla mafia © Letizia Battaglia

fonte: antimafiaduemila.com

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