L’Italia del riciclo, alla ricerca di impianti: i nostri rifiuti viaggiano per 1,2 miliardi di km l’anno

Il che equivale a percorrere circa 175.000 volte l’intera rete autostradale italiana (senza contare le tratte fuori confine)

C’è una “economia circolare” cui raramente si parla, e che il nuovo rapporto L’Italia del riciclo – presentato oggi a Roma – ha il merito di mettere chiaramente in evidenza: è quella dei rifiuti portati in giro in lungo e in largo nel nostro Paese, movimentati generalmente perché sul territorio dove vengono prodotti non ci sono gli impianti di prossimità necessari a gestirli secondo sostenibilità. Si stima così che in un solo anno (dati 2016) i rifiuti italiani – urbani e speciali – abbiano percorso complessivamente 1,2 miliardi di km su territorio nazionale, il che equivale a percorrere circa 175.000 volte l’intera rete autostradale italiana.

Si tratta di un fenomeno in crescita (rispetto al 2012 i km percorsi nel 2016 aumentano del 12%), che affonda le radici in un paradosso. Gli impianti industriali necessari a gestire lungo tutta la filiera i rifiuti prodotti da imprese e cittadini italiani scarseggiano, e di nuovi è difficile realizzarne spesso a causa della contrarietà manifestata da comitati (e politici) locali, col timore che tali impianti celino nuovi impatti ambientali anziché soluzioni. I rifiuti però, specchio dei nostri consumi, vengono comunque prodotti e per trovargli una qualche (legale) allocazione iniziano il loro pellegrinaggio per le strade del Paese.

Un approccio che non risolve il problema ma lo sposta soltanto, e che non ha niente a che vedere con la sostenibilità: considerato che il 23% dei rifiuti viene movimentato oltre i 100 km di distanza, e che complessivamente – come già accennato – in un solo anno sono 1,2 miliardi i chilometri macinati, sarebbe utile domandarsi quanto tutto questo incida in termini di impatti ambientali e sanitari. Un piccolo indizio arriva dall’Agenzia europea dell’ambiente, secondo la quale l’inquinamento atmosferico in Italia miete 84.300 vite l’anno, e tra le sue primissime cause (certifica l’Ispra) c’è proprio il traffico veicolare.

Non tutte le aree del Paese, naturalmente, hanno le stesse caratteristiche. L’economia dei rifiuti al Nord risulta maggiormente integrata in un mercato più ampio, anche sovranazionale, in linea con l’ampia disponibilità e varietà impiantistica che caratterizza la macroarea, mentre il minore grado di autosufficienza si riscontra nel Centro Italia, da dove quasi 5 Mt nel 2016, corrispondenti al 14% del totale movimentato, vengono trasferiti verso altre macro-aree.

Ma più in generale questo “turismo dei rifiuti” ha assunto dimensioni tali che, come spiega il rapporto elaborato  dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e da Fise Unicircular (l’Unione imprese economia circolare), sono più i rifiuti movimentati (193 milioni di tonnellate) rispetto a quelli prodotti (174,8 milioni di tonnellate nel 2016, tra urbani e speciali). Un problema che potrebbe continuare ad aumentare, tenuto conto che dal 2012 al 2016 la produzione nazionale di rifiuti è cresciuta del 7,8%.

Già oggi la movimentazione di rifiuti si declina in tre componenti fondamentali: i flussi nazionali, l’importazione dall’estero e l’esportazione verso l’estero. Mentre l’import si concentra principalmente sui metalli, soprattutto di tipo ferroso, che vengono utilizzati dall’industria manifatturiera come materiali secondari, i rifiuti che vengono esportati in quantità maggiore sono ceneri (nel 2016 circa 585 migliaia di tonnellatre, kt) e scarti del trattamento di rifiuti in plastica (365 kt) e in carta (200 kt).

Tra i pericolosi vi sono quantità consistenti di miscugli da trattamento chimico-fisici sui rifiuti industriali (180 kt), rifiuti stabilizzati (140 kt) e materiali da costruzione contenenti amianto (115 kt). È importante notare che l’incidenza dei rifiuti pericolosi cambia a seconda del flusso considerato: nel 2016 la quota sulla movimentazione interna è del 5% (in linea con la media complessiva), la percentuale di rifiuti che viene esportata raggiunge invece il 26%. L’esportazione di rifiuti appare legata, almeno in parte, a deficit impiantistici soprattutto per la gestione dei pericolosi, anche se c’è un ridimensionamento del fenomeno rispetto al 2012 (quando i pericolosi arrivavano a coprire il 30% del totale esportato).

La soluzione, che si tratti di rifiuti urbani o speciali, pericolosi o no, può essere solo quella di realizzare gli impianti necessari a gestirli, dove servono. Un esempio su tutti? Roma. Secondo l’analisi di Fise Assoambiente nel 2017 la città ha prodotto circa 2,3 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui 1 milione (45%) raccolto in modo differenziato. All’interno di questa frazione l’organico rappresenta la voce principale: circa 400mila tonnellate, dirette quasi tutte fuori dalla Capitale, dove i sei impianti di compostaggio presenti nel 2017 hanno gestito solo 33mila tonnellate. I rifiuti raccolti in modo indifferenziato vengono invece gestiti principalmente negli impianti di Tmb, di cui uno – quello sulla Salaria – è andato a fuoco pochi giorni fa; solo da quell’impianto, secondo dati Ispra, l’anno scorso sono partite 51mila tonnellate di rifiuti dirette in Austria.

Come se ne esce? « Se non si corre ai ripari subito pianificando la costruzione degli impianti necessari e lavorando seriamente sulle raccolte differenziate, la proiezione per i prossimi anni – commenta il presidente di Fise Assoambiente, Chicco Testa – è destinata ad allarmare non poco. Immaginando che Roma sia in grado di riciclare nel 2035 il 65% dei rifiuti, come chiede la Direttiva sui rifiuti del Pacchetto sull’ economia circolare, andranno colmati almeno 30 punti in più di raccolta differenziata, per raggiungere il 75%, visto che non tutto quello che si raccoglie in modo differenziato può essere riciclato. Un obiettivo oggi ancora molto lontano». Per il restante 35% (inclusi gli scarti della raccolta differenziata) e per il trattamento della frazione umida, secondo Fise Assoambiente serviranno poi i seguenti impianti: 4/5 impianti di digestione anaerobica per la frazione umida (capacità media pari a 100.000 ton ciascuno); 1 termovalorizzatore per almeno 600.000 ton (più o meno come Acerra); 1 discarica di servizio a Roma o nel Lazio. Ma nessuno di questi impianti pare ad oggi all’orizzonte.

fonte: greenreport.it

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