L’inganno è peggiore del tradimento

Su Report il caso Montante, tra mafia e servizi segreti
di Giorgio Bongiovanni

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Una “terra bellissima e disgraziata”. Così Paolo Borsellino, nel suo ultimo discorso pubblico tenuto dallo stesso il 25 giugno del 1992, definiva la Sicilia e non solo per quella mafia che appena un mese prima aveva fatto saltare in aria Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta. Oggi la mafia, in nome degli affari, ha apparentemente abbandonato la via delle stragi inserendosi sempre di più in quegli ambienti di potere appartenenti al mondo politico, economico e finanziario generando quel sistema di potere criminale che gestiscono e condizionano la vita del Paese. Giovanni Falcone parlava di “menti raffinatissime” e solo diaboliche “menti raffinatissime” possono pensare di utilizzare l’antimafia, infiltrandosi, per arrivare ai più alti vertici del potere.
Ieri sera la trasmissione Report, condotta da Sigfrido Ranucci e andata in onda su Rai 3, ha dedicato ampio spazio all’inchiesta del giornalista Paolo Mondani sulla rete di interessi dell’ex vice presidente di Confindustria, Antonio Calogero Montante, finito agli arresti lo scorso maggio su disposizione del giudice Maria Carmela Giannazzo con l’accusa pesantissima di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione. Dalle indagini condotte dalla Procura di Caltanissetta (il procuratore aggiunto Gabriele Paci ed i sostituti Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso) è emerso che questi aveva un vero e proprio archivio informativo che gli serviva per acquisire elementi per paralizzare azioni di contrasto nei suoi confronti ed in qualche maniera anche condizionare l’operato di eventuali suoi avversari. Una rete fitta di informatori in cui figurano i vertici dei servizi segreti civili, esponenti delle forze dell’ordine, e addirittura il senatore Renato Schifani.
Il processo è ormai prossimo (inizierà il 15 novembre) con il rinvio a giudizio disposto nei giorni scorsi dal Gup di Caltanissetta Graziella Luparello. Montante ha chiesto di essere giudicato con il rito abbreviato e, salvo alcune eccezioni, attorno all’inchiesta si è sollevata un’incredibile cortina di silenzio. Un silenzio spezzato dalla puntata di ieri di Report, che ha avuto degli ottimi dati di ascolto in tutta Italia ma soprattutto al sud, in Sicilia. Nella sua inchiesta Mondani, in collaborazione con Norma Ferrara, è partito dalle origini dell’ascesa dell’ex leader di Confindustria, ripercorrendo proprio gli elementi raccolti nell’inchiesta dei magistrati nisseni ed anche oltre. Nel servizio vengono messi in evidenza i rapporti avuti con Paolino Arnone e soprattutto col figlio Vincenzo, suo compare d’anello, mafiosi di Serradifalco. Ma ci sono anche le parole dell’ex braccio destro di Montante, Michele Tornatore, che racconta un episodio risalente al 2001, quando accompagnò l’imprendiore a Milano. Vide una valigetta zeppa di banconote di grosso taglio, nascosta sotto al letto di un albergo. Secondo quanto gli fu riferito quella borsa era destinata a Paola Patti, figlia di Carmelo, il defunto ex patron di Valtur, ritenuto dagli inquirenti tra i “prestanome” del superlatitante trapanese Matteo Messina Denaro. Proprio per questo motivo, nel 2012, la Dia chiese il sequestro del patrimonio di Carmelo Patti per un valore totale di 5 miliardi di euro.
Il 22 gennaio 2015 Montante ha ricevuto l’avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa, dove si ipotizzavano in particolare i legami d’affari con gli Arnone. Ed è a caccia dei dovuti riscontri che gli investigatori della squadra mobile nissena diretti dal vicequestore aggiunto Marzia Giustolisi avevano perquisito le abitazioni e aziende dell’imprenditore arrivando a scoprire la stanza piena di dossier su magistrati, politici ed esponenti della società civile.
Giustamente è stata data parola al giornalista Attilio Bolzoni che nel febbraio 2015 con uno scoop per primo aveva “scoperchiato il vaso di Pandora” rivelando su La Repubblica l’esistenza dell’indagine per concorso esterno. Un’inchiesta che non ha impedito a Montante di proseguire ad avere rapporti con alti vertici delle istituzioni (come l’ex ministro degli Interni Angelino Alfano), giornalisti, magistrati, e non solo. Proprio Bolzoni è uno di quei giornalisti vittima del dossieraggio sviluppato dal “sistema Montante” e rispondendo alla domanda di Mondani ha ricordato i nomi di alcuni colleghi che erano vicini all’ex leader di Confindustria Sicilia: “I giornalisti non solo hanno fatto finta di niente, ma finta di tutto. Tanti amici aveva il Cavaliere Montante. Quali? Uno era sicuramente Roberto Galullo, del Sole 24 Ore, che stava scrivendo un memoriale ad un indagato di mafia. E poi c’era Filippo Astone che aveva scritto un bel libro su questa finta rivoluzione siciliana. Giuseppe Sottile, vecchia conoscenza, 35 anni fa molto vicino ai Salvo di Salemi e oggi, a sentire le intercettazioni, con Montante. Anche Mulé, ex direttore di Panorama. Questo direttore quando un giornalista gli manda un articolo su Montante, cosa fa? Lo dà a Montante e non lo pubblica. Ma ce ne sono circa 25 di colleghi che hanno manifestato una promiscuità veramente eccessiva”. La speranza è che il quotidiano nazionale La Repubblica, diretto da Mario Calabresi, tenuto conto che proprio con lo scoop del suo cronista è stato acceso un faro su questi fatti, dedichi ampio spazio all’inchiesta di Report.
A ben vedere il silenzio su certe vicende ha contribuito ad alimentare quel sistema di potere che diventa un vero e proprio “cavallo di Troia” all’interno dell’antimafia stessa.
Come ha potuto una figura come quella di Calogero Montante ottenere così tanta credibilità? E’ ovvio che per riuscirvi era necessario un appoggio forte da parte del potere e la risposta, secondo l’inchiesta di Report, potrebbe trovarsi anche in strutture legate a doppio filo con gli organi di sicurezza. Tra queste vi sarebbe Banca nuova, un tempo costola della Banca popolare di Vicenza di Zonin ed oggi di proprietà di Intesa Sanpaolo. Un ex manager di Banca Nuova rivela scenari inquietanti. A suo dire questa era stata “creata dai servizi ed era diventata una centrale informativa”. Inoltre questo super testimone, prudentemente coperto in volto, rivela chiaramente che Montante è stato “un investimento per i servizi”. Servizi che, a loro volta, erano di casa nella struttura di Banca Nuova. “Uomini dei servizi segreti si vedevano lì e passavano informazioni ai nostri dirigenti (di Banca Nuova, ndr), che poi le facevano filtrare ai soggetti interessati dalle indagini della magistratura – rivela l’ex manager – E nella nostra filiale di Roma i funzionari dell’ambasciata americana e gli agenti Cia erano di casa. Diciamo che eravamo noi la banca dei nostri servizi e della Cia”. E sempre secondo questo personaggio dietro la creazione di Banca Nuova vi sarebbe stato proprio Nicolò Pollari (che ieri ha smentito di avere avuto rapporti con Banca nuova, ndr), al vertice del Sismi (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare) tra il 2001 e 2006.
Pollari è lo stesso personaggio coinvolto nel rapimento di Abu Omar da parte della Cia. Durante le indagini su quel caso il Procuratore Armando Spataro scoprì l’esistenza di una centrale di spionaggio, in via Nazionale 230 a Roma, in cui venivano schedati giornalisti, politici e sindacati e in cui venne trovata anche una lista di magistrati “da controllare e intimidire” in quanto ritenuti nemici di Silvio Berlusconi. Caso vuole che nel 2008, quando quest’ultimo torna al Governo, tra le decisioni che vengono prese c’è anche lo spostamento dei conti dei servizi di sicurezza in Banca Nuova. Ed è qui che si genera la domanda espressa dallo stesso Sigfrido Ranucci durante la puntata. Possibile che ad una centrale di spionaggio che era stata incredibilmente “sgamata” ne sia subentrata un’altra? Possibile che al “grigio funzionario” Pio Pompa sia subentrato un “pimpante” imprenditore a cui era stata cucita addosso l’immagine del paladino antimafia, capace di infiltrarsi ed avvelenare l’antimafia buona? Supposizioni, quesiti ed interrogativi a cui gli organi inquirenti dovranno cercare di dare una risposta.
Intanto, però, questo è il tempo in cui l’antimafia stessa deve trovare la forza di guardare dentro se stessa. Un’antimafia che, come ha detto l’ex Procuratore Caselli, è sicuramente “un fiume impetuoso ed importante che fa il bene di tutti” e che non può certo fermarsi di fronte ai “detriti” che si trovano lungo il cammino. Tuttavia, una volta individuati i volti dei traditori e dei giuda, è giusto denunciare i gravi episodi e mettere tutti i puntini sulle “I”. Un passo necessario anche per difendere, in questo momento di confusione, quelle tante persone per bene che portano avanti battaglie di contrasto contro criminalità organizzata e corruzione e che sono il vero motore di quella rivoluzione culturale fondamentale per sconfiggere questi tumori.

VIDEO Guarda la puntata integrale di Report: raiplay.it

fonte: antimafiaduemila.com

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