Il processo Trattativa e quel senso di ”omertà di Stato”

A Milano presentato “Il Patto Sporco”, il libro di Di Matteo e Lodato
di Aaron Pettinari
– Video integrale

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Il teatro “Elfo Puccini” di Milano pieno in ogni ordine di posto, le luci in chiaro scuro, gli attori Carmelo Galati e Lunetta Savino che prestano le proprie voci per leggere alcune pagine del libro “Il Patto Sporco”, edito da Chiarelettere, scritto dal magistrato, Nino Di Matteo, e dal saggista e scrittore, Saverio Lodato. Sono questi gli ingredienti che dal primo momento hanno caratterizzato la presentazione. Presenti, ovviamente, i due autori ma anche il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio e il giornalista Loris Mazzetti. Il pubblico, attento in ogni intervento, per ben due volte si è alzato in piedi per rendere omaggio al “magistrato più minacciato d’Italia”. Non sono favole quelle che vengono raccontate nel libro, ma vicende e retroscena che hanno caratterizzato prima l’inchiesta sul processo noto come “trattativa Stato-mafia”, poi i cinque anni di dibattimento. Una pubblicazione che nasce dall’esigenza di raccontare quei fatti che vengono ancora taciuti nonostante una sentenza abbia riconosciuto la colpevolezza, per aver intimidito i Corpi dello Stato con la minaccia di altre stragi, di tutti i protagonisti. Lo scorso 20 aprile sono stati condannati gli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, l’ex senatore Dell’Utri – per Di Matteo “cinghia di trasmissione” tra le istanze di Cosa Nostra e il Governo Berlusconi –, Antonino Cinà, medico fedelissimo di Totò Riina, l’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, il boss Leoluca Bagarella.

Il dovere dell’informazione
“Se tutto questo non fosse accaduto, se l’informazione avesse fatto il proprio dovere questo libro non sarebbe mai nato” si legge ne “Il Patto Sporco”. E proprio sul ruolo che ha l’informazione si è interrogato Loris Mazzetti, giornalista che in Rai ha lavorato accanto ad Enzo Biagi. Nel suo intervento ha raccontato alcuni episodi che rendono esattamente chiaro come il “silenzio” attorno alla sentenza arrivi ai più alti livelli: “Io lavoravo in Rai in redazione editoriale. Qualche tempo fa, avevamo ricevuto la proposta dell’allora vice presidente della Commissione parlamentare vigilanza, Claudio Fava, di realizzare due programmi, una sorta di racconto delle stragi dal 1963 al 1993. Era ancora in corso il processo sulla trattativa Stato-mafia ed era inevitabile che avremmo toccato anche quell’argomento. Quel programma ci è stato impedito.
Un altro programma che avrei voluto realizzare avrebbe riguardato l’approfondimento su una trasmissione del 1992, ‘Lezioni di Mafia’, che aveva come autori Alberto La Volpe e Giovanni Falcone. Falcone fu ucciso 3-4 giorni prima dall’uscita della prima puntata. E la trasmissione proseguì successivamente con una sedia vuota. Alla quinta, l’ospite era Paolo Borsellino e dopo due giorni fu ucciso. All’interno di quel programma vi erano servizi ed inchieste che ancora oggi avrebbero un’emotività incredibile. Anche quel programma non l’ho potuto realizzare”.
Secondo Mazzetti “dietro al silenzio sulla trattativa c’è una forte responsabilità da parte della nostra categoria. A parte Il Fatto e qualche altro sito non si è parlato del processo se non il solo giorno della sentenza o del deposito delle motivazioni della sentenza. Un silenzio che ha riguardato anche un processo importantissimo come quello alla ‘Ndrangheta in Emilia Romagna. Oggi mancano programmi come il primo Ballarò, gli approfondimenti di Santoro, o ‘Il fatto di Enzo Biagi‘. Oggi c’è un proliferare delle trasmissioni di approfondimento su tutte le reti ma quante volte si parla di criminalità organizzata? – si è chiesto ancora – E quante volte la politica interviene e parla di mafia nelle campagne elettorali?”. Ed infine ha concluso: “Attorno al processo trattativa c’è stata grande omertà ma anche indifferenza. E’ questo il nostro problema, il fatto che noi viviamo anche l’indifferenza rispetto a questi fatti che rappresentano la nostra vita e la nostra sopravvivenza”.

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Travaglio e la “sentenza eversiva”
Con la solita precisione e la consueta ironia, Marco Travaglio ha sintetizzato in pochi attimi alcuni dei passaggi chiave dell’inchiesta: le dichiarazioni di Massimo Ciancimino a Panorama, quelle di Spatuzza su Berlusconi e Dell’Utri, gli smemorati di Stato (da Violante a Liliana Ferraro, solo per citarne alcuni, ndr), un ex presidente come Oscar Luigi Scalfaro che ha mentito dicendo di non saper nulla sull’avvicendamento ai vertici del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), la mancata perquisizione del covo di Riina, i mancati arresti di Provenzano e Santapaola, e tanto altro ancora.
“La sentenza sulla trattativa è ‘eversiva’ rispetto all’ordine costituito perché inchioda alla sbarra tutti i partiti che hanno governato l’Italia negli ultimi 25 anni – ha detto quasi provocatoriamente il direttore del FattoIl nostro Paese non era pronto per tutto quello che è venuto fuori con questa sentenza. Un lavoro immane per un pugno di magistrati, isolati dalla loro stessa Procura e da gran parte della magistratura, isolati dalla politica e dalla stampa, ha condotto questo processo. E chiariamolo subito che il reato contestato non era di trattativa ma di violenza o minaccia a corpo politico dello Stato che ha visto coinvolti tre governi: quello di Amato, quello di Ciampi e di Berlusconi”. Così come aveva fatto a Roma nei giorni scorsi, Travaglio ha ricordato che già nel 1996 Giovanni Brusca, sentito al processo sulle stragi, a Firenze, parlò di trattativa. E sempre in quel processo proprio i carabinieri Mori e De Donno ammisero candidamente “di aver trattato”. “Queste storie le sappiamo da tempo – ha aggiunto – per anni hanno cercato di dire che la trattativa non era una trattativa, poi l’hanno chiamata presunta, cosiddetta, ipotetica, supposta. Ma non era così. Mori lo ha ammesso proprio in quel processo quando ha detto chiaramente di essere andato da Ciancimino a chiedere dopo Capaci, cosa fosse quel ‘muro contro muro’. Lui, che rappresenta lo Stato, si attiva per farci mettere d’accordo e ristabilire la normalità, ovvero quella di una mafia e di uno Stato che convivono”.
Infine ha concluso: “Hanno tentato di bloccare il processo, poi di silenziare la sentenza. Oggi c’è ancora da scoprire chi ha ordinato la trattativa e questo è il momento migliore perché per la prima volta al Quirinale e al Governo non ci sono gli esponenti politici che erano al potere tra il 1992 ed il 1994. Berlusconi ed il centrosinistra, che hanno sempre governato, sono per la prima volta fuori. C’è una rapidissima aperto delle acque e in questo momento si possono allentare i vincoli di omertà. Dobbiamo augurarci che qualcuno parli prima che le acque del Mar Rosso tornino a richiudersi”.

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Di Matteo: “In questi anni un totale travisamento dei fatti”
Quando ha preso la parola il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo il silenzio del teatro si è fatto ancora più profondo. Poco prima Carmelo Galati e Lunetta Savino avevano letto le parti in cui il magistrato racconta a Lodato le sensazioni del giorno della sentenza, a cominciare dall’abbraccio con i suoi colleghi, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi, fino a quel momento messi alla gogna. Di Matteo ha evidenziato come in molti abbiano tentato di depotenziare il processo dicendo, ad esempio, che tutto era basato sulle sole dichiarazioni di Massimo Ciancimino, che al processo era imputato per calunnia. “La sentenza non utilizza quelle dichiarazioni – ha detto con forza Di Matteo – Questo significa che le prove acquisite partendo da quelle dichiarazioni ed a compendio rispetto al dichiarante sono state ritenute solide”. Il magistrato non ha potuto non ricordare gli attacchi subiti da tutta la politica nel momento in cui si seppe della vicenda delle intercettazioni casuali Mancino-Napolitano portando ad un “travisamento di fatti che è costato tanto a tutti noi e continuerà a costarci tanto. Ci hanno definito ricattatori del Capo dello Stato, eversori, senza che nessuno abbia difeso il fatto che stavamo applicando la legge. Ecco questo libro vuole rispondere al nascondimento dei fatti che viene perpetrato su questa sentenza, ed offre un contributo di memoria”.
“Noi dobbiamo fare memoria – ha aggiunto Di Matteo – perché mentre trattavano sono morti colleghi, poliziotti, prima ancora carabinieri, e anche cittadini comuni a Firenze e Milano. Questa è una vicenda che è parallela a quella delle stragi e mi auguro che dalla sentenza si riparti con una uova indagine sulle stragi a completamento di un percorso di verità per individuare quei concorrenti esterni a Cosa nostra di quelle stragi. E non ne posso più delle commemorazioni retoriche che rappresentano una falsa guerra tra buoni e cattivi, vinta dai buoni”.
Di Matteo ha passato in rassegna le inquietanti verità che vengono espresse con le motivazioni della sentenza depositata lo scorso 19 luglio. “La Corte d’Assise individua nella trattativa il movente per cui Riina decise di uccidere Borsellino prima che fosse previsto, ad appena 57 giorni di distanza da Capaci. Si afferma anche che la minaccia fu percepita da ben tre Governi, ma nessuno dei rappresentanti di quei governi ha avuto il coraggio, la dignità, il dovere giuridico di rendere noto quel che sapevano. E’ scritto che il terzo governo, quello Berlusconi, cercò di andare incontro ai desiderata di Cosa nostra con un decreto, noto come ‘salva ladri’, che conteneva norme che se approvate avrebbero favorito in maniera evidente i mafiosi. Non fu approvato solo all’ultimo. Si dice che l’intermediazione tra Cosa nostra e Berlusconi prosegue anche dopo il 1992 e non riguarda solo il Berlusconi imprenditore ma il Berlusconi politico. Ecco perché nessuno vuole parlare di questa sentenza”. Di Matteo ha poi ricordato le “omertà istituzionali”: “In questi anni ho vissuto na sensazione tremenda per un magistrato, quella dell’omertà di Stato. Il Presidente Scalfaro ha mentito e ricordo il giorno in cui andammo ad interrogarlo. Lui in maniera sicura dissechi non sapeva nulla dell’avvicendamento al Dap e addirittura disse di non aver mai sentito nominare Nicolò Amato. Nella sentenza si dà atto alle prove documentali che lo smentiscono, come i diari di Ciampi. Nel corso delle indagini ci siamo scontrati anche in maniera plastica con il nulla che ci hanno fatto trovare quando abbiamo eseguito gli ordini di esibizione nelle servi dei Servizi e del Ros. La trattativa Stato-mafia non era mai esistita. Trovammo volumi su Vito Ciancimino prima e dopo il periodo della trattativa ma mai un’annotazione faceva riferimento a quegli incontri ammessi dagli stessi carabinieri”. E per far sì che ci sia un nuovo impulso investigativo il sostituto procuratore nazionale antimafia ha auspicato “che l’opinione pubblica si indigni di fronte all’inerzia e al nascondimento di fatti, o a quell’atteggiamento generalizzato che considera quest’ultimi come retaggi di un passato che non conviene a nessuno”.

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Saverio Lodato spiega il valore della sentenza
A chiudere la serie di interventi è stato il secondo autore del libro, Saverio Lodato. “Ho avuto l’onore di intervistare un magistrato simbolo che dopo le grandi stagioni di Falcone e Borsellino non è caduto nella trappola di un’antimafia della retorica e che continuasse a perseguitare i mafiosi dalla coppola storica – ha detto rivolgendosi al pubblico – ha preferito, assieme ad altri colleghi, di alzare il tiro mirando alte complicità alte che consentono alla mafia di resistere da oltre un secolo e mezzo”. Secondo il giornalista c’è ancora da scavare sulle complicità con la politica e la finanza, in merito al fenomeno mafioso.
Lodato, che Falcone e Borsellino ha conosciuto personalmente, ha ricordato come gli stessi “non siano stati uccisi al culmine della loro potenza ma al contrario nel più completo isolamento con attacchi esterni ed interni, veleni, accuse di giustizialismo e di protagonismo. Eppure loro erano stati pionieri in quella fase con il maxi processo in un tempo in cui lo Stato romano non accettava neanche che si colpisse imprimo livello della mafia”. “Con le stragi del 1992 – ha aggiunto – anche un bambino capisce che dietro alla mafia c’è qualcos’altro. Caselli, che accettò a differenza di altri l’incarico a Palermo, mise sotto processo Andreotti. Anche quel dibattimento non fu seguito dalla stampa e anche in quell’occasione ci fu un’unità di intenti contro i pm che indagavano e contemporaneamente contro i collaboratori giustizia. Anni bui”.
Lodato ha evidenziato come in molti identifichino la mafia nello Stato. “Mi è capitato di fare questa domanda a gente comune, parrucchieri, a tassisti, bottegai, e la risposta disarmante è proprio questa. E quando a Di Matteo chiedo se il ‘Re è nudo’ è chiaro che è una domanda retorica. Di Matteo risponde che era nudo da tempo perché non è comprensibile come siano scomparsi i documenti dalla cassaforte di dalla Chiesa nel giorno della sua morte; inspiegabile come il grosso dell’agenda elettronica di Giovanni Falcone; non spiegabile come non sia mai stata trovata l’agenda rossa di Paolo Borsellino. Questi elementi dimostrano che quelle morti non potevano essere farina solo della mafia. Dunque la favola che è stata raccontata è una favola che non va bene”. Infine ha lanciato una provocazione a tutti quei soggetti che in qualche maniera avevano scritto contro il processo mentre questo era ancora in pieno svolgimento. Da Giuliano Ferrara, a Giuseppe Sottile, passando per Giorgio Mulé, Enrico Deaglio, Pino Arlacchi, Marcelle Padovani ed Eugenio Scalfari. “Se fossimo in un Paese civile tutti coloro i quali espresso questi giudizi pubblicando per 5 anni un gran fracasso letterario, politico, giudiziario sul processo forse oggi dovrebbero avere il coraggio intellettuale di misurarsi con questa sentenza”.

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Foto © ACFB

fonte: antimafiaduemila.com

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