Sentenza trattativa: ”Falange armata” sigla oltre Cosa nostra

“Forte il sospetto che l’origine sia nell’ambito di servizi di sicurezza dello Stato”
di Aaron Pettinari

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“A proposito di quanto è avvenuto a Milano, il terrorismo non è morto. Vogliamo che l’amnistia sia estesa anche ai detenuti politici. Non importa chi sono. Ci conoscerete in seguito”. Sono queste le parole che l’Ansa di Bologna, alle ore 15.40, l’11 aprile 1990 riceve in redazione. E’ questa la prima rivendicazione dell’uccisione dell’educatore carcerario del carcere di Opera, Umberto Mormile, avvenuta in quello stesso giorno a Milano.
Sei mesi dopo, però, il 27 ottobre 1990, una nuova telefonata giungerà in redazione a mettere la firma su quel delitto: si tratta della “Falange armata carceraria”. “All’inizio di questo anno abbiamo individuato due fronti di lotta armata”, uno politico-finanziario e giudiziario e uno all’interno delle carceri. Rispetto a questa ultima, ha proseguito questo soggetto dall’accento straniero, “abbiamo individuato cinque educatori” che sono elementi operativi e cervelli dell’applicazione della legge Gozzini; “Mormile di Milano è già stato giustiziato, gli altri saranno colpiti al momento opportuno”. L’agenzia comunicherà anche che l’uomo aveva fatto i nomi di quattro educatori che lavorano rispettivamente nelle carceri di Porto Azzurro, Ancona, Pavia e Messina e ha annunciato un comunicato per domani sera, specificando la zona in cui sarebbe stato fatto trovare.
I giorni in cui la famigerata sigla della “Falange Armata” fa la sua comparsa sono particolari.
L’opinione pubblica italiana è in fibrillazione perché pochi giorni prima l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti era intervenuto alla Camera dei Deputati, rivelando l’esistenza di Gladio. Forse proprio per quella ammissione dirompente la telefonata dei falangisti passò quasi inosservata.
A distanza di anni anche il processo trattativa Stato-mafia si è occupato di quella sigla utilizzata da “diverse componenti” e nel corso degli anni divenuta “ad uso e consumo” anche dei mafiosi con una lunga serie di rivendicazioni di stragi e delitti eccellenti. Dagli omicidi del politico Dc Salvo Lima e del maresciallo Giuliano Guazzelli, alle bombe di Capaci e via d’Amelio, per poi passare alle stragi “continentali” di Roma, Firenze e Milano nel 1993.
E i giudici della Corte d’Assise di Palermo ne parlano nelle oltre cinquemila pagine di motivazioni di sentenza depositate lo scorso 19 luglio.
In Cosa nostra il primo collaboratore di giustizia a parlarne è Filippo Malvagna il quale aveva riferito che lo stesso Salvatore Riina, in occasione di una riunione della “commissione regionale” di “Cosa nostra” ebbe ad ordinare di rivendicare tutti gli attentati che l’organizzazione si accingeva a compiere proprio con la sigla della “Falange Armata”.
I giudici pur evidenziando che “nessun altro collaboratore è stato in grado di raccontare ciò di cui si parlò in quella medesima riunione cui si è riferito il Malvagna” ed escludendo “che un’analoga indicazione possa essere stata data da Riina in sede di ‘commissione provinciale’ di Palermo, poiché di essa nulla hanno saputo due degli abituali partecipanti dell’epoca, Giovanni Brusca e Antonino Giuffré certificano come riscontrato il dato che “effettivamente, da un certo momento, dopo la strage di Capaci, le cosche catanesi iniziarono ad utilizzare quella sigla per minacciare o rivendicare attentati”.

Pressione sul carcerario
Non solo. I giudici riferiscono di un’altra telefonata anonima del 9 giugno 1992 dove un uomo con accento catanese faceva riferimento a quanto “era stato chiesto ed ottenuto dalla Falange Armata, pur senza indicare la propria appartenenza” e si “contestava l’inasprimento del regime carcerario deciso dal Governo appena il giorno precedente (“Quelli della Falange Armata, i politici, hanno ottenuto quello che volevano, noi no… … …certe cose non sono state rispettate per ciò noi non rispetteremo più i loro interesse)”.
Altra rivendicazione ha poi riguardato la collocazione del proiettile inesploso nel Giardino dei Boboli a Firenze da parte del catanese Santo Mazzei, così come hanno riferito Giuseppe Di Giacomo e Giovanni Brusca con quest’ultimo che lo apprese direttamente dallo stesso Mazzei. Ed ugualmente riscontrate sono le rivendicazioni avvenute per mano di Gaspare Spatuzza e Lo Nigro, con l’invio di alcune lettere poi ricevute dalle redazioni del Messaggero e del Corriere della Sera.
E sicuramente va ricordato che accanto a minacce ed intimidazioni la Falange Armata, il 14 giugno 1993, ebbe modo di manifestare la sua soddisfazione per la nomina di Adalberto Capriotti come direttore del DAP, al posto del “duro” Nicolò Amato, considerando la sostituzione di quest’ultimo come una vittoria della stessa Falange Armata.

Rafforzare il dialogo
Scrivono i giudici che “senza volere affermare che il fenomeno della Falange Armata sia riconducibile (“solo”, ndr) ad associazioni mafiose”, tuttavia, “può ritenersi raggiunta la prova che Cosa nostra abbia voluto rafforzare la minaccia, allora in corso, diretta al Governo con le rivendicazioni in esame, nelle quali si prospettavano, infatti, ulteriori bombe dirette a provocare, questa volta, centinaia di vittime (ed in proposito, allora, il pensiero non può non andare all’attentato che sarebbe stato organizzato qualche mese dopo allo stadio Olimpico di Roma con l’intendimento di provocare, appunto, come si è già visto sopra, un centinaio di vittime tra i Carabinieri lì in servizio)”. Dunque “ciò conferma ulteriormente quanto si è già concluso riguardo alla minaccia di Cosa nostra ed a quelle che furono definite ‘bombe del dialogo’, perché è del tutto evidente che in quel frangente la strategia non era più quella della contrapposizione frontale che aveva condotto alle stragi di Capaci e di via D’Amelio, bensì quella sopravvenuta con la quale si intendeva trarre benefici dalle aperture al dialogo ed alla trattativa che erano giunte ai vertici di “Cosa nostra” attraverso l’iniziativa dei Carabinieri con Vito Ciancimino.

Quel sospetto oltre Cosa nostra
I giudici proseguono sottolineando il “forte il sospetto che il fenomeno della ‘Falange Annata’ abbia potuto avere origine nell’ambito di servizi di sicurezza dello Stato”. Tuttavia quegli indizi “ravvisabili” non appaiono “idonei ad assurgere al rango di prova”.
La Corte dice chiaramente che “appare veramente improbabile che un mafioso ‘rozzo’ come Riina abbia potuto autonomamente pensare di utilizzare la sigla della ‘Falange Armata’ per rivendicare gli attentati di Cosa nostra (…) Ma v’erano sicuramente altri soggetti meno ‘rozzi’ e adusi anche a rapporti con esponenti degli apparati di sicurezza che avrebbero potuto instillare o, quanto meno, in qualche modo provocare, quell’idea di rivendicare gli attentati con la sigla della ‘Falange Armata’”. Tuttavia questi elementi rientrano nel campo delle “mere ipotesi che, per quanto altamente plausibili, non possono supportare, in termini di prova processuale, alcuna conclusione sull’effettivo concorso di esponenti degli apparati di sicurezza dello Stato nei fatti di minaccia che sono oggetto del presente processo”.

Le mappe di Fulci
Scorrendo le pagine della sentenza vengono riportate le dichiarazioni durante il dibattimento dell’ex Ambasciatore Francesco Paolo Fulci. Quest’ultimo dal maggio 1991 all’aprile 1993 era stato al capo del Cesis, l’organismo di coordinamento tra il servizio segreto civile e militare, fortemente voluto dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti per gestire quella fase delicata della vita dei Servizi, travolti dagli scandali dei fondi neri del Sisde e dalla comunicazione dell’esistenza di Gladio.
“Chiesi a Davide De Luca (analista del Cesis, ndr) di verificare da dove partivano questi messaggi della Falange Armata – aveva detto rispondendo alle domande dei pm di Palermo – lui venne da me con l’aria preoccupata portando due mappe: da dove partivano le telefonate e dove erano le sedi periferiche del Sismi. Le due mappe erano sovrapponibili”. E sempre Fulci, a sua volta minacciato dalla Falange, subito dopo la strage di via Palestro del 27 luglio 1993, consegnò al comandante generale dei Carabinieri Federici, una lista di quindici ufficiali e sottoufficiali del servizio segreto militare, “per scagionare i servizi da ogni accusa”. I quindici nomi erano di alcuni appartenenti alla VII divisione del Sismi, quella incaricata di gestire i rapporti con quella Gladio di cui a inizio degli anni ’90 era stata svelata l’esistenza. La VII divisione era composta da un gruppo di super agenti, gli Ossi (Operatori Speciali Servizio Italiano), addestrati ad operazioni di guerra non ortodossa e all’uso di esplosivi.
E sempre durante l’esame aveva aggiunto di essersi convinto che “tutta questa storia della Falange Armata faceva parte di quelle operazioni psicologiche previste dai manuali di ‘Stay Behind’ (nome di Gladio, ndr). Parole che non vengono analizzate dai giudici ma che lasciano intravedere quell’area oscura che ha accompagnato l’intera strategia stragista. Oggi di questo si occupa anche la Procura di Reggio Calabria, con il processo “‘Ndrangheta stragista” che vede imputati come mandanti degli attentati contro i carabinieri tra il dicembre 1993 ed il gennaio 1994 i boss calabresi Antonio e Rocco Santo Filippone e il siciliano Giuseppe Graviano. Quegli attentati, che costarono la vita agli appuntati dei carabinieri Antonino Fava e Giuseppe Garofalo, furono rivendicati dalla Falange Armata.

Dossier Processo trattativa Stato-Mafia

fonte:antimafiaduemila

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