Il boss Nitto Santapaola

Anche a Catania lo Stato-mafia
di Giorgio Bongiovanni e Claudia Marsili

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Benedetto “Nitto” Santapaola è l’ultimo dei boss mafiosi di una delle stagioni più sanguinarie di Cosa nostra, la stagione che lo ha visto protagonista, insieme a Totò Riina, Luciano Liggio e Bernardo Provenzano.
Descritto da tutti come un uomo molto intelligente e carismatico, Nitto Santapaola si trova agli arresti dal 18 maggio del ‘93, detenuto al regime di 41 bis, dove sta scontando ben 18 ergastoli.
Cosima D’Emanuele, mamma di Nitto, e le sue due sorelle, come in un macabro disegno, danno vita ad una dinastia di terrore: le tre famiglie più sanguinarie della mafia catanese, i Santapaola, gli Ercolano, e i Ferrera.
Nitto Santapaola nasce in via Santa Maria delle Salette a San Cristoforo dove, presso l’oratorio del quartiere, frequenta le elementari. Insieme al cugino Natale D’Emanuele frequenta invece le scuole medie in seminario e i due hanno tutta l’intenzione di diventare preti. Il percorso in seminario invece si interrompe e Nitto prosegue la sua formazione studiando come tipografo, anche se rimane per sempre dentro di lui un richiamo tutto personale alla fede coltivata in quegli anni di seminario: quando viene arrestato verrà ritrovata una bibbia sul suo comodino e una cappella di recente costruzione accanto alla sua abitazione.
Alla fine degli anni ‘60 Nitto, dopo sei anni di fidanzamento, sposa Carmela “Melina” Minniti, una ragazza che non è del suo ambiente, ma proviene da una famiglia borghese. Carmela ha sempre desiderato per i loro tre figli Vincenzo, Cosima e Francesco una vita normale, fuori dalla criminalità. Li farà infatti studiare in un istituto privato frequentato dall’alta borghesia catanese, ma il suo desiderio non potrà essere realizzato: il giorno dopo l’arresto del padre, infatti, i due figli maschi vengono arrestati e successivamente processati all’interno dell’operazione Orsa Maggiore.
Da sempre capo assoluto di Cosa nostra catanese e legato a Provenzano, Santapaola fin dalla fine degli anni ’70 riceve dalle mani della Commissione regionale presieduta da Riina una serie di “feudi”: oltre al mandamento di Catania, tutto il territorio della Sicilia orientale, la famiglia mafiosa di Lentini (capeggiata dai Nardo, già fedeli a Santapaola) la provincia di Siracusa – dove ad essere radicato sul territorio è il clan Bottaro di Solarino – e il controllo delle organizzazioni criminali locali esterne a Cosa nostra, fino ad arrivare a Messina, spartita tra i Santapaola, la ‘Ndrangheta dei De Stefano e Cosa nostra barcellonese, legata all’ala corleonese dalla quale riceve ordini.
In quanto personaggio chiave dentro Cosa nostra, è sempre Nitto Santapaola ad essere tra i conoscitori dei segreti sui mandanti esterni alle stragi, oltre a vantare legami con personaggi appartenenti ad ambienti di potere quali i quattro “Cavalieri dell’Apocalisse Mafiosa” – per usare le parole di Pippo Fava: Francesco Finocchiaro, Gaetano Graci, Carmelo Costanzo e Mario Rendo – con soggetti di spicco della massoneria e persino amicizie interne alla magistratura.
Santapaola è uomo che ha goduto di una superlatitanza protetta sin da quando, nell’82, Giovanni Falcone spicca un mandato di cattura nei suoi confronti per la strage di via Carini dove vengono uccisi il generale Carlo Alberto dalla Chiesa insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente Domenico Russo. A Siracusa, ad esempio – sono parole del pentito siracusano Francesco Pattarino, deceduto nel 2007 in circostanze misteriose in un incidente stradale nel maceratese – Santapaola trova rifugio a casa dell’amante del suo braccio destro, Francesco Mangion, il cui figlio è proprio il collaboratore di Siracusa. Sempre Pattarino riferisce infatti di aver visto Santapaola recarsi a trovare la madre presso la sua abitazione (dal boss usata appunto come nascondiglio) a bordo di un’auto della polizia dal lampeggiante acceso. La latitanza dorata del boss si conclude dieci anni dopo, nel ’93, quando viene arrestato, ma le ombre sui rapporti tra Cosa nostra catanese e pezzi delle istituzioni e della massoneria deviata, che nulla hanno da invidiare a quelli intessuti dalle famiglie mafiose palermitane, persistono.
Secondo alcune fonti e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, la stella di Santapaola comincia a calare nel momento in cui Riina impone a tutta Cosa nostra – catanese compresa – di adottare la strategia di attacco frontale contro lo Stato. Cosa che Santapaola, da sempre legato all’ala “trattativista” tutta provenzaniana, è alquanto restio ad appoggiare. Nonostante non abbia mai espresso un vero parere contrario – tanto da essere stato condannato come mandante interno a Cosa nostra per le bombe del ’92, avendo votato a favore delle stragi – Santapaola ha dei “tentennamenti” nel pianificare quegli omicidi contro poliziotti e magistrati invisi a Cosa nostra. Cosa che non sfugge al “capo dei capi” corleonese, forte dell’ala stragista capitanata dal cognato Leoluca Bagarella, dall’oggi pentito Giovanni Brusca, da Salvatore Biondino e, sul versante trapanese, da Matteo Messina Denaro. Da qui l’ordine di Riina di affiliare a Cosa nostra Santo Mazzei, detto “u’ carcagnusi”, appartenente a un’organizzazione criminale non mafiosa e soggetto inviso a Santapaola. Mazzei, che è anche amico personale di Bagarella, da quel momento in poi fa parte della famiglia mafiosa dei Santapaola, ma la sua fedeltà va direttamente a Riina, l’unico al quale il neo affiliato deve rendere conto delle sue attività criminali. La strategia stragista corleonese, nonostante Santapaola sia in disaccordo, scuote così anche le fondamenta di Catania quando, il 27 luglio 1992, viene ucciso l’ispettore Giovanni Lizzio per la sua attività contro il racket.
E se in Cosa nostra si vive soprattutto di segnali, anche la richiesta di Santapaola di nominare il fratello maggiore Salvatore capomandamento di Catania, preferendo per sé la “regia” dietro le quinte, è sintomo della non condivisione della strategia stragista che Riina, per tramite di Mazzei, impone anche sul territorio etneo.
A dare un ulteriore segnale della caduta dell’astro di Santapaola è un ex boss catanese che, dal carcere, segnala che l’uccisione da un momento all’altro di Nitto rientra ormai nei piani di Riina: l’eliminazione di una pedina “scomoda” quale è il boss catanese, infatti, consentirebbe al “capo dei capi” di mettere ai posti di comando il fedelissimo Mazzei, più accondiscendente a dichiarare guerra ai rappresentanti dello Stato che, in città, rifiutano di abbassare la testa di fronte al potere mafioso.
Nel 1993 Nitto Santapaola viene arrestato nel corso dell’operazione “Luna piena”, nelle campagne di Mazzarrone. Ma anche il fermo, che chiude una latitanza protetta da dieci anni, arriva solo con la misteriosa indicazione di un boss mafioso catanese, fedelissimo di Santapaola, che svela il nascondiglio del capomafia latitante. Forse per scongiurare il pericolo dell’omicidio voluto da Riina che, se fosse andato in porto, poteva essere compiuto addirittura per mano di Aldo Ercolano, nipote di Santapaola ma di “riiniane” vedute? Dopo l’arresto, ad ogni modo, il rischio corso da Santapaola non ha più ragione di esistere. E nel silenzio più assoluto, sul boss piovono condanne definitive, compresa quella per l’assassinio del giornalista Pippo Fava, per il quale Santapaola è stato il mandante.
Nel frattempo l’improvviso assassinio della moglie di Nitto, Carmela Minniti, rappresenta una vera e propria anomalia. Ad eseguire l’omicidio è Giuseppe Ferone appartenente a un’organizzazione criminale catanese esterna a Cosa nostra. Dopo il suo arresto, Ferone decide di collaborare con la giustizia, ma in quel 1° settembre del ’95, dopo essere “sfuggito” al controllo del Servizio Centrale di Protezione per recarsi a Catania – luogo a lui proibito dal programma dei collaboratori – vestito da poliziotto, bussa alla porta della Minniti e la colpisce al volto con una scarica di proiettili. Un omicidio di Stato? E perché, poi, un collaboratore di giustizia all’improvviso getta alle ortiche il contratto da lui stipulato con le istituzioni? Certo è che uccidere la moglie del Riina di Catania – perché tale è la caratura criminale di Santapaola – può voler dire due cose: o la famiglia mafiosa è finita, o non si tratta di un delitto di mafia. E, se è vero che i Santapaola regnano ancora oggi incontrastati a Catania, nonostante molti dei suoi esponenti siano in carcere, l’ombra di soggetti esterni a Cosa nostra si fa sempre più presente. Persino la reazione di Santapaola risulta essere tra le più anomale. In uno dei processi a suo carico il boss, nel momento delle dichiarazioni spontanee, dichiara di perdonare il killer della moglie e di volere la pace. Secondo alcune fonti esiste un retroscena a questa “dichiarazione di pace” da parte del boss catanese, sul fatto che Santapaola avrebbe contattato una potente personalità religiosa etnea, paventando la possibilità di una sua collaborazione e dunque la ricerca della migliore formula per compiere quel “salto” che avrebbe decretato la fine di Cosa nostra, dopo che Santapaola avesse rivelato tutti i segreti di cui è il depositario e ascoltati dalla bocca di Provenzano. A partire da quelli che si celano dietro le stragi, i motivi sottesi alla morte di Falcone, Borsellino e dalla Chiesa, i dialoghi tra Stato e mafia e con il narcotraffico mondiale, o perché era stata data la facoltà ai Cavalieri del Lavoro di Catania di mettere le mani su tutti gli appalti a Palermo. E ancora, i rapporti tra Cosa nostra e politici – tanto della Democrazia Cristiana quanto del partito Socialista – quelli con i servizi segreti e le famiglie di ‘Ndrangheta, tutti legami di cui Nitto Santapaola aveva piena conoscenza.
In questo contesto anche l’uccisione della moglie del capomafia catanese porta con sé un messaggio ben preciso: che la collaborazione non s’ha da fare. Con l’offerta del perdono, il boss risponde dunque al messaggio: “Io non parlerò”.
E questo senza contare che a Nitto Santapaola fa capo anche il delitto di Luigi Ilardo, confidente assassinato il 10 maggio del 1996. Un omicidio per il quale sono stati condannati all’ergastolo come mandanti dell’omicidio Vincenzo Santapaola insieme a Giuseppe “Piddu” Madonia, mafioso legato a doppio filo al boss catanese e a Provenzano. Alla latitanza di Nitto sarebbe collegata anche la morte del giornalista barcellonese Beppe Alfano che, secondo un filone d’inchiesta, è stato ucciso in quanto era a conoscenza – e dunque avrebbe potuto scrivere – della presenza di Santapaola a Barcellona Pozzo di Gotto, nel messinese.
Altra vicenda inquietante che ruota attorno a Santapaola è quella del suo mancato arresto a Terme di Vigliatore, quando il blitz contro il capomafia sfuma il 6 aprile ’93, giorno in cui il capitano Sergio “Ultimo” De Caprio, che quel giorno si trova nella zona dove era stato localizzato il giorno prima Santapaola, insieme al capitano Giuseppe De Donno e altri militari del Ros individua un uomo, scambiato per il latitante Pietro Aglieri. Dopo un inseguimento viene accertato che si tratta di un giovane incensurato, Fortunato Giacomo Imbesi, figlio di un imprenditore della zona.
Secondo la ricostruzione della Procura generale i militari del Ros, però, non si trovavano casualmente a Terme di Vigliatore, “ma ricevettero lo specifico ordine di servizio di recarsi quel giorno, in quel luogo, perché si doveva eseguire una operazione di polizia effettuando una preventiva ricognizione del territorio”, e alcuni dei quali “furono fatti venire anche da Milano e da altre sedi”. Non solo. I militari che diedero inizio all’operazione parcheggiarono “le autovetture dinanzi ad una villa posta a 50 metri di distanza dal locale nel quale il giorno precedente era stato intercettato il Santapaola ed invece di fare irruzione in quel locale, fecero una irruzione armata nella villa degli Imbesi”. Della vicenda il Ros non ritenne di informare né la magistratura che aveva intercettato il boss latitante, né il maresciallo Scibilia, della sezione anticrimine di Messina. Neppure negli atti ufficiali si trova traccia dell’incursione a villa Imbesi, nel cui verbale non viene indicato il nome dei militari che presero parte alla perquisizione e in cui manca la sottoscrizione delle persone che subirono la perquisizione. Ovviamente, a seguito dell’irruzione, Santapaola non si recò più nel luogo dove era stato individuato e la polizia lo arrestò solo il mese dopo, il 18 maggio.
Per concludere. Fino a quando i governi che si succederanno nel nostro Paese non dimostreranno con i fatti di voler sconfiggere la criminalità organizzata nessun Santapaola, Biondino, Madonia o Messina Denaro (se e quando verrà catturato) aprirà mai bocca di fronte allo Stato. Né rivelerà i segreti di cui è a conoscenza se non ci saranno inequivocabili segnali di una svolta, che passa anche per arrestare e processare non solo la cupola mafiosa, ma anche gli “intoccabili” che con la mafia si siedono al tavolo. Fino a quel momento, il pentimento di un boss come Santapaola resterà sempre e solo un’utopia.

fonte:antimafiaduemila

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