Borsellino: ”Mai nessun processo per l’agenda rossa di Paolo”

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“Non abbiamo mai avuto un processo per scoprire chi ha preso e dove è finita l’agenda rossa di Paolo Borsellino: in udienza preliminare sono stati sempre tutti assolti”. Ad affermarlo è stato Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso nella strage di via d’Amelio, all’atrio della Facoltà di Giurisprudenza di Palermo dove è in corso il convegno “Paolo Borsellino: pezzi mancanti di una strage annunciata”. “Questo – è l’amara considerazione del fondatore del movimento Agende Rosse vuol dire che non si vuole verità”.
“Io non saprò la verità completa – ha continuato Borsellino – ma almeno ho visto in queste due sentenze (trattativa e Borsellino quater, ndr) un barlume di verità, e continuerò a combattere affinchè la conoscano fino in fondo i miei figli e i miei nipoti. Ora siamo ad una svolta, e finalmente non ci possono più accusare di essere visionari che parlano di una trattativa ‘presunta’”.
“Come possiamo dirci un Paese democratico se è fondato sulle stragi del ’92 e ’93 e sul sangue di tanti innocenti e servitori dello Stato? – si è quindi chiesto Borsellino – a parlare non dobbiamo essere solo noi familiari: solo se saremo tutti a gridare riusciremo ad avere verità”.

Bongiovanni precisa: “Caltanissetta ha avuto anche magistrati coraggiosi come Di Matteo e Tescaroli”
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Il direttore di ANTIMAFIADuemila a chiusura dell’evento, collegandosi alle considerazioni di Salvatore Borsellino sulla procura di Caltanissetta ha precisato: “Per evitare di fare di tutta un’erba un fascio, non è il caso di Salvatore, è importante ricordare che in questi 20 anni ci sono stati due magistrati che a Caltanissetta hanno lavorato benissimo mettendo a rischio la loro vita: Luca Tescaroli e Nino Di Matteo”. “Tescaroli ha condotto le indagini sulla strage di Capaci e dell’attentato all’Addaura in primo e secondo grado – ha detto Bongiovanni entrando nello specifico dei meriti -. Il pubblico ministero Nino Di Matteo invece ha condotto il processo Borsellino ter. Fu da queste loro indagini che si iniziò a parlare dei mandanti esterni e di servizi segreti e furono loro a mettere sotto inchiesta Berlusconi e Dell’Utri come mandanti esterni. Assieme poi alle inchieste di Ingroia e Scarpinato sui sistemi criminali è iniziato un percorso che ci ha portato al processo trattativa e alla prima sentenza di condanna”.

Salvatore Borsellino: ”Devono uscire le responsabilità di aver depistato la verità sulla strage di Paolo”
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“La sentenza del processo Borsellino quater dice chiaramente che c’è stato un depistaggio sulle indagini ma a me non basta perché ora voglio che vengano fuori le singole responsabilità per aver deviato per 20 anni il corso della giustizia”. Lo ha dichiarato Salvatore Borsellino il fratello di Paolo Borsellino durante il suo intervento nel corso dell’evento organizzato dall’Associazione Culturale Falcone e Borsellino intitolato “Paolo Borsellino: pezzi mancanti di una strage annunciata” in ricordo del giudice ucciso il 19 luglio ’92 insieme agli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.
“Quello che più mi brucia – ha continuato il fondatore del movimento delle Agende Rosse – non è solo che c’è stato un depistaggio e che è stato ordito dai funzionari dello Stato, ma soprattutto mi brucia che il copione che è stato dato al falso pentito Scarantino era mescolato con elementi reali che poi sono stati ricostruiti. Quindi vuol dire che chi ha preparato il falso pentito conosceva la verità e avrebbe potuto usare quella conoscenza per arrivare alla verità. Invece è stata usata per allontanarla di 20 anni”. Perché? Si è chiesto il fratello del magistrato antimafia: “Ci sono due possibilità: o chi ha ordito il depistaggio aveva partecipato alla strage oppure era in contatto con una fonte che aveva partecipato all’organizzazione della strage, io ora mi aspetto che si indaghi su queste cose, non ci si può fermare qui!”.
“Mi aspetto – ha concluso Salvatore Borsellino che venga tolto a Caltanissetta il processo sulla strage di via d’Amelio perchè si è dimostrata inadatta ad arrivare alla verità” perché “una procura che ha ritardato di 20 anni la strada della verità non è una procura degna di portare avanti il processo sulla strage di Borsellino”.

Fabio Repici su caso Manca: “Ricerca della verità viene fermata quando c’è da indagare su apparati”
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“Ogni volta che emergono delle responsabilità di apparato accade che certe indagini vengono poi boicottate. Magari anche in maniera non voluta ma è questo che accade. Anche il caso Manca ha degli elementi. Ma serve la volontà di andare avanti nella ricerca delle prove”. A dichiararlo è stato l’avvocato Fabio Repici (legale della famiglia Manca, assieme ad Antonio Ingroia) intervenendo nel corso dell’evento organizzato dall’Associazione Culturale Falcone e Borsellino intitolato “Paolo Borsellino: pezzi mancanti di una strage annunciata” in ricordo del giudice ucciso il 19 luglio ’92 insieme agli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.
Repici ha ricordato che tra i soggetti che in qualche maniera emergono nel caso Manca vi è anche Giovanni Aiello, anche noto come “Faccia da mostro” oggi deceduto: “L’esperienza mi insegna che le indagini a volte non arrivano a risultati non solo perché non c’è la possibilità di raccogliere le prove ma, soprattutto, se non c’è la volontà di raccogliere prove. E questo è l’atteggiamento che si riscontra oggi. Giovanni Aiello, lo troviamo in tante cose. In Dna qualche tempo addietro si è parlato delle indagini sull’ex poliziotto. Vi erano le Procure di Bologna, Palermo, Caltanissetta, Catania e Reggio Calabria. Ebbene l’unica che riteneva inequivocabilmente di dover coltivare doverosamente le indagini su questo soggetto è stata la Procura di Reggio Calabria, rappresentata allora da Federico Cafiero de Raho e Giuseppe Lombardo. Una Procura che oggi sta processando Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone per gli attentati ai carabinieri tra il 1993 ed il 1994.
Per altri organismi inquirenti certe indagini non dovrebbero neanche iniziare. Ebbene su Aiello troviamo elementi anche nel fascicolo sull’omicidio di Attilio Manca.
Repici ha anche evidenziato come la ricerca della verità sia ancor più difficile quando questa si intreccia “con l’area geografica di Barcellona Pozzo di Gotto. Qui c’è un criminale come Rosario Pio Cattafi che persino al processo trattativa è riuscito a contrabbandarsi come un testimone di accusa. Dopo aver ottenuto certi benefici, però, al dibattimento si è avvalso della facoltà di non rispondere. Un altro ambasciatore della provincia di Messina, Francesco Paolo Fulci ha depistato sul capitolo della Falange armata. Sempre per allontanare la verità”. Secondo Repici “la porta della verità sarà senz’altro riaperta. Lo si deve ai familiari delle vittime di mafia come Angelina”.
Poi ha specificato: “Ci sono momenti, quando la politica è debole, in cui gli apparati arrivano ad impadronirsi del potere politico come è avvenuto nel 1993. Oggi può esserci questo rischio”.
Repici ha poi proseguito: “Oggi come sottosegretario al ministero degli Interni è stato nominato l’ex senatore Luigi Gaetti, un soggetto che già tempo addietro segnalai essere in contatto con esponenti degli apparti. Gaetti, in particolare ha una delega all’antimafia e alla Commissione centrale che decide le sorti dei collaboratori di giustizia e questo può essere preoccupante. Cosa accadrà a quei collaboratori che parlano delle responsabilità degli apparati in certi eventi? Tra questi vi è anche un pentito che ha deposto al processo trattativa e che oggi è indagato per calunnia dalla Procura di Palermo”.

Ingroia: ”Si faccia una Commissione civico-parlamentare sulle stragi coinvolgendo familiari vittime mafia”
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“A questo Governo che si dice del cambiamento lancio una proposta, quello di fare una legge per costituire una Commissione civico-parlamentare di inchiesta sulle stragi. Una Commissione dove non vi siano solo parlamentari ma anche rappresentanti della società civile, in particolare i familiari di vittime della mafia. Una Commissione con Presidenti figure come Salvatore Borsellino o Giovanna Maggiani Chelli. Una Commissione che non abbia solo rappresentanti capaci di mettersi solo la medaglia sul petto”. A lanciare la proposta è stato l’oggi avvocato Antonio Ingroia alla conferenza “Paolo Borsellino: pezzi mancanti di una strage annunciata” all’atrio della Facoltà di Giurisprudenza di Palermo in occasione del 26° anniversario della strage di via d’Amelio. Infine Ingroia ha concluso: “Se non sapremo affrontare le tragedie terribili del passato che hanno lasciato la prima e la seconda repubblica non potremo mai avere verità e giustizia”.

Ingroia: ”Grave e ingiusto quanto fatto a Di Matteo”
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L’ex pm di Palermo all’evento in ricordo di via d’Amelio: “Sentenza trattativa epocale”
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Quella della trattativa Stato-mafia è “una sentenza epocale” ha affermato l’ex pm di Palermo Antonio Ingroia alla conferenza “Paolo Borsellino: pezzi mancanti di una strage annunciata” all’atrio della Facoltà di Giurisprudenza di Palermo in occasione del 26° anniversario della strage di via d’Amelio.
L’ex magistrato che ha visto nascere le indagini sulla trattativa ha aggiunto che “sul ruolo dello Stato che tratta con la mafia dovrebbe esserci la più severa condanna morale” ricordando la “vergognosa menzogna” secondo la quale “gli uomini della trattativa sarebbero stati dei benefattori per aver salvato il Paese” quando invece “sono state insanguinate le stragi della Sicilia e del resto d’Italia” e se vite sono state salvate “sono quelle di alcuni politici della prima Repubblica”. Tuttavia, ha ricordato Ingroia, la Corte d’Assise di Palermo ha condannato uomini delle istituzioni non per aver trattato, ma “per aver minacciato i governi assieme ai mafiosi di cui sono stati complici”. Ingroia ha quindi sottolineato come questa sentenza “sia ancora più sconvolgente” alla luce di quella “del Borsellino quater, che dice che lo Stato ha depistato per coprire questa strage, e ha orchestrato il depistaggio per coprire la trattativa”.
Secondo l’ex pm ci troviamo oggi in una particolare “congiuntura politica” dove “non sono più al governo gli artefici degli anni del muro di gomma, i nemici della verità che hanno ostacolato le nostre indagini” anche se “non è stata fatta abbastanza pulizia in apparati, ministeri e burocrazie” così come “nella magistratura, dove gli intransigenti hanno fatto ben poca carriera”. “E’ grave, ingiusto e infondato – ha quindi aggiunto – quanto fatto nei confronti di Di Matteo, strumentalizzando le risultanze delle indagini di Caltanissetta per attaccare il meno responsabile di quel depistaggio, ma che agli occhi del sistema è colpevole di essere stato uno dei pm fondamentali dell’indagine e del processo sulla trattativa”. Poi, tornando all’attuale situazione politica, Ingroia ha commentato: “Non so se abbiamo un governo e un parlamento del cambiamento, ma oltre ad aspettare dobbiamo agire per metterli alla prova”. “Ritengo grave – ha infine concluso l’ex pm – la porta chiusa oggi, con 75 pagine totalmente inconsistenti, sull’archiviazione dell’omicidio di mafia e Stato contro Attilio Manca. Per i familiari dell’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, Ingroia è legale difensore insieme all’avvocato Fabio Repici.

Ingroia: ”Dopo il conflitto d’attribuzione di Napolitiano le fonti di prova istituzionali fecero un passo indietro”
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L’ex magistrato dichiara: “L’ex presidente della repubblica indicò i magistrati di Palermo come i nemici di Stato”
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“Quando l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sollevò il conflitto d’attribuzione nello stesso momento puntò l’indice accusatorio contro i magistrati di Palermo perché erano degli eversori che osavano ribellarsi alla più alta carica dello stato e quindi il senso era indicarli come i nemici con i quali non bisognava collaborare”. A dirlo è stato Antonio Ingroia, ex magistrato che si occupò del processo trattativa Stato-mafia e che questa sera al convegno in memoria della strage di via d’Amelio sta ricordando gli anni difficili che i magistrati di Palermo affrontarono prima e durante tutto l’iter processuale. “Tra il 2009 e il 2010 eravamo nella fase di grandi acquisizioni di verità e io dichiarai che eravamo entrati nell’anticamera della verità ma poi vennero gli anni degli attacchi,venne l’impegno perspicace, ostinato e continuativo di ostacolare la verità che mise in atto il presidente della repubblica del tempo Giorgio Napolitano. “Non è un caso che dopo quel conflitto di attribuzione – ha sottolineato Ingroia – si sono spente tutte le fonti di prova, si sono esauriti i ritorni di memoria degli smemorati di stato, di alti rappresentanti delle istituzioni che si presentavano in questura spontaneamente per raccontare quello che era accaduto 20 anni prima. Tutti questi fecero un rapido passo indietro e perfino i mafiosi smisero di collaborare” perchè probabilmente si chiesero “che garanzie potevano offrire i magistrati così delegittimati dallo Stato stesso”.
“Se oggi dobbiamo fare un bilancio – ha aggiunto Ingroia alla luce anche della sentenza del 20 aprile – dobbiamo constatare che siamo ancora oggi orfani della verità che nonostante tutto questi successi, noi siamo difronte a indagini incompiute ed incomplete. Il nostro paese non è in Democrazia perché non ha la verità sui più terribili fatti della nostra storia” e questo “problema ritarda tutti noi, perché un popolo senza storia non può costruire il proprio futuro”. Con “questa consapevolezza dobbiamo sapere che grazie alla sentenza sulla trattativa Stato-mafia ed alla sentenza sul quarto processo per la strage di Borsellino abbiamo una straordinaria opportunità perché ci danno uno strumento da cui partire”.

Antonio Ingroia: ”Strage di via d’Amelio strage di Stato”
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“Depistaggio messo in atto non per coprire mafiosi ma se stesso”
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“Oggi possiamo dire che la strage di via d’Amelio è stata una strage di Stato. Ma si era intuito sin dal 20 luglio, anzi sin dalle ultime ore del 19 luglio 1992. Noi magistrati ci riunimmo spontaneamente negli uffici della Procura e sentivamo che lo Stato, di cui facevamo parte, era colpevole. Era uno Stato assassino”.
A dichiararlo è stato l’ex pm Antonio Ingroia nel corso dell’evento organizzato dall’Associazione Culturale Falcone e Borsellino intitolato “Paolo Borsellino: pezzi mancanti di una strage annunciata” in ricordo del giudice ucciso il 19 luglio ’92 insieme agli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. “Noi sapevamo che Borsellino aveva incontrato Bruno Contrada al Viminale – ha proseguito l’ex magistrato ricordando che la sentenza di Contrada resta ancora oggi definitiva – Quelle cose che aveva saputo da Mutolo le aveva condivise con qualche collega. E qualche tempo dopo procedemmo”.
Parlando delle due sentenze, “Trattativa Stato-mafia” e “Borsellino Quater”, Ingroia le ha poi definite come “sentenze epocali”. “Queste due sentenze – ha aggiunto – vanno lette assieme. La Corte d’Assise di Caltanissetta parla del più grave depistaggio nella storia del Paese. Lo Stato ha messo in campo mezzi e uomini come il Capo dei Servizi segreti o come chi Arnaldo La Barbera, si è scoperto poi essere a libro paga dei servizi segreti. E questo depistaggio c’è stato non per coprire i mafiosi ma per coprire se stesso. E la conferma viene proprio dalla sentenza. Ci sono tasselli che vanno messi insieme. E io ebbi un incontro con Gianni Tinebra, il procuratore capo di Caltanissetta. In quell’incontro lui mi chiese se avevo informazioni di rilievo. Io raccontati proprio quello che Paolo Borsellino ci disse su Bruno Contrada e quell’incontro al ministero degli Interni. Lui, anziché verbalizzare, scelse qualche giorno dopo di chiedere a Contrada di seguire le indagini”. Ingroia ha ricordato che proprio dai Servizi segreti arrivarono le informative in cui si accendevano i riflettori su Vincenzo Scarantino, il “falso pentito”. “Coincidenze? – si è chiesto ancora l’ex magistrato – Credo di no. Questi sono i pezzi mancanti che ci fanno capire e sapere il perché quella fu una strage di Stato”.

Bongiovanni: ”Sentenza trattativa ha fatto giustizia”
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26 anni dopo via d’Amelio al convegno “Paolo Borsellino: pezzi mancanti di una strage annunciata”
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“Non so se definirla una vittoria, ma intanto è stata fatta giustizia”. Così Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafia Duemila, ha commentato la sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia, nel corso dell’evento “Paolo Borsellino: pezzi mancanti di una strage annunciata” in ricordo del giudice ucciso il 19 luglio ’92 insieme agli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.
“Oggi – ha proseguito Bongiovanni – possiamo dire con più certezza che le stragi del ’92 e ’93 sono anche di Stato, dove Cosa nostra è stata esecutrice materiale ma ci sono personaggi tuttora al potere che hanno probabilmente concorso nelle stragi. E io credo che le abbiamo anche chieste”.
Quindi il direttore di Antimafia Duemila ha fatto cenno alla sentenza del processo Borsellino quater, “dura e spietata” in quanto sancisce “che è stato creato il più grave depistaggio della storia della Repubblica” con la creazione del falso collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino. Bongiovanni ha però auspicato “di non fossilizzarsi solo sul depistaggio” che impedirebbe “di guardare la strage a 360 gradi”, riferendosi “alle scoperte che in quella procura (di Caltanissetta, ndr) i dottori Di Matteo e Tescaroli fecero su quei mandanti esterni e i pezzi mancanti che via d’Amelio ha ancora oggi”. “Bisogna cercare i depistatori – ha sottolineato Bongiovanni – ma anche chi ha voluto la strage”, citando alcune circostanze inquietanti, come il soggetto esterno a Cosa nostra presente in fase di preparazione della strage e descritto dal pentito Spatuzza. O alle dichiarazioni del pentito Salvatore Cancemi, il quale aveva rivelato che un giorno, mentre si trovava in tribunale a Palermo, l’avvocato Rosalba di Gregorio (che ha smentito l’accaduto) gli aveva confidato di aver saputo che c’era un grosso corleonese latitante – Provenzano, secondo il pentito – in contatto con i servizi segreti. Proprio durante il processo Borsellino ter, ha ricordato Bongiovanni, per la prima volta “si parlò di trattativa, in occasione dell’interrogatorio del pentito Giovanni Brusca. Quindi il direttore di Antimafia Duemila ha chiesto al nuovo governo dei “segnali forti contro la lotta alla mafia” per prendere le distanze “dai governi degli ultimi 150 anni, che hanno promesso e poi non mantenuto”. “I primi segnali, però – ha concluso – non sono buoni”.

”Riina disse: ‘Io al Governo gli dovevo vendere i morti”’, l’attrice Insardà legge parti della requisitoria del trattativa Stato-mafia
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All’atrio di giurisprudenza la conferenza per l’anniversario della strage di via d’Amelio
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“Oggi siamo qui assieme per fare memoria in questo atrio, intitolato, grazie all’impegno dell’associazione Contrariamente, a Falcone e Borsellino. Siamo qui affinché questo atrio non sia fatto solo di lapidi e colonne ma sia fatto da persone che parlano e non si rassegnano”. Con queste parole il professore onorario di Diritto processuale penale Giuseppe Di Chiara ha aperto, assieme a Manfredi Germanà dell’associazione studentesca, la conferenza “Paolo Borsellino: pezzi mancanti di una strage annunciata” organizzato dall’Associazione Culturale Falcone Borsellino assieme a Contrariamente in occasione del 26° anniversario della strage di via d’Amelio.
L’evento è stato quindi accompagnato dalle parole di speranza della poetessa palermitana Lina La Mattina, che ha recitato la sua ultima poesia “Spiragli di verità”, seguita dai ragazzi di OurVoice, il movimento culturale di giovani artisti che denunciano ingiustizie e criminalità attraverso le loro passioni artistiche. Sonia Bongiovanni, fondatrice del movimento e Elisa Pagano, componente del gruppo, hanno recitato due monologhi contro l’omertà e la mancanza di giustizia che ancora persiste attorno alle stragi del ’92.
Ad entrare nel vivo della conferenza è stata l’attrice Annalisa Insardà recitando dei passaggi tratti dalla requisitoria del processo trattativa Stato-mafia: “Era il 18 agosto del 2013. Riina parla con Lorusso degli omicidi e delle stragi del 1992 e, in quell’occasione, a parole sue, descrive l’essenza dell’art.338: “Io al Governo gli dovevo vendere i morti, gli devo vendere i morti. Al Governo io gli devo dare i morti”. Ed è questa, esattamente questa, l’essenza dell’imputazione che noi muoviamo agli imputati mafiosi”. E ancora: “Poi ci sono degli altri imputati che per semplificare possiamo definire imputati istituzionali, cioè appartenenti al mondo delle Istituzioni. In particolare sono due gli uomini politici: Dell’Utri, ancora imputato, e l’onorevole Mannino, nei cui confronti pende il giudizio di appello dopo un’assoluzione. Politici che, in momenti diversi e con ruoli diversi, hanno fatto prima da motore e poi da cinghia di trasmissione di quella minaccia rivolta da Cosa nostra al corpo politico dello Stato”.

Foto © Paolo Bassani

fonte:antimafiaduemila

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