Strage dei Georgofili, 25 anni dopo si riparte dai ”mandanti esterni”

La pretesa di giustizia dell’eccidio di Firenze
di Aaron Pettinari


Questa notte, all’una e zero quattro, la città di Firenze si fermerà nel ricordo della strage che danneggiò gravemente parte della Galleria degli Uffizi e del Corridoio Vasariano, distruggendo per sempre alcune opere d’arte, ma soprattutto stroncò la vita di Dario Capolicchio, 22 anni, bruciato davanti agli occhi della fidanzata Francesca Chelli, e della famiglia Nencioni: Fabrizio, la moglie Angela Fiume e le due bimbe Nadia, 9 anni, e Caterina, 50 giorni, oltre a una quarantina di feriti.
Così Cosa nostra decise di colpire il cuore dello Stato in “Continente”. I duecentocinquanta chili di tritolo, piazzati all’interno di un furgone Fiat Fiorino, provocarono un cratere della lunghezza di 4 metri e 20, profondo un metro e 30. Venticinque anni dopo non si può dimenticare il calvario dei familiari che ancora chiedono giustizia. Perché le sentenze fin qui avute la restituiscono solo in parte. Si conosce il volto dei mafiosi responsabili dell’attentato. Il 6 giugno 1998 boss mafiosi del calibro di Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro (tuttora latitante), Leoluca Bagarella, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Filippo Graviano, Cosimo Lo Nigro, Antonino Mangano, Gaspare Spatuzza, Salvatore Benigno, Gioacchino Calabrò, Cristofaro Cannella, Luigi Giacalone e Giorgio Pizzo sono stati condannati all’ergastolo per le stragi di Firenze, Roma e Milano. Le posizioni di altri due imputati di primo piano, come il capo dei capi, Totò Riina e il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, vennero invece stralciate (nel 2000 entrambi vengono condannati ugualmente all’ergastolo). Il 27 luglio del ’99 venne depositata la motivazione della sentenza del primo processo nella quale le inquietanti “trattative” tra Stato e mafia riaffiorano con tutte le loro ombre. Il 6 maggio del 2002 la Corte di Cassazione confermò le 15 condanne all’ergastolo per i boss di Cosa Nostra ritenuti mandanti ed esecutori delle stragi del ‘93.
Ma perché Cosa nostra aveva “spostato” il proprio obiettivo dalla Sicilia (dove nel 1992 morirono Falcone e Borsellino nello spazio di 57 giorni) fino al cuore dell’Italia? Le sentenze spiegano come quelle stragi del 1993 servivano per condizionare il funzionamento degli istituti democratici e lo svolgimento della vita civile del paese e ottenere un allentamento del regime del 41 bis. Alle inchieste che ricostruirono ciò che accadde e il movente della strage lavorò un pool di magistrati fiorentini che era composto da Gabriele Chelazzi, Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini, sotto la guida dell’allora procuratore capo della Repubblica Pier Luigi Vigna, coadiuvato dal procuratore aggiunto Francesco Fleury.
Poi c’è stata anche la sentenza a carico del boss Francesco Tagliavia, condannato all’ergastolo.
E’ nelle motivazioni della sentenza di primo grado che nero su bianco si scriveva che la trattativa “indubbiamente ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des” e addirittura scrissero che “l’iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia” “l’obiettivo che ci si prefiggeva, quantomeno al suo avvio, era di trovare un terreno con Cosa nostra per far cessare la sequenza delle stragi”.
E lo scorso 20 aprile si è concluso proprio il processo sulla trattativa Stato-mafia con la Corte d’Assise di Palermo che ha condannato il boss mafioso Leoluca Bagarella a 28 anni di reclusione, il boss mafioso Antonino Cinà a 12 anni, l’ex senatore Marcello Dell’Utri e gli ex vertici del Ros Antonio Subranni e Mario Mori a 12 anni, l’ex colonnello Giuseppe De Donno a 8 anni. Condannato a 8 anni per calunnia Massimo Ciancimino mentre per quello di “falsa testimonianza” è stato assolto l’ex ministro Nicola Mancino. Per il pentito Giovanni Brusca è diversamente intervenuta la prescrizione. Aspettando di leggere le motivazioni della sentenza un altro “pezzo di verità” è stato disvelato.

Il volto dei mandanti esterni
“Bisogna indagare su qualsiasi elemento nuovo, per verificare che non sia rimasto nulla di inesplorato” ha detto il procuratore capo di Firenze e della Dda, Giuseppe Creazzo, a proposito delle indagini sulla strage. Da qualche mese la procura di Firenze ha aperto una nuova inchiesta sui cosiddetti ‘mandanti occulti’ dell’attentato. All’esame degli investigatori della Dia ci sarebbero ore e ore di conversazioni, intercettate per circa un anno e mezzo proprio nell’ambito dell’inchiesta dei pm di Palermo sulla ‘trattativa Stato-mafia’, avute in carcere dal boss Giuseppe Graviano durante l’ora d’aria.
“Berlusconi mi ha chiesto questa cortesia, per questo c’è stata l’urgenza… Lui voleva scendere… però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa” diceva il boss di Brancaccio al camorrista Umberto Adinolfi. Così è stato riaperto il fascicolo (affidato al sostituto Luca Turco e al pm Angela Pietroiusti, ndr) contro l’ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e l’ex senatore Marcello Dell’Utri (già condannato a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa) nuovamente indagati nell’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993, che colpirono Firenze, Roma (chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro) e Milano (via Palestro).
Sia Berlusconi che Dell’Utri già per due volte sono indagati e archiviati in mancanza di riscontri sufficienti.
Oltre vent’anni fa li aveva indagati, sotto le sigle “Autore 1” e “Autore 2”, in un’inchiesta che partiva dalle stragi del 1993 fino ad arrivare alla mancata strage dello Stadio Olimpico di Roma del ‘94. Per gli inquirenti quei fatti di sangue rientravano “in un unico disegno che avrebbe previsto una campagna stragista continentale avente come obiettivo strategico (anche) quello di ottenere una revisione normativa che invertisse la tendenza delle scelte dello Stato in tema di contrasto della criminalità mafiosa”. “Nel corso di quelle indagini – si leggeva ancora nel decreto di archiviazione del ‘98 – erano stati acquisiti diversi elementi che avvaloravano l’ipotesi di un’unitaria strategia dell’organizzazione mafiosa finalizzata a condizionare le scelte di politica criminale dello Stato e a ricercare nuovi interlocutori da appoggiare nelle competizioni elettorali”. Dal canto suo il Gip aveva evidenziato che le indagini svolte avevano “consentito l’acquisizione di risultati significativi solo in ordine all’avere Cosa nostra agito a seguito di inputs esterni, a conferma di quanto già valutato sul piano strettamente logico; all’avere i soggetti (cioé gli indagati Dell’Utri e Berlusconi, ndr) di cui si tratta intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato, all’essere tali rapporti compatibili con il fine perseguito dal progetto”. Il giudice concludeva affermando che, sebbene “l’ipotesi iniziale abbia mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità”, gli inquirenti non avevano “potuto trovare – nel termine massimo di durata delle indagini preliminari – la conferma delle chiamate de relato e delle intuizioni logiche basate sulle suddette omogeneità”. Anche a Caltanissetta, dal ’98 al 2001, su quegli stessi personaggi avevano indagato il pm Luca Tescaroli e Nino Di Matteo. Ma anche in quel caso l’indagine fu poi archiviata.

Con Spatuzza nuova riapertura
A Firenze il fascicolo è stato poi riaperto una seconda volta nel 2008, dopo le confessioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Quest’ultimo, giudicato attendibile in molte corti d’assise e da ultimo dalla Corte di Cassazione che ha confermato alcune ulteriori condanne per la strage di Capaci, ha raccontato di un dialogo avuto con Giuseppe Graviano che gli riferì chiaramente che “con Berlusconi e Dell’Utri c’avevamo il Paese nelle mani”. Nonostante ciò l’inchiesta fu archiviata.
Oggi il nuovo capitolo.
Secondo l’avvocato Danilo Ammannato, che durante la sua discussione al processo trattativa definì l’imputato Mario Mori come moralmente responsabile della strage, quell’attentato fu una delle tappe della “catena minatoria” per contrastare la linea della fermezza dello Stato.
Oggi Giovanna Maggiani Chelli, madre di Francesca e Presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime dei Georgofili, torna a chiedere verità e giustizia: “Dopo 25 anni sentiamo il peso dell’aria che spira intorno a noi. Ma non sono ancora stanca e non lo sarò mai, di chiedere verità. Sono invece molto arrabbiata e quindi decisa a non fermarmi”.
“Quello che posso constatare è che siamo nelle stesse condizioni di 25 anni fa – ha aggiunto – Non posso dimenticare che Gabriele Chelazzi (già nel 1996 aveva tentato di seguire lo stesso filone di indagini di oggi. Ci sono gli stessi nomi e non è cambiato nulla. Qualche spiraglio lo ha aperto la sentenza del processo a Palermo, anche se non si tratta di un processo per strage ma per attentato a corpo politico dello Stato. Aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza perché si parla anche delle stragi del 1993 e magari c’è qualche spiraglio in più. La trattativa? Già la Cassazione a Firenze aveva detto che si era verificata”.
Tornando a parlare delle nuove indagini ha proseguito: “Certo non è facile ripensando a quante volte siamo andati vicini a scoprire i ‘mandanti occulti’, quelle persone, forse politici, che potrebbero aver ‘ispirato’ i boss di cosa nostra. Se un magistrato ‘certosino’ come Chelazzi fu costretto a chiudere l’inchiesta solo per la scadenza dei termini, era convinto ci fosse un livello superiore noi non possiamo fermarci”.
Certo è che alla nuova inchiesta aperta dalla procura fiorentina Maggiani Chelli guarda con “speranza”.
Parlando delle intercettazioni registrate in carcere tra Giuseppe Graviano ed Adinolfi ha commentato: “Il boss di Brancaccio in carcere, parla con il suo compagno di cella Adinolfi. E lo fa liberamente senza sapere di essere intercettato come dimostra il fatto che gli racconta anche come è riuscito ad avere rapporti sessuali con la moglie, a metterla incinta, mentre era al 41 bis. Sono cose che un boss mafioso non racconterebbe mai se sapesse di essere ascoltato”.
Ed infine una richiesta: “Che si arrivi ad un processo per strage a Firenze. Solo così si potrà compiere un nuovo passo verso la verità su questi fatti”.

fonte:antimafiaduemila.com

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