Militari esaltano la repressione ore prima della marcia del silenzio

di Jean Georges Almendras – 20 maggio 2018

marcia del silenzio montevideo
Anche questo 20 maggio, ancora una volta, ci siamo dati appuntamento per essere presenti alla ventitreesima Marcia del Silenzio, lungo l’Avenida 18 de Julio della città di Montevideo, capitale dell’Uruguay.  “Impunità: responsabilità dello Stato ieri ed oggi”, e “il giorno in cui il silenzio grida” sono stati gli slogan che abbiamo portato in alto per la strade di Montevideo, nella consapevolezza che una marcia di questa natura dovrebbe essere più partecipata e sentita anche in tutto il resto dell’anno. Così da renderla più energica, senza però perdere la sua essenza di mobilitazione pacifica ma rimarcando che la lotta contro l’impunità non si riduce alla militanza di un solo giorno altrimenti la cultura dell’impunità è viva e presente tra noi per i restanti 364 giorni dell’anno. Un’impunità di cui non è esente lo Stato uruguaiano, perché sotto differenti forme – spesso alquanto sottili – le fomenta e le fortifica.
In che modo impera ? Quando i nostri governanti – che rappresentano idee progressiste- hanno dimostrato inefficienza, insensibilità e complicità con chi, dall’ombra – civili e militari – sin dalla nascita della democrazia in Uruguay, non ha fatto altro che minare qualsiasi strada verso la giustizia.
Una impunità che ipera ad esempio, quando 48 ore prima della marcia, il Comandante dell’Esercito uruguaiano, Guido Manini Ríos, durante un evento pubblico (in commemorazione del Giorno dell’Esercito, un nuovo anniversario della Battaglia de las Piedras) rivendica la repressione interna delle Forze Armate.
A denunciarlo María Victoria Moyano Artigas, figlia di due desaparecidos uruguaiani e nipote ritrovata dalle Nonne di Plaza de Mayo in comandante rios maniniArgentina, che ora marcia nelle strade di Montevideo.
Sono sorpresa che 48 ore prima della marcia del silenzio il capo dell’Esercito si sia lasciato andare a simile apologia della repressione interna delle Forze Armate difronte al Presidente – ha detto María Victoria Moyano ai giornalisti de La Izquiera Diariocosa che per di più è illegale in Uruguay, perché a loro non viene permesso di intervenire in affari interni, invece nessuno li ha conestati. Inoltre è stato proprio l’Esercito Uruguaiano a riconoscere pubblicamente il sequestro, la tortura e la scomparsa delle persone”.
Questo personaggio era già stato denunciato dalle Madres e Familiares per aver mentito sui luoghi di sepoltura dei desaparecidos durante la dittatura, – ha aggiunto secca – e inoltre rivestì delle cariche durante il Terrorismo di Stato ed ebbe tre promozioni durante quel periodo”.
Mentre ci troviamo a combattere per il processo e la punizione contro i repressori della dittatura civico militare, nei Tribunali dell’Uruguay, Italia e Argentina, (recentemente si è riusciti anche a far destituire il torturatore Miguel Zuluaga* dell’AUF dove era capo della sicurezza,che dovrebbe essere processato e condannato), dobbiamo ascoltare queste provocazioni da chi vuole rafforzare le Forze Armate per mantenere intatta la loro impunità di fronte ai gravi delitti di lesa umanità che hanno commesso, e i loro privilegi nella Previdenza Pensionistica per i militari che illegalmente fanno pagare a tutti i lavoratori uruguaiani”, ha concluso María Victoria Moyano.

Da segnalare che prima della sfilata militare che chiudeva il cerimoniale, il Comandante dell’Esercito Manini Ríos si è rivolto al Presidente Vázquez in termini non meno significativi e preoccupanti: “Vogliono dimostrarle a modo loro che la loro volontà di servire è intatta che il loro morale è più alto che mai, che l’Esercito di cui fanno parte è in piedi e niente né nessuno lo metterà mai in ginocchio“.
Che il Comandante dell’Esercito si sia espresso in questi termini 48 ore prima di una marcia come quella del silenzio, focalizzata espressamente nella pretesa di giustizia, ovviamente lascia perplessi e risulta alquanto pungente.
È evidente che si è voluto far passare questo messaggio pubblicamente e alla presenza del Presidente della Repubblica, Tabaré Vàzquez, che in fin di conti è il Capo Supremo delle Forze armate, il che aggrava ulteriormente la situazione del Comandante (e se si vuole dello stesso Presidente che di certo dovrebbe adottare delle misure), fermo restando che quelle parole risultano notoriamente offensive per chi ha sofferto le conseguenze della repressione militare in tempi di dittatura.
Ed è palese anche che i militari uruguaiani sono afferrati ad una posizione che si contrappone ad un regime democratico che ha il dovere di difendere i Diritti Umani, e quindi punire i chi li ha violati.
Dalla nascita della democrazia in Uruguay sono stati trovati ad oggi solo quattro resti di detenuti scomparsi, ed in tutto questo tempo, nonostante siano stati portati dietro le sbarre alcuni repressori e personaggi come Juan Marìa Bodaberry, Gregorio Álvarez (entrambi ormai deceduti), e Juan Carlos Blanco, l’elenco di persone che non hanno ancora messo piede in tribunale è esteso.
Un elenco che ha messo il governo uruguaiano – che si vanta di essere di sinistra e progressista – sotto la lente d’ingrandimento di organizzazioni di diritti umani, locali ed internazionali, essendo un governo dove le indagini su civili, poliziotti e militari, accusati di violazioni di diritti umani, vanno a passo di lumaca, come la localizzazione dei resti dei detenuti desaparecidos, sepolti in terreni di strutture militari, grazie all’omertá di membri delle forze armate. Più che evidente anche il modo poco etico di tergiversare la verità, come avvenuto quando lo stesso Maggiore dell’Esercito Guido Manini Ríos, non molto tempo fa, fornì dati errati riguardo i luoghi dove si diceva fossero sepolti resti di detenuti scomparsi.
Il Comandante dell’Esercito fornì dati falsi sfacciatamente senza venir in alcun modo ammonito dal Presidente della Repubblica, Capo Supremo delle Forze armate. Una situazione che essenzialmente, oltre a ferire la sensibilità dei parenti dei detenuti scomparsi, tacitamente potrebbe perfino essere interpretata come una sottile complicità con i militari, nel per niente malcelato compito di ostacolare il lavoro degli investigatori.
Infine, c’è molto da dire della realtà uruguaiana in materia di indagini su reati legati ai Diritti umani. Perché poco si è avanzato su questo punto della realtà nazionale e molto si è fatto per lasciare che il tempo chiuda le ferite e i colpevoli restino puniti, e la verità non esca alla luce pubblica.
C’è anche molto da dire della Marcia del Silenzio che è l’espressione di un popolo che cerca la giustizia e punta il dito contro lo Stato responsabile dell’impunità: ieri ed oggi.
E ciò è più di uno slogan. È la sintesi di fatti e situazioni visibili, tangibili.
La parola d’ordine della Marcia del Silenzio di questo 20 maggio, dovrebbe portarci inesorabilmente ad un cambiamento della matrice della Marcia in sé, perché credo sia ora che lungo la nostra strada principale echeggino le voci dei parenti dei detenuti desaparecidos e delle nuove generazioni che ci accompagnano. Voci che gridando che siamo in una corsa contro il tempo, prima che i colpevoli si portino nella tomba i luoghi dove sono le sepolture clandestine, e prima che la cultura dell’impunità diventi sempre più intoccabile, con la complicità dei governanti e di alcuni uomini e donne del sistema politico e del sistema giudiziario.
Perché dietro questo complesso panorama, facendo un po’ di storia, non dobbiamo dimenticare che sicuramente il Patto del Club Naval del 1984 c’entra molto in tutto questo.
maría victoria moyanoMa questa è un’altra storia, non lontana della storia del 2018. Una storia che merita di essere approfondita, da lei amico lettore. Glielo assicuro.
Cominciamo dall’opinione della figlia della detenuta desaparecida uruguaiana María Asunción Artigas: la nipote recuperata María Victoria Moyano Artigas, è oggi una coraggiosa e carismatica combattente, madre lei stessa e prossima a laurearsi da avvocato, risiede con sua figlia ed il suo compagno a Buenos Aires.
E concludiamo con due frammenti del recente comunicato stampa (*), precisamente redatto da membri della famiglia di María Asunción Artigas residenti a Montevideo, cioè, la mamma di María Victoria Moyano nata in cattività nella decada dei settanta, nel Centro di Detenzione Clandestino denominato Pozzo di Banfield, in provincia di Buenos Aires.
Lo stato uruguaiano con i suoi funzionari civili e militari durante la dittatura sono i responsabili della persecuzione politica di migliaia di prigionieri politici, delle violazioni, delle torture, degli assassinii e sparizioni forzate durante l’epoca del terrorismo di stato nel paese. Uno stato  uruguaiano ed il suo regime politico responsabile dell’impunità imperante ancora oggi. In Uruguay, a fine dittatura, i partiti politici e repressori strinsero dei patti, degli accordi adottati a livello legislativo che introducevano delle norme anche a livello Giudiziario per garantire l’impunità, impedendo che finissero sotto processo e in ultima chance concedendo dei benefici, come gli arresti domiciliari, ai pochi repressori già condannati dopo decenni”.
Ancora una volta, questo 20 maggio, ci siamo dati appuntamento per essere presenti alla Marcia del Silenzio. Ancora una volta chiediamo, esigiamo e rivendichiamo che la Marcia del Silenzio non continui a cullarsi nell’indifferenza dei responsabili dell’impunità.
Ancora una volta, questo 20 maggio, ci siamo dati appuntamento per essere presenti alla Marcia  del Silenzio. E siamo presenti
Ma ritengo, dopo 23 marce, che è tempo che le nostre voci si sentano dai quattro punti cardinali
E che siano ascoltate dai governanti. E non solo una volta all’anno.
È tempo che siano ascoltate. Forte. Ben forte.
Così capiranno una volta per tutte il messaggio, dopo 23 anni. Forse.

*Foto di Copertina: www.elmuerto.com    
*Foto 2: www.diarioelpais.com Comandante dell’Esercito
*Foto 3: www.laizquierdadiario.com María Victoria Moyano

fonte:antimafiaduemila.com

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