Anche le parole di Fiammetta Borsellino sono una Boiata Pazzesca?

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di Saverio Lodato
Una pietra tombale è piombata ora sulle parole di Fiammetta Borsellino. Il che merita più di una riflessione. Le sue parole non fanno più gioco ai difensori a oltranza della Trattativa Stato-mafia… a fin di bene… Gli interessi adesso sono altri. Fiammetta Borsellino sembrava andar bene quando certuni usarono le sue parole per tirare in ballo il pubblico ministero, Nino Di Matteo; il quale si presentò spontaneamente alla commissione parlamentare antimafia per raccontare come erano andate davvero le cose. Ma quello era un altro “momento storico”, quando molti picchiavano duro nella speranza che il processo di Palermo andasse a carte quarantotto.
Andando in prestito da Leonardo Sciascia, potremmo dire che stiamo assistendo, in vicende di mafia, al definitivo tramonto del carabiniere a cavallo, inteso come perenne “richiamo all’ordine”. E l’ordine è, in Italia, – diceva Sciascia – “parola sciagurata”. Ci torneremo fra un po’.
Le condanne (che non sono né “dure” né “pesanti”, essendo semmai il risultato del libero convincimento di una Corte d’Assise) che sono state inflitte agli imputati del processo di Palermo, hanno infatti provocato e continuano a provocare non poco scompiglio in quel club degli opinionisti che per una mezza dozzina d’anni aveva ripetuto che tale processo altro non fosse che una “boiata pazzesca”. Lo scompiglio si percepisce a occhio nudo, leggendo i loro commenti post-sentenza, nel fatto che l’etichetta di “boiata pazzesca” non c’è più, svanita, evaporata per sempre.
Certo.
Fossero un tantino più intellettualmente imparziali, avrebbero dovuto limitarsi a osservare: “Evidentemente c’era dell’altro in quel processo. Evidentemente ci sbagliavamo. Non si trattava di una ‘boiata pazzesca’”.
E predisporsi, con buona scorta di pop corn e patatine – come va per la maggiore adesso -, alla visione dei film successivi, quello del processo di secondo grado e quello del verdetto di Cassazione.
Siccome però stiamo parlando di gente che sa il fatto suo – da Giuliano Ferrara a Emanuele Macaluso, da Bordin a Fiandaca allo storico Lupo, a non voler nominare i componenti di seconda e terza fila – stiamo assistendo a piroette da circo equestre. Una delle quali è stata indicata proprio da Nino Di Matteo, ieri sera, intervistato da Bianca Berlinguer a “Carta bianca”.
La piroetta è questa. Ora dicono: va bene, sono stati condannati a 12 anni Mario Mori e Antonio Subranni, a 8 anni Giuseppe De Donno, massimi rappresentanti del Reparto Operativo Speciale dei carabinieri, all’epoca dei fatti; ma chi erano i loro “mandanti”? Possibile che fecero tutto da soli? Da chi presero gli ordini? Insomma: non se la bevono.
Ed essendo su questo argomento, proverbialmente, filosoficamente, storicamente, alquanto famelici, vanno alla carica, e qui ritornano i carabinieri a cavallo di memoria sciasciana: perché si tira la croce addosso soltanto a Silvio Berlusconi, visto che la Trattativa si svolse anche in presenza del “governo Amato” e del “governo Ciampi”? Come ci si permette di “infangare” solo ed esclusivamente “Forza Italia”? Perché non vengono nominati anche gli altri politici?
In sé, non sarebbero domande strampalate.
Ché, certo, la Trattativa Stato-mafia non fu solo farina del sacco di tre carabinieri, per quanto appartenenti a un reparto d’eccellenza.
Ché, certo, tantissimi Uomini di Stato hanno religiosamente tenuto la bocca chiusa su quanto accadde in quegli anni.
Ché, certo, non di soli Berlusconi e Dell’Utri si è nutrita la pianta marcia della Trattativa Stato-mafia.
Ma avanzate da loro, queste domande che strampalate non sono, si traducono per forza di cose in piroetta da circo.
Insomma: è piroetta da circo, non se ne abbia a male nessuno, lamentarsi ora che fosse “incompleto”, quello stesso processo che, per una mezza dozzina d’anni, si pretese non fosse altro che una “boiata pazzesca”.
Volete la controprova del nostro ragionamento?
E qui veniamo alle parole di Fiammetta Borsellino, a commento della sentenza della seconda Corte d’Assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, fiancheggiato dalla giudice a latere, Stefania Brambille e dai giudici popolari.
Sostiene Fiammetta Borsellino: “Questa sentenza è importante. Attesta il coinvolgimento, a un altissimo livello, di soggetti dello Stato con componenti che hanno esposto mio padre davanti alla mafia quale bersaglio da eliminare”.
Sostiene Fiammetta Borsellino: “Questo processo non è una cosa strana. In uno Stato normale, fondato sul principio di legalità, questa sentenza dovrebbe essere considerata normale”.
Sostiene Fiammetta Borsellino: “La sentenza sulla Trattativa condanna Dell’Utri perché avrebbe avuto un ruolo nei riguardi del governo Berlusconi nel 1994 e anche io ho letto le intercettazioni in carcere di Giuseppe Graviano che sembra fare riferimenti a Dell’Utri e Berlusconi. Anche su questo punto penso che debbano essere fatte tutte le verifiche del caso. Penso che dopo tanto tempo è stato sistemato solo un primo tassello. Certo una cosa è sicura: lo Stato esce a pezzi da questa sentenza”.
Sostiene Fiammetta Borsellino: “C’è un intero capitolo del processo Borsellino quater dedicato alla Trattativa come possibile movente dell’accelerazione dell’uccisione di papà. Non solo sono io a pensarlo”.
Sostiene Fiammetta Borsellino: “Il depistaggio, che è ormai acclarato, delle indagini sulla strage di via d’Amelio, potrebbe essere letto come la continuazione di un modo di operare che si intravede già nella Trattativa. E poi rimane il grande dubbio sulla sparizione dell’agenda rossa. Non dimentichiamo che a prendere la borsa di mio padre, in via d’Amelio, sono sempre state persone appartenenti ai carabinieri”.
Sostiene tante altre cose Fiammetta Borsellino. Ma può bastare.
E ora che fa il “club degli opinionisti”?
Semplice: ignora letteralmente le parole di Fiammetta Borsellino.
La sentenza di Palermo ha portato scompiglio nelle loro fila.
Ma loro sono e restano “carabinieri a cavallo”. E sin quando ci saranno i bambini – diceva Federico Fellini – il circo equestre non finirà mai.

Foto © Giorgio Barbagallo

saverio.lodato@virgilio.it

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