Secondo Nora Cortiñas in Argentina c’è una dittatura civile

di Jean Georges Almendras e José Guzman*


Abbiamo conosciuto Nora Cortiñas, cofondatrice di Madri de Plaza de Mayo, ad agosto dell’anno scorso. L’abbiamo incontrata sul luogo dove Santiago Maldonado fu vittima di una sparizione forzata: in una delle sponde del fiume Chubut, nei territori della comunità mapuche di Pu Lof Cushamen, sulla rotta 40, a circa 80 chilometri dalla città di Esquel. Abbiamo avuto modo di confrontarci e ascoltarla, rapiti dalla sua personalità e integrità di quasi 90 anni d’esperienza di vita. Affascinati dalla forza nella lotta per la giustizia che porta avanti sin da quando suo figlio fu desaparecido come tanti altri sotto la dittatura argentina. La forza di una donna che parla, agisce e si esprime con la pazienza e la saggezza frutto della sofferenza. Sofferenza riflessa nei suoi occhi, così come la sua infinita tenerezza. Tenerezza dell’amore per la vita e per la verità.
Nora Cortiñas porta al collo la foto di suo figlio scomparso. I suoi passi lenti sul terreno dove ha camminato anche Santiago Maldonado. Nora Cortiñas è una militante della sua causa, e della causa dei mapuche. Una causa che non ha frontiere.
Ieri, negli accessi al ginnasio dove si è svolta l’udienza del processo di estradizione contro il Lonko Facundo Jones Huala, ci siamo incontrati con Nora Cortiñas. Con il suo emblematico fazzoletto bianco sulla testa, parlava con i membri delle comunità mapuche, partecipando anche lei alla mobilitazione di appoggio al Lonko ed esprimendo liberamente i suoi pensieri, è una militante di ferro. Minuta, ma dal cuore enorme, Nora Cortiñas non si è mai allontanata dai valori propri di una militante del suo spessore. E parla senza peli sulla lingua, del giudizio di estradizione contro il Lonko, ma soprattutto del discorso da lui pronunciato.
“La sua arringa è una scuola di buon senso, perché realmente non hanno trovato quello che volevano per accusarlo. Non possono inventare. Non sono soli i mapuche nella Patagonia. Loro volevano trovare qualche appiglio per giocare a tradimento. Il discorso del Lonko è stato molto intelligente. In Cile non fu possibile dimostrare il reato del quale era accusato. Il Lonko deve essere liberato”.
Quando abbiamo chiesto a Nora Cortiñas quando sarebbe finita questa persecuzione contro le comunità mapuche è stata categorica nelle sue riflessioni.
“Qui c’è una dittatura civile. Macri ha vinto con i voti, non con gli ‘stivali’, ma sembra che lui voglia proteggere gli ‘stivali’, e questo fa male. Non possiamo tornare indietro. In questo momento stiamo retrocedendo”.
Ogni mobilitazione per protesta contro le persecuzioni a danno delle comunità mapuche, ogni mobilitazione che ha a che vedere con la violazione dei diritti umani, è motivo per un incontro con questa donna ammirevole.
La sua minuta figura, che non poche volte contrasta con il mostruoso dispiegamento di polizia anti sommossa appostato e pronto ad intervenire, nei pressi delle concentrazioni di persone in chiaro atteggiamento di protesta contro il potere, è inconfondibile. E in più impone rispetto. Il rispetto verso una donna le cui parole seminano insegnamenti ma lanciano anche accuse contro chi strappava vite umane ai tempi della dittatura. Quella dittatura che oggi non indossa uniformi né calza stivali, ma che oggi compie ugualmente stragi ancora peggiori. Anni di terrorismo di Stato. Lo stesso terrorismo di Stato che fa da cornice ad un governo democratico. Democratico tra virgolette. Democratico in teoria, perché in realtà è un governo autoritario, antidemocratico, segregazionista, tiranno, insensibile, antipopolare e strettamente legato al capitale finanziario. Perché il capitalismo è la base della sua esistenza e della sua permanenza nel potere. Una permanenza disonorevole, perché attenta sfacciatamente allo stato di diritto che tutti supponiamo, regge attualmente in Argentina.
Continuamente Nora Cortiñas è richiesta dai giornalisti che sono nei presi del ginnasio. Una ed un’altra volta ancora ogni sua parola taglia l’aria come un missili di verità.
Le sue parole non sono mezze verità. Sono verità con la maiuscola e vengono dalla sofferenza propria e della sofferenza altrui.
Protagonista di una militanza che non conosce frontiere, Nora Cortiñas si muove tra le comunità mapuche come un mapuche.
Ed è con questa premessa che ha partecipato alla mobilitazione il primo giorno del giudizio contro il Lonko Facundo Jones Huala. Ed è con questa premessa che ha vissuto con i mapuche e con tutti quelli che ci trovavamo lì, in uno slancio di solidarietà che va oltre. Vive il suo impegno in modo incondizionato, denunciando e difendendo chi è sottomesso e oppresso dal potere politico ed economico, da un governo che non si stanca di offuscare la vita democratica dell’Argentina dei nostri giorni.
Quando Nora Cortiñas afferma con veemenza che il Lonko Facondo Jones Huala ha fatto un discorso intelligente e sensato, non sbaglia. Solo il Lonko può osare dire al giudice la propria opinione per la morte del giovane Rafael Nauel.
“Se in loro rimane una traccia di umanità, mi riferisco alle forze di sicurezza, che non continuino questa gente dopo quello che è accaduto a Rafael Nahuel e Santiago Maldonado.
E guardando negli occhi il giudice Villanueva ha aggiunto: “Lei ha la responsabilità della sua morte (di Rafael Nahuel). Non era necessaria quella violenza irrazionale. Perché non avete usato pallottole di gomma? Perché è più facile ammazzare? L’assassinio di Santiago Maldonado è un crimine di Stato come lo fu l’omicidio del mapuche Matías Castilez e di tanti altri. Non ho paura delle pallottole, ad undici anni ho conosciuto una cella perché ero povero e mapuche, e perché imbruttivamo questa città. Ma, inoltre, la manodopera mapuche a basso costo ha costruito questo ginnasio. E questo processo è solo un altro capitolo dentro questa dinamica statale criminale”.

Foto: Antimafia Dos mil e Our Voice

fonte:antimafiaduemila.com

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