Iran ed Arabia Saudita, una guerra per procura in Asia Centrale?

Per capire quanto sta avvenendo nel Medio Oriente, nulla di più sbagliato che lasciarsi trasportare dalla velocità dell’informazione globalizzata. Oggi pensiamo di sapere e capire tutto solo certificandone l’esistenza, invece sarebbe forse opportuno riprendere le lezioni di uno storico come Fernand Braudel, con il suo senso della Storia fondato sulla lunga durata. Quello in corso tra Iran ed Arabia Saudita è un conflitto le cui origini si perdono nel tempo sino alla radice stessa dell’Islam, un conflitto che rischia di travolgere ben presto anche una zone del mondo come l’Asia Centrale, ad esso periferica.

Sotto le ceneri della guerra fredda tra questi due Stati, una guerra che potrebbe scaldarsi con conseguenze catastrofiche, cova la contesa tra le principali anime dell’Islam: quella sciita con epicentro l’Iran e quella sunnita, in particolare nella variante Wahabita, che ha come campione l’Arabia Saudita. Abbiamo già affrontato le contraddizioni della monarchia saudita, al tempo stesso custode dei luoghi più sacri per la religione islamica e retta da una classe dirigente ricchissima, dove le diseguaglianze sono in netto contrasto con lo spirito di eguaglianza predicato dal Corano.

Oggi Iran e Arabia Saudita sono alle prese con momenti delicati della loro Storia. Le recenti proteste della popolazione iraniana, secondo alcuni pilotate dall’esterno, rischiano di sovvertire la relazione tra gli organi democraticamente eletti ed i giuristi ritenuti, con uno strappo alla tradizione sciita, gli autori divinamente ispirati di uno Stato giusto in attesa del ritorno dell’Imam nascosto. In Arabia Saudita, invece, il giovane principe Mohammed bin Salman si sta imponendo come riformatore ma non ha ancora del tutto sotto controllo la politica estera del paese.

Il conflitto moderno tra questi due paesi viene fatto risalire alla presa del potere da parte di Khomeini in Iran nel 1979, tra le altre cose sovversione dell’alleanza strategica con gli Stati Uniti ed acuirsi della competizione con l’Arabia Saudita per la supremazia regionale; Arabia Saudita che fu inoltre sostenitrice dell’Iraq durante la guerra tra questi e l’Iran. Oggi Teheran e Ryad si combattono appoggiando o finanziando realtà locali in Siria, uno scenario abbastanza intricato, in Yemen, in Libano ma anche in Pakistan, Afghanistan e Nigeria, col rischio concreto che le tensioni esplodano ovunque esista una minoranza sciita.

Recentemente le autorità iraniane, nella veste dell’ex-ministro della difesa generale Ahmad Vahidi, hanno dichiarato che l’amministrazione statunitense, autrice sinora di una vera e propria virata nelle relazioni con l’Iran, starebbe favorendo lo spostamento delle truppe sconfitte dell’ISIS – detto per inciso giusto una pedina che tutti si rinfacciano – dalla Siria verso l’Afghanistan e l’Asia Centrale. Un concetto già espresso nei mesi scorsi anche dal presidente Rouhani e dall’ambasciatore in Tagikistan, Hojjatollah Faghani, durante un meeting con il portavoce del parlamento tagiko.

Proprio il Tagikistan rappresenta una cartina di tornasole della presenza dell’Iran in Asia Centrale, essendo i tagiki la popolazione della regione più vicina, per lingua e cultura, alla Persia. Nonostante l’Iran sia stato tra i primi ad approfittare del crollo dell’URSS, la sua influenza in Asia Centrale è in calo, tanto che nel 2017 le autorità di Dushanbe hanno approvato la messa in onda di un documentario che accusa l’Iran di intromissione nel corso della guerra civile che, tra il 1992 ed il 1997, ha scosso il paese. Guerra civile poi terminata proprio grazie anche agli sforzi diplomatici iraniani.

Nel resto dell’Asia Centrale le cose non vanno molto meglio per Teheran: il Turkmenistan, dopo il blocco dell’esportazione di gas verso l’Iran per una disputa sui pagamenti arretrati, ha accolto i finanziamenti provenienti dall’Arabia Saudita per la realizzazione del TAPI, il famoso gasdotto verso Afghanistan, Pakistan ed India. Uzbekistan e Kirghizistan sembrano invece dimostrare un aumentato interesse religioso, per l’Islam sunnita. Tashkent ha aperto la prima università dedicata agli studi coranici, mentre i movimenti estremisti kirghisi stanno aumentando i propri aderenti.

Sinora l’Asia Centrale di fronte al conflitto non dichiarato tra Iran ed Arabia Saudita ha mantenuto una posizione neutrale, tuttavia diversi fattori rischiano di farne una potenziale area a rischio. Risorse naturali, divisioni etniche, gruppi estremisti in grado di armare milizie, fedeltà politiche divise tra attori rivali, tutto questo fa della regione un possibile obiettivo nel corso di una contesa che sta infiammando il Medio Oriente. Per tornare a Braudel, resta da capire come si svilupperanno le dinamiche di lungo periodo, dinamiche di una guerra fredda che è bene rimanga tale.

Fonte immagine: RealRussiaToday

Fonte:eastjournal

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