Hezbollah: «In poche ore possiamo distruggere le piattaforme petrolifere israeliane nel Mediterraneo»

Israele, Arabia Saudita e Iran si scambiano minacce. Accordo sul gas tra Israele ed Egitto

Durante le celebrazioni di due leader di Hezbollah uccisi in combattimento, il segretario generale del Partito armato sciita libanese, Hassan Nassrallah ha detto che in Siria «c’è una battaglia per il petrolio e il gas guidata da Washington dall’est dell’Eufrate attraverso Iraq, Qatar e infine il Golfo« de ha aggiunto che «L’unica forza che il popolo libanese ha in questa battaglia è la resistenza che può fermare le piattaforme petrolifere israeliane in poche ore se lo vuole».

La resistenza naturalmente sarebbero i miliziani sciiti del Partito di Dio Hezbollah  e per Nasrallah «L’intera regione è al centro della battaglia per il petrolio e il gas« e che «il dossier petrolifero del Libano non è una questione separata dalla regione nel suo complesso». E dossier Libano vuol dire un probabile conflitto con Israele per le trivellazioni di gas e petrolio in un’area di mare contesa ai confini dei due Paesi.

Secondo il leader di Hezbollah, «La presenza dell’occupazione statunitense in Siria è motivata dai pozzi di petrolio e gas situati a est dell’Eufrate. L’Amministrazione Trump in Iraq vuole solo  il suo petrolio e tutte le posizioni sono motivate a ambizioni puramente legate al petrolio».

Ma quello che attualmente sembra interessare più Nassrallah sono le riserve di petrolio e gas scoperte al largo del Libano, in enormi giacimenti che vanno dall’Egitto a Cipro, ai quali è interessata già l’Eni con concessioni cipriote e libanesi alle quali altri Paesi si oppongono, anche con blocchi armati minacciati (Israele) e reali (Turchia). Il capo di Hezbollah ha ribadito che «Questa ricchezza appartiene a tutti i libanesi (…) questa ricchezza mette il Paese sulla buona strada di un’economia promettente» e ha sottolineato quanto greenreport.it aveva anticipato pochi giorni fa: «Il principale conflitto con il nemico israeliano non è legato ai confini terrestri, ma marittimi e questo deve essere preso in considerazione. Lo Stato libanese deve armarsi con la sua unità in difesa della sua ricchezza petrolifera, questo è il fattore più importante che garantisce la vittoria in questa battaglia. Lo Stato libanese deve trattare questo problema in termini di forza e non di debolezza, sapendo che la forza del Libano è la sua unità.

Insomma Hezbollah si sta preparando a una guerra petrolifera a terra e a mare e Nassrallah ha descritto il recente abbattimento dell’F-16 israeliano da parte della contraerea siriana come una «impresa militare strategica in quanto vi è un prima e dopo questa operazione».

Proprio riguardo a questo episodio, intervenendo alla Munich Security Conference  conclusasi il 18 febbraio di Monaco di Baviera, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha mostrato un pezzo del drone abbattuto dalla contraerea di Israele che ha dato il via al raid di rappresaglia dove è stato abbattuto l’F15 e, rivolgendosi al ministro degli esteri iraniano Mohammed Javad Zarif ha detto: «E’ tuo? Lo riconosci?». Poi Netanyahu ha accusato Teheran di voler dominare la regione, occupando i territori una volta controllati dallo Stato Islamico/Daesh, e ha ribadito che Israele potrebbe agire militarmente contro l’Iran e i suoi alleati in Medio Oriente, cioè il governo siriano di Bashir al Assad, Libano, governo sciita irakeno e Houthi yemeniti.

Zarif ha replicato definendo Netanyahu «fumettista da circo» e ha aggiunto che le sue parole «non meritano una risposta». Poi, visto che  Netanyahu  in  patria è sotto accusa per affari poco chiari, ha affondato il colpo di fronte a tutta la comunità internazionale: « Alcuni ricorrono ai cartoni animati per giustificare errori strategici o forse per evitare la crisi interna».

In soccorso di Netanyahu è arrivato il potente ministro degli esteri saudita, Adel al-Jubeir che ha detto: «Per assicurarci che l’Iran si comporti conformemente alle norme del diritto internazionale, dobbiamo assumere posizioni più rigide in merito ai missili balistici e al supporto che Teheran fornisce al terrorismo. L’Iran deve essere riconosciuto colpevole». L’Arabia Saudita, mentre continua a bombardare senza pietà lo Yemen – solo ieri ci sono stati almeno 18 morti, soprattutto donne e bambini, in un attacco aereo nella provincia settentrionale di Sa’ada – Al-Jubeir chiede un’azione punitiva dell’Onu contro l’Iran, accusandolo di «un’esportazione di missili balistici» diretti aglii Houthi, i ribelli sciiti al potere a Sana’ a. Intanto, come Isreale e Trump, l’Arabia Saudita chiede di cambiare due aspetti essenziali del Joint comprehensive plan of action, l’accordo sul nucleare iraniano firmato il 14 luglio 2015 dal G5+1 (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Usa e Germania) e Teheran con la supervisione dell’Unione europea.

Zarif  ha risposto anche al ministro saudita: «Tali accuse non sono altre che delle bolle sull’acqua. Questi due regimi [Israele e Arabia Saudita] cercano solo di giustificare i propri errori strategici ».

A gettare ulteriore benzina sul fuoco che divampa ci ha pensato il capo del Consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran ed ex capo del Corpo dei guardiani della rivoluzione  (Islamicr revolutionary guard corps  – i pasdaran iraniani – Irgc), il generale maggiore Mohsen Rezaei, che ha minacciato il primo ministro israeliano Netanyahu di «Non trovare nemmeno il tempo di scappare se Israele tentasse di invadere l’Iran. Se gli israeliani decidono di fare qualcosa contro l’Iran, non lasceremo che fuggano e raderemo al suolo Tel Aviv. Oggi i nemici dell’Iran stanno prendendo di mira tre importanti alleanze della Repubblica islamica dell’Iran. Invito tutte le forze dell’Irgc a unirsi e interagire per sventare i complotti dei nemici».

Quel che è certo è che praticamente a nessuno – compresi quelli che in Italia stanno facendo campagna elettorale contro i profughi – importa che in Libano attualmente ci siano più di 1,1 milioni di profughi siriani e che questo stia esercitando enormi pressioni sui sistemi infrastrutturali, dell’istruzione e della sanità di un piccolo Paese. Quelli che vediamo arrivare in Europa sono solo una piccola parte degli oltre 4 milioni di siriani sono fuggiti dalle violenze dei gruppi terroristici jihadisti finanziati dall’Occidente, dalla Turchia e dalle monarchie sunnite del Golfo, dalle persecuzioni e dai bombardamento del regime di Assad e dallo Stato Islamico Daesh, trasferendosi in grandissima parte nei Paesi vicini, soprattutto in Giordania e Libano. Altri 7,2 milioni di siriani sono sfollati interni che vivono spesso in condizioni terribili e che hanno perso tutto. Tornando a quella che secondo molti osservatori ed Hezbollah è la vera causa di una possibile nuova guerra mediorientale, l’Iran ha pesantemente criticato l’accordo sul gas tra Egitto e Israele. In una nota chiaramente ispirata dal governo di Teheran apparsa sull’organo ufficiale Pars Today  si legge: «Egitto anni luce lontani dall’era Nasser: accordo energetico con Israele. Esisteva un Egitto che con il suo leader Gamal And el Nasser, comandava i Paesi arabi, dal nord Africa al Medi Oriente. Non succedeva neanche’ ai tempi di Anwar al-Sadat, autore del vergognoso accordo di Camp David, e del filo sionista Hosni  Mubarak. Adesso però è l’era di Abdel Fattah el Sisi (il quale quando era a capo dell’esercito ha fatto cadere con un colpo di Stato nel 2013 il governo del presidente Mohamed Morsi) ha firmato con il nemico numero uno dei musulmani, il regime israeliano ha un contratto per fornire gas. Un accordo definito “storico” dal sionista Benjamin Netanyahu. Secondo una nota del gruppo israeliano Delek, il valore del contratto – che riguarda un periodo di 10 anni – è di 15 miliardi di dollari. Il gas da esportare è quello dei giacimenti Leviathan e Tamar». il giacimento di Tamar, a metà strada fra Cipro, Libano, Israele ed Egitto, è al centro della battaglia energetica nel Mediterraneo orientale nella quale si è infilata anche la Turchia che occupa lo Stato fantoccio di Cipro Nord. mentre  Leviathan è il più grande giacimento di idrocarburi mai scoperto nel Mediterraneo ( fino a 96 miliardi di metri cubi di gas e 850 milioni di barili di petrolio) e dove l’Eni ha concessioni che sono state tirate in ballo anche durante il confronto tra Italia ed Egitto sul caso dell’omicidio di Giulio Regeni.

Intanto un portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae)  ha detto che «L’escalation di incidenti militari a Gaza e nei dintorni preoccupa seriamente» e che «E’ estremamente importante che la situazione non degradi ulteriormente ed è fondamentale che tutte le parti agiscano con moderazione», Per l’Ue, «eventi recenti evidenziano la necessità di una soluzione politica per Gaza, nel quadro della prospettiva di una soluzione a due Stati» e «tutti i gruppi terroristici a Gaza devono disarmarsi». Ma la Striscia di Gaza è proprio al centro del fronte meridionale di questa caldissima area ed è il simbolo dell’esclusione di un intero popolo – quello palestinese – dall’accesso alle risorse.

Il Mediterraneo potrebbe andare in fiamme per una nuova guerra (e un nuovo disastro ambientale) per il petrolio e il gas e in molti hanno già in mano i cerini accesi per appiccare un altro incendio alle porte di casa nostra.

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