Giudici: vizi e virtù. Politici: cane non mangia cane

di Giorgio Bongiovanni

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Partiamo dall’(ovvia) premessa della divisione dei tre poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario – sancita dalla nostra preziosa Costituzione ed alla base della Repubblica italiana. È grazie a questa tripartizione che l’indipendenza dei magistrati viene salvaguardata: nessun altro potere può mettere becco sulle indagini di un pubblico ministero o sulla sentenza di un giudice. Nemmeno quello del Csm, l’organo di autogoverno della magistratura che, ad ogni modo, ha facoltà di mettere sotto inchiesta ed eventualmente punire le toghe che commettono reati solo attraverso sentenze disciplinari, come trasferimenti o sospensioni.
Tra i casi più recenti quello dell’ex pm di Siracusa Giancarlo Longo, arrestato il 7 febbraio con l’accusa di associazione a delinquere, falso e corruzione, sospettato di aver “pilotato” fascicoli di indagini in cambio di soldi e regali. Ora, per Longo, il Csm ha disposto la sospensione cautelare dalle funzioni e dallo stipendio. La bufera sulla Procura di Siracusa aveva già iniziato a soffiare lo scorso anno, quando la Prima Commissione del Csm aveva aperto nei confronti del procuratore Paolo Giordano, dello stesso Longo e del pm Maurizio Musco una procedura per incompatibilità. I tre magistrati, infatti, si sarebbero “venuti a trovare, a prescindere da esistenza di condotte colpevoli riconducibili a fattispecie di diversa natura, in una situazione tale da incidere sulla piena indipendenza e imparzialità dell’attività giudiziaria nella sede di Siracusa e nelle funzioni di pubblico ministero”.
Tra i casi più recenti anche il sequestro dell’hotel “Elena”, dichiarato abusivo ma che continuava ad attirare clienti, di proprietà della moglie dell’ex procuratore aggiunto della Dna Giusto Sciacchitano. Corruzione e abuso d’ufficio sono invece le accuse mosse nei confronti di Silvana Saguto, ex presidente della Sezione misure di prevenzione di Palermo. Attualmente la Saguto, per la quale il processo è in corso, è stata sospesa dalle funzioni e dallo stipendio.
Andando a ritroso nel tempo, non possiamo non ricordare il caso di Renato Squillante, ex capo dei giudici preliminari a Roma finito nell’inchiesta sulle sentenze Sme e Imi-Sir. Squillante fu condannato a 8 anni in primo grado e a 7 in appello, ma fu assolto dalla Cassazione nel 2006.  Caddero le accuse anche per l’ex presidente della Corte d’assise di Palermo Giuseppe Prinzivalli, sul quale pendeva il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. L’ex giudice che si occupò del maxi-ter, uno stralcio del primo grande processo alla mafia, fu considerato da alcuni pentiti come una persona “avvicinabile” da Cosa nostra.
Si tratta di alcuni casi che testimoniano come, malgrado limiti, difficoltà ed errori, la magistratura abbia la virtù di voler indagare al suo stesso interno con inchieste serie e punizioni severe, in caso di accertamento di reato. Certo non è esente da “vizi”, come l’aver consentito la creazione di correnti, e di conseguenza di caste che hanno condizionato logiche e dinamiche interne alla magistratura. Un tipo di divisione alla quale deve essere posta fine, se davvero si intende porre in essere una vera riforma del potere giudiziario. Non possiamo dimenticare come il Csm dei tempi di Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, già all’epoca soggetto alle logiche correntizie, abbia aspramente criticato e contrastato – salvo pochi magistrati al suo interno – i tre giudici e il loro operato. Falcone, per il quale le umiliazioni e gli ostacoli culminarono nella mancata nomina a consigliere istruttore a Palermo, Borsellino quando denunciò lo smantellamento del pool antimafia, e per questo fu posto sotto inchiesta disciplinare.
Si tratta di errori che il Consiglio superiore della magistratura, ancora profondamente diviso in caste, continua a perpetrare. E come si può davvero tutelare l’indipendenza del magistrato se all’interno del Csm presiedono anche 8 membri laici? “Vizi” che, ad ogni modo, non hanno mai veramente prevalso sulle “virtù”, fermo restando la necessità di fare sì che l’autonomia delle toghe continui ad essere tutelata.
Sul versante politico, di contro, assistiamo ad un perpetrarsi di abusi di potere e, d’altro canto, la carenza di una seria presa di posizione affinché la politica processi se stessa. Da centocinquant’anni a questa parte non si registra l’esistenza di una commissione parlamentare politica che metta sotto inchiesta i corrotti. I risultati raggiunti dalle commissioni parlamentari antimafia negli ultimi quarant’anni – eccezion fatta per quelle presiedute da Gerardo Chiaromonte, Luciano Violante, Giuseppe Lumia e, in parte, da Rosy Bindi – sono pressoché nulli (a parte le considerazioni esternate dalle relazioni di minoranza). Non si ha memoria di pubbliche denunce, da parte di politici, nei confronti di colleghi corrotti o al servizio della mafia. In sostanza, la regola vigente all’interno dei partiti è solo una: cane non mangia cane.

fonte: antimafiaduemila.com

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