Il piccolo Di Matteo strangolato dai mafiosi e dimenticato dallo Stato

di Saverio Lodato
Ricordiamo bene quanto piangevano a tassametro gli opinionisti, garantisti in vicende di mafia, quando si seppe che un ragazzino di 15 anni, il piccolo Giuseppe Di Matteo, era stato prima strangolato e poi sciolto nell’acido. Ricordiamo bene l’orrore a comando, gli anatemi e le scorribande verbali, i voluti travisamenti della realtà, l’indignazione spalmata a piene mani sulle copertine dei telegiornali e nelle paginate dei quotidiani.
La vicenda si prestava, per la sua inaudita – e inedita – ferocia. Persino “la televisione del dolore”, con le sue simpatiche suffragette, si ritrovò spiazzata. Un ragazzino, strangolato e sciolto nell’acido. Che si poteva immaginare di più e di peggio?
Le grandi linee del fatto di cronaca, ai tempi – stiamo parlando di oltre venti anni fa – erano note alla stragrande maggioranza degli italiani: quel bambino aveva pagato il fatto che suo padre, Santino Di Matteo, mafioso blasonato di Altofonte, era stato il primo a pentirsi per avere partecipato alla strage di Capaci, del 23 maggio 1992. Le indagini, che dalle sue parole scaturirono a valanga, consentirono di aprire squarci immensi nei segreti e nei misteri che avvolgevano, sino a quel momento, la brutale eliminazione di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
Il gruppo militare che aveva partecipato alla strage tentò allora disperatamente di costringere Santino Di Matteo a fare marcia indietro, con una proposta difficile da rifiutare: il sequestro di suo figlio. Su ordine di Giovanni Brusca, grande artefice della strage, Giuseppe venne privato della libertà per quasi due anni e nascosto in una mezza dozzina di casolari nelle campagne di tre province siciliane. E alla fine barbaramente ucciso. I successivi processi si conclusero con pesantissime condanne per decine e decine di altrettanti mafiosi coinvolti in quella che forse resta la pagina più nera dell’intera storia di Cosa Nostra.
Ma a conclusione della storia, Santino Di Matteo, tenne duro, rifiutò il ricatto, confermò tutto.
Il caso volle che anche Brusca decise di pentirsi, iniziando una sua collaborazione che consentì di svelare altre preziose verità sul ventennio stragista voluto da Totò Riina.
Certi garantisti, però, sapevano che Brusca era anche a conoscenza di rapporti indicibili fra la mafia e lo Stato. E vivevano nel terrore che si decidesse a rivelarli.
La loro campagna aveva dunque lo scopo di delegittimarlo preventivamente nell’eventualità che si fosse deciso ad alzare il tiro della sua collaborazione.
Il che puntualmente accadde.
Anche Brusca infatti, a suo modo, non si tirò indietro. E raccontò: l’esistenza del “papello”, quell’elenco che conteneva le richieste dei mafiosi allo Stato per fare tacere le armi; i retroscena della mancata perquisizione da parte dei carabinieri nel covo di Totò Riina; il ruolo di Bernardo Provenzano nella cattura pilotata dello stesso Riina.
Oggi, di nuovo, c’è che Santino Di Matteo, è stato cacciato dal programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia con la scusa di essere tornato in Sicilia, in anni lontani, alla ricerca del figlio. E Di Matteo, assistito dalla sua avvocatessa Monica Genovese, ha fatto causa allo Stato italiano.
Uno si aspetterebbe una indignata levata di scudi da parte dei garantisti specializzati in fatti di mafia.
Uno si aspetterebbe che gridassero allo scandalo di fronte a questo ex mafioso, messo alla porta dallo Stato, dopo avere contribuito a svelare la verità sulla strage di Capaci.
Ma così non è. Di questo non si parla.
E sapete perché? Perché Santino Di Matteo, alla fin fine, resta un collaboratore di giustizia. E a certi garantisti della prima ora risulta più facile convivere con i mafiosi, piuttosto che con i “pentiti”.
Quanto allo Stato italiano, giudicate voi.

saverio.lodato@virgilio.it

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