La testa di Giovanni Falcone e i ragazzi della via Pal

di Saverio Lodato
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Una parte di Palermo rifiuta la simbologia antimafiosa, non si riconosce nell’esempio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, detesta il ricordo dei magistrati integerrimi che un quarto di secolo fa impugnarono a mani nude il codice penale per fronteggiare le famiglie siciliane della droga che si facevano largo con pistole calibro 38, mitragliatori kalashnikov e quintali di esplosivo.
Non sappiamo quanto questa parte di Palermo sia cospicua, quanto sia radicata in profondità, quanto sia destinata a sopravvivere al passare degli anni.
Non lo sappiamo noi, come non lo sanno sociologi e accademici, esponenti della politica e giornalisti, sacerdoti e volontari impegnati nel sociale, insegnanti delle scuole e rappresentanti delle forze dell’ordine. E se tutti avessimo il coraggio intellettuale di ammetterlo sarebbe già un bel passo avanti.
Sappiamo, però, che a decapitare allo Zen la statua di marmo di Giovanni Falcone, utilizzandola poi come ariete contro il portone di una scuola proprio a lui intitolata, non sono stati ragazzacci balordi, moderni ragazzi della via Pal che non sapevano come riempire il tempo, iconoclasti alla cieca o a casaccio.
Chi ha compiuto l’atto vandalico – e chi abita a Palermo lo capisce benissimo da solo – lo ha fatto perché intendeva “scippare la testa” un’altra volta a “du gran cornuto di Giovanni Falcone. Conta poco l’età media del commando entrato in azione l’altra notte per regolare un’altra volta i conti con la storia. Ragazzini, ragazzi, adulti che siano, appartengono a quel sotto-mondo di sotto-valori di sotto-cultura mafiosa che ieri detestava “gli sbirri” e li detesta ancora oggi.
È da questa banalissima constatazione che si dovrebbe ripartire, domandandocene il perché.
E per noi – lasciatecelo dire – che insieme a poche altre voci isolate abbiamo sempre messo in guardia dal trionfalismo istituzionale, con annesso sovraccarico retorico, della mafia finalmente vinta e sgominata, sarebbe adesso sin troppo facile prendere spunto dalla cronaca per darci ragione da soli. Però qualcosa va detto.
C’è un nuovo schemino che inizia a circolare: i mafiosi sarebbero scomparsi ma la mafia ci sarebbe ancora. Scusateci, ma quando è troppo è troppo.
Mettiamoci d’accordo.
La mafia militare, in una città come Palermo che se ne è nutrita per almeno un secolo, ha subito colpi durissimi e devastanti. Negarlo sarebbe ottuso. Ma continuare a scoprire l’acqua calda non ci fa fare passi avanti nel capire quanto accade oggi.
Vediamo.

falcone collage testa

Qualcuno si offende se diciamo che lo Zen è rimasto il quartiere-fogna che era venticinque o cinquanta anni fa? Un quartiere pensato allora da architetti illuminati che dimenticarono però che era necessaria, per esempio, la costruzione di una rete fognante? E non è forse vero che negli anni il traffico della droga diventò per moltissime famiglie l’unica possibilità occupazionale? Chiedete ai rappresentanti delle forze dell’ordine come reagiscono molti abitanti dello Zen alla vista di una divisa. Cosa intendiamo dire? Che allo Zen il tempo non è mai passato. E in questa pozzanghera galleggiano ancora i mafiosi di ieri e quelli di oggi che non considerano affatto chiusa la partita, nonostante le stragi di Capaci e via d’Amelio. Vale per lo Zen e vale per tantissimi altri quartieri dove la mafia non si è mai arresa e dove, appena può, torna a fare capolino.
A modo suo. Con i mezzi e le forze di cui dispone. Con il gesto tanto più simbolico quanto più è vandalico. Come tornare a “scippare la testa a du gran curnuto di Falcone”.
Con l’omicidio vecchia maniera, quello del boss Giuseppe Dainotti, magari messo a segno proprio alla vigilia dell’anniversario della strage di Capaci.
Non ci dicono niente chilometri e chilometri di bobine di intercettazioni di poliziotti e carabinieri che monitorizzano h 24 i battiti del “cuore nero” (e mafioso) di Palermo?
Non dovrebbe farci riflettere l’allarme del questore di Palermo, Renato Cortese, preoccupato perché troppi mafiosi “del passato” stanno tornando in libertà?
E ne vogliamo parlare di quei 200 chili di esplosivo nascosti chissà dove in città con dedica personale a Nino Di Matteo, pubblico ministero nel processo per la Trattativa Stato-Mafia?
Cosa concludere? Che tutto ciò sta a significare che quel fiume carsico c’è sempre e scorre ancora.
Sarebbe allora più utile capirne le reali dimensioni.
Ma di questi tempi vanno per la maggiore i “cantori della contentezza”.
Allo Zen “rifaremo la statua di Giovanni Falcone più bella di prima” hanno commentato in molti dopo l’accaduto. Giusto rifarla.
Ma siamo sicuri che allo Zen basterà una nuova statua perché lo Stato appaia agli abitanti di quel ghetto più convincente di ciò che resta della mafia di venticinque anni fa?
Sarebbe troppo facile per essere vero.

saverio.lodato@virgilio.it

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