Giuseppe Insalaco: il sindaco dei cento giorni ucciso dallo Stato-mafia

di Giorgio Bongiovanni
insalaco giuseppe sg 500

Giovanni Falcone in un indimenticabile convegno alle soglie degli anni Novanta affermò: “Gli omicidi Insalaco e Parisi (imprenditore ucciso il 23 febbraio ’85, ndr) costituiscono l’eloquente conferma che gli antichi ibridi connubi fra la criminalita’ mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta piena luce su moventi e mandanti dei nuovi come dei vecchi omicidi eccellenti, non si potranno fare molti passi avanti”. Parole che diventano pietre davanti al fior fiore delle autorità presenti, ma che hanno ragione d’essere all’indomani dell’eliminazione di Peppuccio Insalaco, il sindaco dei cento giorni nato e cresciuto tra le fila della Democrazia cristiana, scaricato dallo stesso partito quando dimostrò di voler rappresentare un movimento di rinnovamento in casa Dc. E che cinque volte andò dallo stesso Falcone per riempire altrettanti verbali. Tornando col pensiero agli scritti di Insalaco trovati post mortem che fecero tremare Palermo – un articolato dossier su mafia e politica e, poco dopo, il suo diario – si suppone che il sindaco ucciso il 12 gennaio 1988 avesse a disposizione una notevole quantità di materiale di interesse per il giudice Falcone.
Giuseppe Insalaco, figlio di carabiniere ma pupillo dell’allora ministro degli Interni Francesco Restivo – una volta diventato sindaco decise di fare a modo suo: alla prima occasione – che si presentò con l’anniversario dell’omicidio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo – si presentò sul luogo dell’eccidio con tanto di fascia tricolore. Ed era solo l’inizio. Fece tappezzare la città con manifesti dell’amministrazione comunale, denunciando l’escalation sanguinaria mafiosa, in cui per la prima volta compariva la parola mafia. Poco dopo, il 5 maggio 1984, eccolo a Roma in occasione di una manifestazione contro la mafia e la Camorra. Il suo progetto, appena sedutosi sulla poltrona da primo cittadino, era quello di cambiare le cose tra le fila della Democrazia cristiana. Senza però che quest’ultima, che risentiva fortemente del peso del corleonese Vito Ciancimino e relativi sostenitori, fosse intenzionata a farlo. Così l’ascesa di Peppuccio, raccontata da Saverio Lodato nel suo “Quarant’anni di mafia”, divenne un’inesorabile caduta libera. Quindi denunciò, in un’intervista rilasciata a Saverio Lodato: “Ci sono gruppi economici e affaristici (…) i cui interessi spesso coincidono con quelli della pubblica amministrazione. Per il loro peso e i loro intrecci riescono spesso a condizionare scelte che in situazioni normali dovrebbero essere di competenza della classe politica”.
Prima di essere ucciso, il sindaco dei cento giorni lasciò in eredità alla sua città una marea di carte, documentazioni e materiale scottante pubblicato da Saverio Lodato per L’Unità e Attilio Bolzoni per La Repubblica, che fece gran scalpore nella Palermo bene. Insalaco accusava duramente, in quel carteggio, noti personaggi come l’eurodeputato Salvo Lima, i finanzieri Nino e Ignazio Salvo, gli “esattori” di Cosa nostra, Bruno Contrada, insalaco giuseppe omicidiofunzionario del Sisde, lo stesso Vito Ciancimino. Su su fino a Giulio Andreotti. Nel testo di un’intervista a Insalaco mai pubblicato prima della morte quest’ultimo, alla domanda “quali sono gli uomini del potere occulto, chi comanda a Palermo”, rispondeva: “Non c’è un potere occulto. Parlarne è un comodo equivoco; è un potere alla luce del sole esercitato in modo visivo. Un potere che bisognerebbe vedere come viene esercitato, le sue connivenze, le sue colleganze”. Nel diario poi rinvenuto scrisse di Aristide Gunnella, repubblicano e ministro per gli Affari regionali, dei giudici Salvatore Palazzolo e Carmelo Carrara a suo parere coinvolti nelle sue disavventure giudiziarie (Insalaco fu accusato di aver intascato una tangente e poi di violazione della legge sulle armi), quindi indicò in Arturo Cassina, signore degli appalti comunali e cavaliere del Santo Sepolcro, il volto che si celava dietro la “congiura contro di lui”. Descrisse in tempi ancora non sospetti un legame a doppio filo tra la mafia e la politica degli anni ’80, capace di inserirsi nel controllo della cosa pubblica. Tirò in ballo personaggi che, anni dopo, avrebbero trovato posto nelle inchieste su quei patti e accordi degli anni ’90 che presero il nome di “trattativa Stato-mafia”, consumata pochi anni dopo l’omicidio politico di Insalaco, i cui registi sappiamo chi sono.
Ma quel memoriale del rampollo della Dc che poi si rivoltò alle sue logiche di potere costituì un ideale tassello che Falcone raccolse per cominciare a parlare pubblicamente di “ibridi connubi”, di “gioco grande”, e di quelle “menti raffinatissime” che il giudice descrisse all’indomani del fallito attentato all’Addaura.
Insalaco, nelle cui memorie resta una dura denuncia contro quel mondo in cui nacque, salvo esserne poi rimasto vittima, può essere considerato il primo vero Pentito di Stato nel momento in cui si presenta davanti a Falcone e inizia a squarciare il velo che celava il gioco in atto tra mafia, pezzi di Stato, imprenditoria e alta finanza. Forse l’unico che finora può definirsi tale. Certamente, uno di cui ci sarebbe bisogno oggi: qualcuno che descriva con occhio “interno” al mondo delle istituzioni degli scheletri nell’armadio e del marcio ereditato da decenni di convivenza con la mafia.

fonte:Antimafiaduemila

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