Così si proclama “salvatore” Messina Denaro

Il racconto anomalo dell’ex boss di Bagheria Lo Piparo

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di Giorgio Bongiovanni
Il boss stragista Matteo Messina Denaro “magnanimo salvatore” di vite umane? Se si dà retta a quanto riferito dall’ex boss di Bagheria Salvatore Lo Piparo, pentitosi un paio di anni fa,  sembrerebbe di sì. Le sue dichiarazioni sono state riportate da alcuni siti internet con il collaboratore di giustizia che avrebbe riferito che, nel 2014, il superlatitante di Castelvetrano avrebbe “salvato” la vita al pubblico ministero di Palermo, Antonino Di Matteo ed anche al senatore Giuseppe Lumia.

Queste notizie Lo Piparo le avrebbe apprese non dalla primula rossa, ma dal fratello di Maria Mesi (donna che ha avuto una relazione con il capomafia trapanese), Francesco Mesi.
Le sue dichiarazioni sono state messe a verbale dagli inquirenti che proprio a Bagheria hanno dato la caccia a più riprese a Messina Denaro. L’ex boss di Bagheria ha raccontato che in un’occasione, mentre si trovava con Mesi, aveva rinvenuto un paio di telecamere: “… ci dissi Francè, vidi che qua c’è telecamera… si avvicinò, dici ‘mortu sugnu, dici, vero una telecamera è’”. E’ in quel momento che Mesi, già sotto osservazione degli investigatori, avrebbe detto a Lo Piparo: “cescanu a chiddu (riferendosi a Messina Denaro, ndr).. ma vidi ca chiddu a America è. Rimasi scioccato”.
E in quella occasione avrebbe anche parlato di Di Matteo e Lumia: “l’avissiru a ringraziari…Ca un fici ammazzari a Di Matteo e chiddu chi c’è ddà a Mongerbino… chiddu Lumia, non lo disse subito, poi disse Lumia”.  “Poi – ha aggiunto Lo Piparo – mi spiegò un discorso della commissione che durò proprio 30 secondi, mi disse iddu è u capu da commissione, di qua e di là.. fa dice e mi disse puru che lui non ce l’ha assolutamente con i giudici… fa dice lui ce l’ha con lo Stato… però mi dissi iddu ca forse è megghiu ca si ci allea, forse è meglio che si ci allea con lo Stato e il discorso è finito qua”.
E’ sempre Lo Piparo a spiegare che queste parole andavano prese con le giuste cautele in quanto Mesi non era ritenuto come una persona credibile a causa del suo stile di vita (“Si vedeva ca era tutto mriacu”).
Le dichiarazioni del pentito bagherese, al vaglio degli inquirenti, andrebbero a smentire in qualche modo quelle di un altro collaboratore di giustizia, Vito Galatolo, che ha invece raccontato di un progetto di attentato nei confronti di Nino Di Matteo, il cui ordine sarebbe stato trasmesso in una lettera, proprio da Matteo Messina Denaro. In molti hanno evidenziato questa “discrasia” in pochi (o sarebbe meglio dire nessuno) hanno però messo in evidenza i numerosi riscontri su quanto riferito dall’ex boss dell’Acquasanta che in quanto a “curriculum vitae” mafioso ha un livello sicuramente maggiore rispetto a Lo Piparo.
Galatolo, pentitosi nel 2014 proprio con l’intento di evitare di essere implicato nella strage del pm, ha dichiarato più volte che “Di Matteo si doveva fermare perché stava andando tropo avanti”. Un progetto di morte mai revocato e che era anche a buon punto con l’acquisto da parte di Cosa nostra di oltre 150 chili di tritolo fatti venire dalla Calabria. Dichiarazioni che nel corso del tempo hanno trovato riscontro anche nelle rivelazioni di altri pentiti come Carmelo D’Amico e Francesco Chiarello, ma anche operazioni come quella eseguita dal Nucleo speciale di polizia valutaria, che ha portato all’arresto, con l’accusa di riciclaggio aggravato dal favoreggiamento alla mafia, dell’avvocato Marcello Marcatajo. A quest’ultimo era stato dato il mandato di vendere 30 box auto al prezzo di 500mila euro e la metà di quella somma sarebbe appunto stata utilizzata per acquistare il tritolo per uccidere il pm titolare delle indagini sulla trattativa Stato-mafia. Nel frattempo Marcatajo, lo scorso 22 aprile, è deceduto ma l’inchiesta sul progetto di attentato nei confronti del giudice va avanti con l’esplosivo che ancora non è stato ritrovato.
Considerato poi che il mandamento di Bagheria nulla aveva a che vedere con il progetto di attentato (ad essere coinvolti erano quelli di San Lorenzo-Acquasanta e Porta Nuova), che ne può sapere, dunque, Lo Piparo dello stato dell’arte di un tale progetto? Appare poi alquanto inverosimile che il fratello della compagna di Matteo Messina Denaro possa essere stato messo a conoscenza dalla sorella di certi fatti. Si può credere che la donna abbia raccolto simili confidenze dal boss di Castelvetrano e le abbia poi riferite con tanta leggerezza? Se così fosse si sarebbe di fronte ad un’aperta violazione di tutti i codici interni di Cosa nostra a meno che Francesco Mesi, la sorella e lo stesso Lo Piparo non siano ritenuti ai vertici dell’organizzazione criminale siciliana.
Al contrario è certa l’esistenza di una condanna a morte nei confronti di Di Matteo così come in passato ha rischiato la vita il senatore Beppe Lumia.
E’ stato il pentito Nino Giuffrè a raccontare ai magistrati che lui e il boss corleonese Bernardo Provenzano (deceduto il mese scorso) avevano progettato di uccidere il politico mentre era presidente della commissione Antimafia. E’ vero che a distanza di anni il rischio di un’esecuzione può diminuire ma è altrettanto valido il teorema per cui “Cosa nostra non dimentica”.
Per quanto riguarda Di Matteo, infine, l’esistenza della condanna a morte è avvalorata dalle parole in carcere di Totò Riina (“Gli farei fare la fine del tonno a questo Di Matteo, del tonno buono: facciamo grossa questa cosa, facciamola presto e non ci pensiamo più… un’esecuzione come a quel tempo a Palermo”), a tutt’oggi considerato il capo della Cupola. Perché allora si vuole continuare a screditare questa pista, anche mettendo in evidenza dichiarazioni a mezza bocca sminuite degli stessi pentiti? Forse perché si vuol far passare l’idea che è tutta una farsa? Anche da queste azioni passa l’isolamento di un magistrato.

fonte:antimafiaduemila.com

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