Don Giovanni Gatto: ”Casalesi volevano lavori nella ricostruzione privata”

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don gatto giovanni
di  Roberto Ciuffini
Parla il parroco minacciato dalla Camorra

“I Casalesi volevano ottenere, tramite me, lavori nella ricostruzione privata. Forse speravano che, usando un sacerdote, avrebbero guadagnato più velocemente la fiducia delle persone. Non erano interessati alla ricostruzione pubblica né espressero la volontà di parlare con qualche politico. So che anche altri sacerdoti, subito dopo il terremoto, ricevettero richieste simili”.
A parlare è Don Giovanni Gatto, il parroco di Tempera che, nei giorni scorsi, ha rivelato, sia sul proprio profilo Facebook che attraverso alcune interviste rilasciate ai giornali, di aver subito minacce e intimidazioni da individui appartenenti al clan camorristico dei Casalesi.
Il sacerdote ha accettato di rispondere ad alcune domande di NewsTown, ma su alcuni dettagli, essendo nel frattempo scattata un’indagine condotta dai carabinieri, ha dovuto glissare. Qualche giorno fa Don Giovanni, originario di Montebelluna, in provincia di Treviso, ma all’Aquila da 11 anni, è stato ascoltato a lungo dal capo del Ros, Andrea Ronchey.
Malgrado la gravità delle minacce ricevute, dice di non aver paura. Per il momento le forze dell’ordine alle quali si è rivolto non hanno ritenuto necessario affidargli la scorta.

A confortare e rassicurare Don Gatto c’è, per ora, la piccola comunità la sua parrocchia, la piccola comunità di Tempera, nonché l’affetto e la solidarietà di amici e parenti e dell’arcivescovo dell’Aquila Giuseppe Petrocchi. Ieri Don Giovanni ha ricevuto anche l’appoggio della senatrice dem Stefania Pezzopane.


Don Giovanni, può raccontarci tutto dall’inizio?
Questa vicenda inizia 5 anni fa. Era venerdì santo e stavo confessando i bambini nella sala degli usi civici, visto che all’epoca eravamo ancora senza chiesa. A un certo punto due persone entrano e chiedono di vedermi. Sono costretto a interrompere, faccio dire ai due che li riceverò una volta finito con i bambini. Uno dei due chiede di potersi confessare: lo faccio entrare nella stanza, un locale a porte chiuse. La confessione inizia e sulle prime procede normalmente, anzi, questa persona dice anche delle cose religiosamente serie. All’inizio lo ascolto. Poi, però, qualcosa cambia: questa persona inizia a parlare d’altro, inizia a chiedermi se posso aiutarlo a fare dei lavori, non solo per la chiesa ma in generale, per le case. Dice che ha bisogno di lavorare perché ha famiglia. A quel punto capisco chi ho di fronte e, poco dopo, è lui stesso a dirmelo. A quel punto mi arrabbio, interrompo il colloquio e mando via il mio interlocutore, accompagnandolo fuori. Lì noto anche il secondo individuo in attesa ma non faccio in tempo a visualizzarlo bene. Non posso parlare delle minacce e di altre cose perché i carabinieri stanno indagando ma posso raccontare che, prima di andare via, questa persona mi disse, in malo modo: “Ci rivedremo”. Qualche giorno fa l’ho rivista davvero, accompagnata sempre da un compagno, penso lo stesso di cinque anni fa, come mi ha confermato una catechista della parrocchia che ne aveva memorizzato il volto.

Cinque anni fa a chi denunciò il fatto?
Lo segnalai a Libera e allo stesso don Ciotti, che venne anche in parrocchia a tenere un incontro. Tramite l’ex portavoce di don Ciotti, poi, andai dai Gico (Gruppo di investigazione sulla criminalità organizzata, un reparto speciale della Guardia di Finanza, ndr). Ne parlai con loro.

Cosa ha pensato quando, pochi giorni fa, ha rivisto le stesse persone che l’avevano minacciata nel 2011?
Mi sono preoccupato. Dapprima ho scritto un post su Facebook, che ho subito cancellato, per paura. Una mia amica giornalista, che vive a Montebelluna, il mio paese, però lo ha letto e si è allarmata. A quel punto mi ha telefonato e mi ha chiesto se volevo fare un’intervista. Dopo averne parlato con lei, sono andato a denunciare tutto prima a un’altra associazione antimafia e poi al comandante dei carabinieri della stazione locale, che è venuto immediatamente a trovarmi.  Dopo questo primo incontro sono stato sentito dal capo del Ros, il colonnello Ronchey. Vorrei approfittare di questa intervista per ringraziare i carabinieri e con loro Libera, l’altra associazione antimafia locale con cui sono venuto in contatto, i miei parrocchiani, i familiari, gli amici e l’arcivescovo Petrocchi che ieri mi ha telefonato. In questi giorni mi sono stati tutti molto vicini.

In questi cinque anni ha ricevuto altre minacce o subito altri tentativi di avvicinamento o intimdazione, anche da parte di altre persone?
No, in questo lasso di tempo non si era fatto vivo nessuno. Per questo l’altro giorno, quando ho rivisto la persona che venne da me nel 2011, mi sono preoccupato. Ho ripensato istintivamente a quella frase: “Tanto ci rivedremo”.

Ci fu qualche imprenditore che le telefonò o la contattò per farle pressione e indurla a trattare con coloro che l’avevano minacciata?
Fui contattato da alcuni imprenditori locali che però non avevano, credo, niente a che fare con quelle persone. Non ho nessuna prova per dire che avessero a che fare con i Casalesi.

Dunque furono queste stesse persone a palesare la loro appartenenza alla camorra e in particolare al clan dei Casalesi?
Sì, furono loro a dirmelo. Non posso rivelare in che modo me lo fecero capire ma l’ho detto in maniera chiara e precisa ai carabinieri.

Lei è il parroco di un piccolo paese. Perché, secondo lei, queste persone la puntarono? Perché pensavano che prorio lei, che in fondo è solo un sacerdote, potesse esercitare pressione o influenza nell’assegnazione dei lavori? E’ a conoscenza di altri sacerdoti che subirono minacce o tentativi di intimidazione analoghi?
So che anche altri sacerdoti vennero avvicinati ma è un fatto risalente all’immediato post terremoto, quando era ancora possibile fare l’assegnazione diretta dei lavori. Perché proprio io? Non lo capisco, dal momento che non ho nessun potere. Quello che sospetto è che mi abbiano avvicinato su indicazione di alcune persone che millantavano di essere mie amiche e che avevano fatto il mio nome. Forse speravano di usare la mia figura per presentarsi ai privati.

Le parlarono solo di privati o anche di politici? Erano interessati anche alla ricostruzione pubblica?
No, non mi parlarono di politici. Volevano usare la mia immagine, quella di un sacerdote, di un parroco, per ottenere fiducia dagli abitanti.

Per il momento le forze dell’ordine non hanno ravvisato le condizioni per l’assegnazione della scorta. Come si sente? Ha paura?
Io non pretendo la scorta, mi fido dello Stato anche perché i carabinieri mi sono davvero molto vicini, cosa di cui li ringrazio molto. Saranno loro a decidere, in base al rischio, se ho bisogno o meno della scorta. Io non ho paura.

Tratto da: news-town.it

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