Stato-mafia: Violante, la memoria corta e l’illogica ragione

di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari
Nella deposizione del senatore nuovi interrogativi sullo sfondo della trattativa

Nell’elenco degli “smemorati eccellenti” di Stato che hanno recuperato la memoria a distanza di anni dalle stragi il nome di Luciano Violante è uno dei più roboanti. L’ex Presidente della Commissione parlamentare antimafia, infatti, è uno di quei rappresentanti istituzionali che ha riferito certi fatti all’autorità giudiziaria soltanto nel 2009, dopo aver letto le parole di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. E’ da un articolo letto sul Corriere della Sera che Violante recupera il ricordo degli incontri avuti in quel disgraziato 1992. Ed è da qui che oggi, al processo trattativa Stato-mafia, riparte il racconto del senatore recentemente sentito al processo Borsellino quater: “Ricordo che nell’ottobre ’92 Mori mi disse che Ciancimino intendeva avere un colloquio riservato con me, dissi che non facevo colloqui riservati e che doveva presentare domanda alla commissione. Questo sicuramente prima del 20 ottobre. Mori mi dice che Ciancimino vuole parlare della questione dell’omicidio Lima, che avrebbe chiesto qualcosa, e aggiunse che aveva scritto un libro sulla mafia e se io ero disponibile a leggerlo”. Un libro che lo stesso Mori consegnò a Violante qualche giorno dopo per un secondo incontro. “In questa occasione – ricorda l’ex politico Pc dopo una contestazione del procuratore aggiunto Vittorio Teresi – credo che mi fu detto che Ciancimino rinunciava al colloquio diretto con me. Aspettai che arrivasse una cosa formale, la lettera di Ciancimino, e poi informai la Commissione. Nel terzo incontro invece mi chiese del libro. Dissi che lo ritenevo inutile. Non si parlò di nulla di rilevante e non si insistette per il colloquio riservato anche se disse che si era persa un’occasione”. E’ soprattutto su un dettaglio che l’accusa si concentra. La mancata comunicazione del dialogo aperto dal Ros con l’ex sindaco di Palermo all’autorità giudiziaria. “Io stesso chiesi se fosse stata informata – aggiunge Violante – Mi disse di no perché si trattava di una ‘questione politica’ ma anche che comunque si sarebbe avvalso dell’articolo 203 del cpp, quello relativo agli informatori della polizia giudiziaria e dei servizi di sicurezza. La natura degli incontri Mori-Ciancimino? Non lo so e non chiesi approfondimenti. Non era mio interesse”. Possibile che da ex magistrato non avesse ritenuto che quei colloqui con l’ufficiale del Ros potessero avere un’altra rilevanza? Possibile che lo stesso Mori non abbia davvero riferito nulla di più su quei contatti con don Vito?

“Le bombe del dialogo”, “le morti accidentali” e il 41 bis
Eppure nel 1993 proprio Violante fu uno di quei politici che indicò la matrice mafiosa delle stragi individuando anche il motivo del contendere: l’alleggerimento del regime carcerario.
“Si fecero tante ipotesi, anche massoniche sulle scelte dei luoghi – ricorda in aula – Io parlai di ‘bombe del dialogo’. Spiegai che se uno mette una bomba di notte non vuole ammazzare nessuno, vuole segnalare la possibilità di uccidere, non la volontà di uccidere… quindi se fa questo vuole intrecciare un  rapporto”. Ed è esattamente mentre esprime il proprio concetto che l’ex presidente della Commissione antimafia si lascia andare ad una considerazione a dir poco scandalosa: “Del resto le morti di Firenze, erano morti accidentali. Le bombe a Roma e Milano se fatte in altro orario avrebbero fatto più vittime. Diverso sarebbe stato l’attentato all’Olimpico se fosse andato in porto”. Sentite queste parole è lo stesso presidente Montalto ad intervenire ricordando proprio le vittime della strage dei Georgofili e la potenza di esplosivo utilizzata. Un concetto che può essere allargato anche a Milano. Stragi tutt’altro che innocue.
Ma l’audizione sarà ricordata anche per i tanti “non ricordo” (come quello in risposta alla domanda se vi furono contrasti nel dibattito politico per la conversione in legge della ‘Scotti-Martelli’ o come quello in risposta alla domanda sull’“aut aut” dell’ex presidente della Camera Napolitano dopo le stragi del ’93), ma anche per alcuni nuovi spunti. Violante ammette candidamente di aver appreso all’epoca sia dei 41 bis in scadenza che non sarebbero stati prorogati da Conso, che dell’esistenza della doppia anima in Cosa nostra e che vedeva da un lato Riina e dall’altra Provenzano. “Chi mi ha detto queste cose? Non mi ricordo. Non posso ricordarlo. Ho l’impressione che questa visione delle due anime c’era… ma non è un dato di fatto…io avevo tra i miei collaboratori Grasso, Roberti, con i quali si discuteva di queste cose… può darsi che in queste conversazioni sia emersa la possibilità di queste due linee… oggi non so dire…”.
Sul 41 bis Violante è specifico: “Notai e denunciai pericoli. Lo feci in un’intervista. Mi riferivo al fatto che qualcuno non era stato assegnato al 41bis o che non erano stati prorogati alcuni 41bis.  Chiesi informazioni al ministro della Giustizia Conso che mi scrisse il 15 dicembre: ‘Con riferimento alla sua nota del 10 novembre si stanno specificamente analizzando le pronunce di inefficacia dei provvedimenti di applicazione del regime di 41bis a seguito della sentenza della Corte Costituzionale del 28 luglio ’93”. E quando il presidente Montalto chiede se in quella lettera c’era il riferimento ai 41 bis non rinnovati il senatore è sicuro: “Si c’era l’elenco”. Un dato smentito dopo un’attenta lettura in aula da parte dei pm che verificano come quell’elenco di nomi appartiene a figure a cui era confermato il 41 bis. E a quel punto Violante puntualizza. “Io chiesi informazioni ed effettivamente non mi fu risposto sul punto.  Certo è che erano notizie che circolavano… forse notizie giornalistiche… (ma è noto che la stampa si occupò del fatto solo anni dopo, ndr) credo che le notizie venissero da magistrati che avevo incontrato”.

La Falange armata, la testimonianza di Annacondia e la “dissociazione”
Rispondendo alle domande dei pm Teresi, Di Matteo e Tartaglia Violante affronta anche altri punti di interesse come ad esempio le rivendicazioni in serie firmate dalla Falange Armata. “La mia impressione – riferisce – è che si trattava di una etichetta ‘di servizio’ di cui si avvalevano soggetti diversi al fine di espletare minacce… mi sembrava che non fossero le stesse persone a utilizzare quella sigla… mi sembrò di sentire in qualche occasione che poteva anche trattarsi di personaggi che appartenevano in passato ai servizi di sicurezza”.
Violante, poi, parla dei contatti avuti con i boss Raffaele Cutolo ed alcuni familiari di Vittorio Mangano che lo avrebbero voluto incontrare, il primo quando era ancora Presidente della Commissione antimafia, i secondi quando era Presidente della Camera. Quindi smentisce, con anni di ritardo, persino la propria opinione sul tema della dissociazione dei mafiosi. A differenza di quanto detto in un’intervista al settimanale Radio Corriere Tv in aula chiarisce che certi aspetti si sarebbero potuti sviluppare solo “una volta che avremmo raggiunto risultati importanti si sarebbe potuto fare come con i terroristi”.
Particolarmente confusa la risposta alle domande del pm Tartaglia sull’escussione all’Antimafia di Salvatore Annacondia il 30 luglio 1993, il quale riferì di aver appreso a l’Asinara, in una sezione con napoletani e siciliani, di un progetto stragista a monumenti e strutture con l’obiettivo di annullare il 41 bis. Pochi giorni dopo Dia e Sco consacrarono che quegli attentati ai beni culturali avevano proprio l’obiettivo preciso di costringere lo Stato a rinunciare al “carcere duro”. In un primo momento Violante risponde di non ricordare il contenuto dell’audizione, poi afferma di non aver dato peso relativo a queste dichiarazioni: “Spesso si sa che c’è questa abitudine dei pentiti di dare forme di dichiarazione per andare incontro all’interlocutore, magari dando un rapporto tra l’attentato e la volontà di avere una negoziazione. Questa considerazione poteva essere fatta al momento. E magari raccoglie gran parte dei commenti della stampa di quei giorni”. Peccato però che nello stesso esame di fronte all’antimafia Annacondia riferiva di aver detto le stesse cose all’autorità giudiziaria, un magistrato ed un ufficiale della Dia di Bari, già nel gennaio 1993. Ben prima che le stragi in Continente si consumassero portando l’Italia ad essere messa a ferro e fuoco. E alla domanda se, a prescindere dall’esistenza o meno del verbale, la Commissione antimafia si mosse per chiedere quel documento, la memoria torna a vacillare, giustificando un disinteresse per un elemento di grandissima rilevanza: “In questo momento credo di no. Non ero alla Procura della Repubblica. Avevamo degli obiettivi e lavoravamo su quelli. La Polizia giudiziaria presente in corso delle audizioni avrebbe fatto le sue indagini. Interessava a loro informare il Capo della Polizia e il Ministro degli Interni”. E su quelle parole “profetiche” del collaboratore di giustizia pugliese cadde il silenzio. Fine dell’udienza.
Non si può che rimanere basiti di fronte all’ennesima dimostrazione dell’arroganza di chi – volente o nolente – non dà il proprio contributo alla ricerca della verità pur essendo stato un testimone di eccellenza di un periodo storico che ha ipotecato la democrazia del nostro Paese. Che ormai – salvo rare eccezioni – è assuefatto agli smemorati di Stato e ai loro sodali. Uomini che hanno sulla coscienza il dolore dei familiari delle vittime di queste stragi. E che per questo si sono garantiti il più profondo disprezzo.

Foto © Ansa

DOSSIER Processo trattativa Stato-Mafia

fonte:antimafiaduemila.com/

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