Chi sono gli sciacalli?

di Saverio Lodato
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Renzi, in occasione della Direzione PD, ha chiamato “sciacalli” “quelli che stanno fuori”. La frase merita qualche sottolineatura, e per diverse ragioni. Intanto, riassumiamo a beneficio dei lettori occupandoci innanzitutto di quelli che “stanno dentro”. In questo eterno braccio di ferro fra maggioranza e minoranza Dem, il premier da tempo batte sull’identico tasto: se non passa “questa” legge elettorale io salgo al Quirinale mi dimetto e il governo cade. Semplificazione alla quale ricorre ogni qual volta le minoranze danno l’impressione di scuotere pensosamente il capo minacciando futuri sfracelli. Sono mesi e mesi che la tiritera si ripete. Una sorta di ossessionante, e ossessivo: “O così o Pomì”.
Sgravatosi sbrigativamente dalla zavorra dei “valori”, tirato un prepotente calcio alla “questione morale”, con la spocchia anagrafica che gli viene dall’esser molto giovane rispetto ai gerontocrati che lo hanno preceduto – e  qualcuno dei quali sembra ormai avere la testa fra i vitigni – Renzi segue e persegue, politicamente parlando, ciò che al momento gli fa più comodo, assolutamente indifferente al fatto che magari la scelta di oggi sia in contrasto con quella di ieri, per non parlar di quella che assumerà domani. E’ questa sua regola di condotta che conferisce permanente attualità al suo: “O così o Pomì”.
Qualche semplificazione: Gianni De Gennaro, per i fatti della Diaz, “non si tocca”; Pietro Ciucci, per le autostrade Anas che colano a picco “è bene che se ne vada”; i 4 sottosegretari Pd del suo governo, indagati per i più svariati reati “è bene che rimangano”; Maurizio Lupi, che si dimette da ministro per rientrare dalla finestra di capogruppo NCD “è particolarmente apprezzato dal governo per il suo gesto”; se il Papa viene pesantemente preso di petto dal presidente turco, Erdogan, per le sue frasi sul genocidio degli Armeni, ecco un’ottima occasione per tacere; qualsiasi fatto di cronaca (dall’assoluzione per prescrizione degli imputati per l’Eternit alla strage del tribunale di Milano; dalle cifre spaventose sull’evasione fiscale fonte guardia di finanza a quelle sulla disoccupazione fonte Istat; dalla condanna europea dell’Italia per le torture della Diaz alle autostrade che si afflosciano in Sicilia); qualsiasi fatto di cronaca – dicevamo – che va in controtendenza rispetto al rassicurante presepe governativo, viene rintuzzato con la promessa di “nuove” leggi e nuovi “provvedimenti” che, ovviamente, avranno da essere più “duri” e più “efficaci”,  e con la minaccia truculenta di far cadere qualche testa (quale testa, fra le tante candidate al patibolo, sarà Renzi a decidere).
Il “giovane” insomma avrà anche poche idee, ma chiarissime.

L’idea di fondo è quella che il tempo gioca a suo favore. Difficile sostenere che, almeno sino a oggi, abbia avuto torto. Spostiamoci, infatti, nel campo delle “opposizioni”. Opposizioni in senso largo, non perimetrate solo con l’occhio rivolto al PD. Ma è proprio da lì che conviene partire. Vediamo.
Pippo Civati non dice le stesse cose che dice Pierluigi Bersani. Gianni Cuperlo non dice le stesse cose che dice Massimo D’Alema. Roberto Speranza non dice le stesse cose che dice Alfredo D’Attorre. E potremmo continuare. Che non dicano le stesse cose, lo hanno capito tutti gli italiani. Ma siamo sicuri che tutti gli italiani abbiano capito cosa dicono? O quali siano le differenze di sostanza fra le cento tribù che, alla resa dei conti, vanno ognuna per conto suo? Ieri si è dimesso Speranza da capogruppo Pd alla Camera. Ma a leggere i giornali, si scopriva che nessuno crede che siano dimissioni “irrevocabili”. Si leggeva persino – incredibilmente –, che molti della minoranza sperano che Renzi imponga il voto di fiducia proprio per evitare d’essere costretti alla resa finale dei conti. Bersani ha dichiarato stizzito che non sente odore di “ritirata” ma odor di “battaglia”. Può darsi. Si tratta solo di avere ancora un po’ di pazienza e gli italiani capiranno.
Ma nell’immediato? Renzi tira dritto con il suo “O così o Pomì” mentre la minoranza non fa altro che rimandare alla calende greche la sua “ora X”.
Detto per inciso: ci riferiamo soltanto a Renzi perché l’intera compagine governativa assomiglia ogni giorno di più a un coretto alpino, che sta sullo sfondo del premier, per cantare la bontà del latte appena munto da mucche nutrite a regola d’arte in rigogliose vallate sempreverdi. Persino Matteo Orfini, che aveva steccato rispetto al coretto alpino – e con audacia che gli va riconosciuta – chiedendo le dimissioni di De Gennaro, è stato costretto a rientrare nei ranghi.
Poi vengono i piccoli indiani di Nichi Vendola il quale, un giorno si e l’altro pure, annuncia al suo “popolo” il suo prossimo ritiro dalla politica visto che vuol dedicarsi – legittimamente – a scelte di natura privata. Ma il tutto aiuta gli italiani a comprendere che pasa por la cabeza della sinistra (per dirla alla spagnola)? Temiamo di no.
Matteo Salvini e Giorgia Meloni schizzano a tempo record da un programma televisivo all’altro e schizzano in alto nei sondaggi. Perché ricevono una messe tanto smodata di inviti? Ma si capisce. Per dar l’impressione che in Italia il “dibattito è aperto”, che è in atto un titanico scontro fra idee e politiche differenti, che non esiste alcun “pensiero unico”, che non esiste alcun “uomo solo al comando”, e che la democrazia italiana è bella perché è varia. I 5 Stelle scelgono la strada della “purezza” dichiarando che non se la sentono di votare contro l’Italicum insieme ai rivoltosi di Forza Italia e – conseguentemente – insieme alla minoranza Pd. Salvo poi unirsi a Salvini e alla Meloni con lettere-supplica al Capo dello Stato, Sergio Mattarella, perché “vigili” su quanto sta accadendo in Parlamento sulla legge elettorale.
Susanna Camusso, segretaria Cgil, dà per scontato che il Pd ormai non rappresenta più la sinistra in Italia; ritiene inevitabile che dalle macerie PD nasca qualcosa di nuovo; però non è per niente convinta che Maurizio Landini sia l’uomo nuovo all’orizzonte e, dulcis in fundo, rivela che in questo momento non voterebbe per nessun partito. Non è detto che gli italiani condividano l’analisi della Camusso, ma, di sicuro, hanno perfettamente capito quello che dice. Con i tempi che corrono, non è cosa di poco conto.
Ma torniamo al punto dal quale eravamo partiti. Perché Renzi ha definito “sciacalli” quelli che “stanno fuori”? Ma perché sa perfettamente di avere in comune con i suoi oppositori più “irriducibili”, quelli, per l’appunto, che “stanno dentro”, un formidabile collante: voler restare esattamente dove si trova perché la poltrona non si tocca. E – come più volte ha ripetuto – sino al 2018.
Ma chi sono invece gli “sciacalli”? Son quelli che “stanno fuori” dal Palazzo del Potere. La società italiana, i disoccupati, gli insegnanti, gli immigrati, gli impiegati, i pensionati, i giovani, i morti di fame… Saranno anche ringhiosi gli “sciacalli”, sembra sottintendere il premier del “O così o Pomì”, ma basta non farli avvicinare più di tanto alle cabine elettorali …
Quanto alla musichetta da sottofondo, ci penserà il coretto alpino.

saverio.lodato@virgilio.it

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