Papa Francesco e la lotta alla mafia


di Giorgio Bongiovanni

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In Italia le mafie, in particolare Cosa nostra, ‘Ndrangheta e Camorra, esistono da quasi 200 anni, la Chiesa Cattolica invece da oltre 2000.
Questo giornale, che ha fatto della lotta alla mafia una scelta di vita, è convinto del valore universale dell’antimafia. Pertanto, sebbene lo scrivente sia credente e segua un percorso spirituale fortemente cristiano, la testata ANTIMAFIADuemila, che, da 15 anni, ha l’onore di ospitare editorialisti e cronisti esperti di mafia, prima con l’edizione cartacea poi con la rivista e il quotidiano on line, si è imposta la regola della laicità.
Premesso ciò siamo felici di testimoniare che siamo difronte ad un Papa, Francesco Jorge Bergoglio, che ha fatto della lotta alla mafia un valore cardine del cristianesimo. 
Papa Francesco ha attaccato la mafia come nessun altro dei 263 papi precedenti in tutta la storia della chiesa abbia mai fatto. In ben undici discorsi ufficiali ha sottolineato come la mafia sia il male e di conseguenza in antitesi a Dio. Ma soprattutto è l’unico Papa ad aver sentenziato come autorità suprema la scomunica dei mafiosi dalla Chiesa cattolica (la pena ecclesiastica più severa: implica l’esclusione di un suo membro dalla comunità dei fedeli a causa di gravi e ostinate infrazioni alla morale e/o alla dottrina riconosciuta, ndr).
“Quando all’adorazione del Signore si sostituisce l’adorazione del denaro – aveva detto dall’altare della messa nella Piana di Sibari il 21 giugno scorso – si apre la strada al peccato, all’interesse personale e alla sopraffazione. Quando non si adora il Signore – aveva proseguito – si diventa adoratori del male, come lo sono coloro che vivono di malaffare, di violenza, la vostra terra, tanto bella, conosce le conseguenze di questo peccato. La ‘Ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato, bisogna dirgli di no. La Chiesa che so tanto impegnata nell’educare le coscienze, deve sempre più spendersi perché il bene possa prevalere. Ce lo chiedono i nostri ragazzi. Ce lo chiedono i nostri giovani, bisognosi di speranza. Per poter rispondere a queste esigenze, la fede ci può aiutare”. “Quelli che non sono in questa strada di bene, come i mafiosi, questi non sono in comunione con Dio, sono scomunicati”. 
Con queste parole il papa ha emesso una condanna chiara e inequivocabile che rappresenta l’apice del percorso di denuncia contro la mafia iniziato fin dai primi mesi del suo pontificato.

Più volte infatti il Papa aveva pregato i mafiosi di pentirsi: “Convertitevi.” Aveva gridato il 21 marzo dello scorso anno accanto a Don Ciotti durante la commemorazione delle vittime di mafia a Latina “Per favore cambiate vita, convertitevi, fermatevi di fare il male!”. “Il potere, il denaro che voi avete adesso da tanti affari sporchi, da tanti crimini mafiosi è denaro insanguinato, è potere insanguinato e non potrete portarlo all’altra vita”. Appello lanciato anche il 21 febbraio di quest’anno: “Le manifestazioni di religiosità esteriore non fanno dei mafiosi dei veri credenti, né li mettono in comunione con Cristo e con la sua Chiesa”. Serve piuttosto una “vera e pubblica conversione” ha detto Francesco ai settemila fedeli di Cassano allo Jonio nella Citta del Vaticano. 
E due giorni fa, mentre a Bologna Don Ciotti marciava con 200 mila giovani in ricordo delle vittime di mafia, a Napoli, a poca distanza dalle drammaticamente note “Vele di Scampia” Papa Francesco ancora una volta ha condannato il malaffare. Davanti ad una Napoli ferita profondamente dalla camorra e dal compromesso mafioso ha detto: “La corruzione puzza”. “Non lasciatevi rubare la speranza. Non cedete alle lusinghe di facili guadagni o di redditi disonesti. Reagite con fermezza alle organizzazioni che sfruttano e corrompono i giovani, i poveri e i deboli, con il cinico commercio della droga e altri crimini”. Rivolgendosi poi ai mafiosi ha gridato ancora una volta: “Convertitevi all’amore e alla giustizia”. Non è mancata neanche la condanna diretta a chi si è macchiato del crimine più vigliacco e orribile che si possa commettere, quello di togliere la vita ad un bambino: “Qui ci sono oggi tanti bambini, – aveva detto papa Bergoglio alla Piazza San Pietro gremita di bimbi per la Carovana della pace dell’Azione cattolica –  è davanti a loro che voglio rivolgere un pensiero a Cocò Campolongo che a tre anni è stato bruciato in macchina a Cassano allo Jonio, questo accanimento su un bambino così piccolo sembra non avere precedenti nella storia della criminalità”. Chi ha ucciso e bruciato il piccolo Cocò Campolongo si “penta e si converta”. Anche quando era scoppiato il grande scandalo di Roma Mafia Capitale il Santo Padre è intervenuto con fermezza  “Senz’altro le gravi vicende di corruzione, emerse di recente – aveva dichiarato il 31 dicembre scorso al termine del Te Deum – richiedono una seria e consapevole conversione dei cuori per una rinascita spirituale e morale”.
Alla luce di queste dichiarazioni pubbliche e di altre in cui condanna la mafia come male assoluto che sfrutta e opprime il debole e il povero, è inevitabile constatare che Papa Francesco è l’unico Papa che si è scagliato con questa decisione contro la mafia. Fatta eccezione in parte per Giovanni Paolo II che il 9 maggio 1993 nella valle dei Templi ad Agrigento rivolgendosi ai mafiosi gridò: “Convertitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio”. Discorso che contribuì probabilmente, assieme ad altri motivi, alla condanna a morte emessa dai fratelli Graviano nei confronti di padre Pino Puglisi. Giovanni Paolo II però fu avaro di ulteriori dichiarazioni nei suoi 27 anni di pontificato ed il suo successore, Benedetto XVI solo una volta prese le distanze dalla mafia: “La mafia – disse nel 2010 – è una strada di morte, incompatibile con il Vangelo”. La maggior parte dei Papi fu invece indifferente e omertosa nel prendere una chiara posizione contro la mafia. Addirittura nel pontificato di Paolo VI e Pio XII Cosa nostra aveva grossi interessi all’interno delle mura vaticane quando tramite lo IOR avveniva il riciclaggio di miliardi di lire del traffico di droga. Riciclaggio che provocò poi il crollo del Banco Ambrosiano e l’arresto (mancato) del cardinale Marcinkus, braccio destro sia di Paolo VI sia di Giovanni Paolo II.
L’infiltrazione della criminalità nelle stanze del Vaticano è stata così forte ed insidiosa nel corso della storia da arrivare molto vicino ai vertici supremi, è risaputo infatti che Michele Sindona (banchiere e criminale italiano condannato all’ergastolo per essere stato il mandante dell’omicidio Ambrosoli, ndr) fu un amico personale dello stesso Papa. In questo ambiente insidioso e inquinato  sospetta è la morte misteriosa di papa Giovanni Paolo I che voleva fare una seria opera di pulizia all’interno delle mura vaticane. Nell’arco della sua storia quindi la Chiesa Cattolica oltre che omertosa è stata addirittura in accordi con il sistema mafioso. Con il pontificato di Francesco I si sta verificando una deviazione dal percorso tracciato dai suo predecessori. Già nel 2000 l’allora Cardinale Jorge Bergoglio non aveva avuto timore ad ammettere la scarsa azione di contrasto della Chiesa Argentina alla dittatura sanguinaria di Rafael Videla, e dei suoi compagni Emilio Eduardo Massera, Orlando Ramón Agosti. “Siamo stati indulgenti verso le posizioni totalitarie – aveva ammesso il futuro papa – attraverso azioni e omissioni abbiamo discriminato molti dei nostri fratelli, senza impegnarci abbastanza nella difesa dei loro diritti. Supplichiamo Dio che accetti il nostro pentimento e risani le ferite del nostro popolo”.
Francesco I è a tutti gli effetti un papa antimafia ed alla luce dei rapidi e concreti cambiamenti che sta facendo per riformare questa chiesa inquinata fino ai suoi vertici si fa strada la speranza che il desiderio di vedere il Papa additare con nomi e cognomi i mafiosi assassini non è più un’utopia.
Dopotutto tra i tanti traditori dei valori Cristici questa chiesa ha ospitato anche i più grandi santi del cristianesimo, come san Francesco, Padre Pio, madre Teresa di Calcutta, e lo stesso Beato Pino Puglisi.
Il coronamento dell’azione antimafia di papa Francesco è stato dimostrato dai vari incontri che ci sono stati con don Ciotti presidente di Libera, da sempre in prima fila contro la mafia. Primo fra tutti quello del 21 marzo scorso a Latina alla XIX Giornata delle memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, dove Don Ciotti avvallato dalla presenza fisica e spirituale del capo della chiesa seduto al suo fianco ha gridato: “Non lasciamo soli i magistrati che rischiano, quelli che sono sovraesposti, faccio un nome per tutti: Nino Di Matteo, indicato espressamente da Riina.”
Ci auguriamo quindi che il Papa possa proseguire la sua strada di evangelizzazione della chiesa di Pietro e soprattutto speriamo che continui ad avere questo coraggio per riuscire finalmente a denunciare personaggi potenti che hanno occupato ed occupano indegnamente i luoghi del potere e i vertici dello Stato e che hanno armato il braccio violento della mafia contro i deboli e i giusti.

Fonte:Antimafiaduemila

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