L’Unione Europea è davvero garante della pace in Europa?

 

Krancic

di Matteo Zola

Parlare di Europa si deve, recita uno slogan pubblicitario di una campagna volta a spiegare all’opinione pubblica italiana che non solo matrigna è l’Unione Europea, ma anche foriera di buone regole e garanzie per il cittadino. La campagna, in onda sulla televisione pubblica italiana, risponde così alle molte demagogie che circolano in merito alle questioni europee. Tuttavia, se parlare d’Europa si deve, sarebbe buona regola non limitarsi alle sviolinate distinguendo, dapprincipio, il concetto di Europa (l’idea di Europa, come dicono i filosofi e i politologi) da quello di Unione Europea. Uno dei mantra che costantemente vengono recitati dagli europeisti – tra i quali chi scrive si annovera, anche se su posizioni ereticali – è quello della pace: l’Unione Europea ha garantito la pace in Europa, il più lungo periodo di pace che il continente abbia mai conosciuto, e grazie a quella pace c’è stato sviluppo, crescita economica, e diritti civili. Il sottotesto di questo messaggio è: per la pace, bene supremo, bisogna mandare giù qualche riforma economica sbagliata e un assetto politico al momento a-democratico. Ubi maior, minor cessat. Ma l’Unione Europea è stata davvero garante della pace?

Il Comitato norvegese per il premio Nobel per la pace decise di premiare, nel 2012, proprio l’Unione Europea. Secondo i norvegesi,”l’Unione e i suoi precedessori hanno contribuito per oltre sei decenni all’avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa“. Partiamo dai predecessori allora e vediamo se è stato come dicono i signori del Nobel. Quando il 18 aprile 1951 con il Trattato di Parigi venne istituita la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) fu chiaro che l’intento non era solo economico. I principali giacimenti si trovavano in aree da sempre contese, il cui possesso è stato alla base di molti conflitti compresa la Seconda guerra mondiale che, al momento della firma, era terminata da appena sette anni. La scelta di mettere in comune il settore carbo-siderurgico consentiva di regolare la produzione di armamenti e materiale bellico impedendo un riarmo segreto delle nazioni coinvolte. L’iniziativa della CECA venne dai politici francesi Jean Monnet e di Robert Schuman (il cosiddetto “Piano Schuman” o “dichiarazione Schuman” del 9 maggio1950). Lo stesso Schuman dichiarò: “la pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”. E la CECA fu coraggiosa e creativa, senz’altro. Possiamo quindi dire che sì, la CECA ha contribuito alla pace e alla riconciliazione. E dopo?

Dopo ritroviamo lo stesso Schuman opporre un netto rifiuto al progetto di un esercito comune europeo. Quella della Comunità europea di difesa (CED) fu un’idea che, a inizio anni ’50, venne lanciata da ambienti diplomatici italiani e che trovò l’opposizione francese timorosa di un riarmo della Germania. La proposta del governo italiano, influenzata dalle idee di Altiero Spinelli (in quel momento vicino a De Gasperi), chiedeva di istituire un’assemblea per la gestione dell’esercito integrato, la quale avrebbe anche dovuto occuparsi di studiare la costituzione di un organo rappresentativo democratico. Gli Stati Uniti non si opposero al progetto che, anzi, all’epoca videro come una possibilità di alleggerimento dei costi militari per la NATO. Se “i padri fondatori” avessero davvero voluto porre l’Europa al sicuro da se stessa, cosa c’era di meglio di un esercito comune che avrebbe, oltretutto, portato l’Europa verso una piena autonomia politica? Ma si preferì il vassallaggio americano. Da allora fu la NATO, e non un’istituzione europea, a garantire la pace in Europa. E di questo dobbiamo ringraziare lo stesso Schuman.

Quando nel 1966 Charles de Gaulle decise l’uscita della Francia dal comando militare NATO per poter perseguire il proprio programma di difesa nucleare, il quartier generale dell’Alleanza Atlantica venne trasferito da Parigi a Bruxelles che, da allora, sarà la “capitale” della sicurezza militare in Europa. Si è dovuto attendere il Trattato di Lisbona (2007) perché l’Unione Europea rimettesse sul piatto l’ipotesi di un esercito comune (“La politica estera e di sicurezza comune deve includere la progressiva formazione di una politica di sicurezza comune. Ciò condurrà ad una difesa comune, quando il Consiglio europeo, agendo unanimemente, deciderà così.” – TUE, articolo 27).

La pace si prepara e si favorisce attraverso l’eliminazione dei motivi di contesa, come fece la CECA, ma si mantiene solo attraverso una presenza militare, nel nostro caso la NATO. Certo, dare alla NATO il premio Nobel per la pace sarebbe stato azzardato (anche se poi lo si darà al commander-in-chief delle forze armate del paese guida dell’Alleanza, ovvero il presidente americano Barack Obama) ma, consentite il paradosso, la pace in Europa è stata garantita dalla presenza militare NATO (e americana): una presenza che porta con sé anche un’influenza politica ed economica e che si profila più come un “vassallaggio” che come una reale “garanzia”. La pace in Europa è dunque il frutto di una (invadente) tutela americana dovuta alla cecità degli europei, francesi in testa. E l’Unione Europea che c’entra in tutto questo?

L’Unione Europea, di per se stessa, non ha fatto molto per il mantenimento della pace. A inizio anni Novanta la neonata Unione naufragò nelle guerre jugoslave, spaccandosi ancor prima di unirsi, giocando alle potenze come nell’Ottocento, così che la Francia e l’Inghilterra, per limitare l’espansione di una Germania appena riunificata, appoggiarono un criminale come Milosevic banchettando con lui sul cadavere di Bosnia. Ebbe inizio lì, forse, la “balcanizzazione” che sembra vivere oggi il vecchio continente.

Oggi è la crisi ucraina a mostrare l’incapacità dell’Unione Europea nel mantenere la pace in Europa. Anzi, lo sciagurato appoggio a priori offerto ai leader dell’opposizione Yatseniuk, Klitshko e il neofascista Tjahnybok, senza tentare un concreto processo di mediazione con l’allora presidente Yanukovich, né considerare gli aspetti anti-democratici della formazione guidata da Tjahnybok, ha favorito l’inasprirsi di una contesa politica che, da piazza Indipendenza, è presto arrivata in Crimea e nel Donbass dando luogo a una guerra combattuta – seppur per interposta persona – dalla Russia, aprendo così uno scenario geopolitico estremamente pericoloso per la “pace” anche nei paesi limitrofi che hanno, infatti, cominciato a riarmarsi.

Non è l’Unione Europea ad avere garantito la pace in Europa ma è stato il tallone di ferro dell’Alleanza Atlantica. E lo ha fatto perché l’Europa glielo ha fatto fare. E questa “pace” altro non è che una forma di controllo e sottomissione dell’Europa a un “mastino” che, affossando la CED, abbiamo fatto entrare in casa. La pace del mastino, però, è guerra nei confronti di chi sta fuori da casa: fu la NATO a bombardare Belgrado, è bene ricordarlo, senza che l’ONU le avesse dato mandato. Le istituzioni europee vanno viste nel loro complesso e in prospettiva storica. E’ sbagliato accusare l’UE di colpe non sue, facendone il capro espiatorio dell’incapacità dei politici nazionali, ma è anche sbagliato costruire intorno all’UE una retorica buonista e pacifista.

Si è detto all’inizio che quello della pace – bene supremo –  è argomento che serve a far digerire misure economiche nocive, impoverimento, macello sociale. Ma se non fu l’Unione Europea a mantenere la pace nel continente, allora non dobbiamo nulla a questo organismo e – per estremo – non è affatto vero che senza l’UE ci sarebbe la guerra in Europa poiché la pace, abbiamo visto, è garantita dalla NATO. Se l’UE è in cerca di legittimazione, è bene che lo faccia attraverso concrete azioni economiche e politiche destinate a garantire lavoro e dignità, oltre che democrazia, al continente, piuttosto che insistendo con retoriche false che, orwellianamente, diventano vere se infilate a forza nelle nostre coscienze.

“Parlare di Europa si deve”, certo. E Belgrado è, fino a prova contraria, in Europa, e lo è anche Kiev. Parlare di Europa è cosa che su queste colonne cerchiamo di fare mettendo in luce anche le contraddizioni senza per questo unirci al coro dei detrattori. L’acqua sporca va gettata ma il bambino va salvato. Non confondiamo dunque la storia del nostro continente con le narrazioni dell’UE. L’Unione Europea è oggi a un bivio e, nel bene, potrebbe essere la piena realizzazione dell’idea di Europa ma, nel male, ne diventerebbe un cancro o, peggio, un simbionte che, per poterlo uccidere, si dovrà uccidere l’Europa stessa. Occorre dunque stare all’erta se si vuole indirizzare il percorso di integrazione europea verso il giusto cammino.

Fonte:eastjournal

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