Il CSM, l’asino che cascò due volte

di Saverio Lodato
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Il CSM: ovvero, l’asino che cascò due volte.
Sarebbe una grande occasione per un “mea culpa” collettivo del Consiglio Superiore della Magistratura – ormai presieduto dal nuovo capo dello Stato, Sergio Mattarella – sulla spinosa vicenda che riguarda il P. M. palermitano, Nino Di Matteo. Sarebbe un’imperdibile occasione di “glasnost”, di trasparenza, cioè, per dirla alla russa, per ricominciare a mettere ordine in quella torre di Babele che è diventata la lotta alla mafia per responsabilità primaria – cerchiamo di non dimenticarlo mai – dell’ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Quando l’assemblea plenaria del CSM inizierà la discussione sui nomi dei magistrati chiamati a occupare i tre posti che si sono liberati nella Direzione Nazionale Antimafia, potremmo assistere all’alba di un nuovo giorno.
Un nuovo giorno: quello in cui si rispettano le regole. Un nuovo giorno: quello in cui si premia il curriculum migliore. Un nuovo giorno: quello in cui si dice pane al pane e vino al vino, ché il processo di Palermo sulla Trattativa Stato-Mafia e Mafia-Stato è il processo più delicato, più insidioso, più imponente (quanto ai capi d’accusa contestati) che si sia mai svolto dal dopoguerra a oggi. L’affermazione non sembri eccessiva: è la prima volta, infatti, che si ipotizza, giudiziariamente, che dietro le coppole e le lupare ci stavano i colletti bianchi delle istituzioni, dello Stato, di quel Potere che – a rigor di logica – coppole e lupare avrebbe dovuto fronteggiare immancabilmente, implacabilmente, insomma: irriducibilmente. Quanto alla sentenza che chiuderà tale processo, si vedrà.

Ma dicevamo. Un nuovo giorno: quello in cui il CSM, con uno scatto d’orgoglio, torni a essere organo di autogoverno della magistratura, affrancandosi dalle pastoie di una politica politicante che troppo spesso, in questi ultimi anni, lo ha fatto assomigliare a un manichino etero-diretto.
Qual è la prima condizione che dovrebbe verificarsi perché ciò accada?
Dicevamo all’inizio: un collettivo “mea culpa”. Meglio rettificare: un profondo “esame di coscienza”.
Entriamo nel merito. Com’è noto, Nino Di Matteo, che è il P.M. di riferimento dell’accusa nel processo sulla Trattativa, ha presentato domanda per andare a ricoprire uno dei tre incarichi resi vacanti alla DNA. Come è altrettanto noto, la terza commissione del CSM, che assegna gli incarichi, nello stilare la sua graduatoria di quanti hanno fatto richiesta, ha assegnato a Di Matteo la casella numero undici. E ha conseguentemente indicato altri tre magistrati che reputa idonei, molto più in alto in classifica, dunque, rispetto a Di Matteo. Adesso il plenum sarà chiamato a dire la sua. Nel frattempo, e anche questo è noto agli addetti ai lavori, si sono manifestate le iniziative di due consiglieri che chiedono di rivedere i criteri adottati dalla commissione: quella di Aldo Morgigni, corrente “Autonomia e Indipendenza”, che piazza Di Matteo al primo posto di una sua personale graduatoria; quella di Piergiorgio Morosini, gruppo “Area”, che saggiamente suggeriva che la pratica tornasse in commissione ma, messa ai voti dal plenum, la sua richiesta è stata respinta con 16 voti contrari e 8 a favore.
Per il momento, fermiamoci qui. Questi pronunciamenti si spiegano in un solo modo: Di Matteo non ha i titoli; Di Matteo non può pretendere, in forza del fatto che rappresenta l’accusa nel processo per eccellenza allo Stato e alla Mafia, di andare a occupare il posto in DNA; in altre parole Di Matteo può benissimo starsene dove sta, a Palermo; e – se proprio vogliamo dirla tutta – Di Matteo non rischia la vita in modo particolare.
Bastava dirlo. E la vicenda avrebbe assunto contorni limpidi, discutibili certo, ma palesi, comprensibili anche al gran pubblico.
Ma il fatto è che tutte queste motivazioni, che noi ricaviamo induttivamente, per logica che ha sempre presieduto questa materia, né la commissione incarichi direttivi, né il CSM in quanto tale, le hai mai verbalizzate. E qui l’asino è cascato una prima volta. Poiché le persone in buona fede sanno benissimo che i tre prescelti dalla commissione hanno un curriculum, quanto a anzianità e esperienza di inchieste antimafia, incommensurabilmente inferiore a quello di  Nino Di Matteo, se ne è ricavata la sgradevole sensazione che Cause Di Forza Maggiore sbarrano il passo al pubblico ministero palermitano. Altre spiegazioni, infatti, non possono essercene.
Ma incredibilmente, ieri, lo stesso asino è cascato per terra un’altra volta.
Di Matteo infatti è stato convocato urgentissimamente a Roma dal CSM che gli ha proposto di assegnarlo a qualsiasi Procura sia di suo gradimento in considerazione del fatto che “rischia la vita”. Considerazione per altro ovvia, essendo Di Matteo l’unico magistrato italiano al quale l’Ufficio Centrale Interforze per la sicurezza personale (UCIS), ha riconosciuto il primo livello di protezione.
Ma qui viene il bello: quegli stessi argomenti passati sotto silenzio quando non viene riconosciuta a Di Matteo la sua legittima aspirazione a uno di quei tre posti, vengono ora – ed era ora! – verbalizzati per rivolgere all’interessato un discorsetto che, se fatto alla romana, suonerebbe più o meno così: “A Nino… che te serve? Indicaci una città italiana e te ce mannamo subito. E se non ce stà un posto libero te lo famo su misura…”. Meraviglioso CSM!
Di Matteo che ha fatto? Ha ringraziato e preso atto, informando però il CSM di volere attendere l’esito di quella domanda presentata. Vuole capire, vuole sapere le cose come stanno, vuole che tutto sia, appunto, limpido e trasparente. E come non bastasse – ed è notizia di questa mattina – ha anche ritirato una domanda presentata tempo addietro per la Procura di Enna proprio per non dare adito a “giochetti” dell’ultima ora.
Per tutto quanto detto sin qui, per il CSM, potrebbe essere l’alba di un nuovo giorno.
Ma che forza, che autonomia, che spina dorsale dovrebbe dimostrare questo CSM!
Non dimenticate, però, che un Capo dello Stato può decidere di presiedere personalmente le assemblee del CSM. Come, d’altra parte, può deciderne di farne a meno. E noi, che d’abitudine non siamo abituati a tirare le giacchette altrui, ci limiteremo, in un caso o nell’altro, al ruolo di semplice “spettatore”.
Sarà infatti interessantissimo vedere come si concluderà il “caso Di Matteo”. Su questo non ci piove.

saverio.lodato@virgilio.it

Foto © Paolo Bassani

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