Il Bel Paese allo sfascio: dalle “meretrici” di Berlusconi alle ipocrisie del Csm


di Giorgio Bongiovanni
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Il Bel Paese “sole, pizza e mandolino” di poeti e navigatori, farà ancora parlare di sé all’estero dopo l’assoluzione di Silvio Berlusconi dai reati di prostituzione minorile e concussione per costrizione sul caso Ruby. Secondo la Cassazione infatti non è sufficientemente provato che Berlusconi fosse consapevole della minore età di Ruby, nonostante alcune intercettazioni dimostrerebbero l’esatto contrario. Mentre per quanto riguarda il reato di concussione non si è verificato in quanto non risulta che Pietro Ostuni (capo di Gabinetto che rilasciò Ruby affidandola a Nicole Minetti dopo la telefonata di Berlusconi, ndr) abbia ricevuto ordini perentori o minacce concrete e quindi non c’è stata una limitazione radicale della libertà. Verdetto che si basa su come la concussione è stata circoscritta dalla legge Severino.
Ebbene, questa sentenza non nega però la prostituzione ad Arcore, la stessa difesa ha ammesso che Ruby, e cioè Karima El Mahroug, “si prostituiva prima e dopo e forse anche ad Arcore”. Berlusconi risulta quindi colpevole e a nostro giudizio è eticamente impresentabile come leader di un grande partito, tanto più come rappresentare delle nostre istituzioni. Nessuna carica statale o ruolo istituzionale può essere ricoperta da un uomo il quale è stato sufficientemente provato essere stato “puttaniere” e leader corrotto. Ma soprattutto un politico che ha frequentato per anni mafiosi, anche durante la sua carica di presidente del consiglio. Molti sono infatti i soggetti facenti parte del suo partito che sono stati indagati ed in alcuni casi condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.  Persino il fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, uno dei suoi più fedeli uomini che gli è stato accanto fin dall’inizio e di conseguenza anche complice della sua vita politica e professionale, ora in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Così come è risaputo che l’“ex stalliere” Vittorio Mangano, tanto apprezzato dall’ex premier che lo ha “ospitato” a casa sua per molti anni, era un noto mafioso amico di Dell’Utri.

Berlusconi è stato assolto dal reato di prostituzione minorile ma rimane condannato definitivamente per evasione fiscale e molti sono i processi e le inchieste ancora in corso (processo per il nastro Fassino-Consorte legata al caso Bnl-Unipol, Inchiesta Ruby ter, processo Mediaset, processo escort Bari, processo Compravendita senatori ed infine il processo Lodo Mondadori, ndr). Il “caimano” però non si dà per vinto ed a sentenza emessa ha proclamato che si presenterà di nuovo alle elezioni e che cercherà di conquistare l’elettorato, niente di più ovvio per un “puttaniere” amico dei mafiosi. Ma questa volta nessun italiano in buona fede, potrà difendere la ormai vergognosa figura di Berlusconi macchiatasi da fatti e sentenze oggi note a tutti. Se quindi anche un solo italiano voterà per questo signore bisognerà domandarsi se si tratta di uno stupido e vigliacco (nelle migliori delle ipotesi) oppure di un delinquente (nella peggiore delle ipotesi).
Cambiando completamente pagina e parlando di cose ben più serie della barzelletta tragicomica e inquietante del pregiudicato Silvio Berlusconi e delle sue perversioni sessuali, ieri è accaduto un altro fatto importante che ha visto al centro dei giochi il Consiglio superiore della magistratura. E’ stato rinviato per la seconda volta la votazione del Csm sulle nomine dei nuovi sostituti alla Procura nazionale antimafia.
Se da una parte quindi vediamo una magistratura attenta e premurosa su ogni cavillo ed interpretazione possibile della legge, tanto da assolvere un imputato con alle spalle intercettazioni e testimonianze schiaccianti, dall’altra ci chiediamo cosa sia successo nel Consiglio superiore della magistratura, dove la stessa minuzia ed attenzione non sembra essere stata impiegata per la lotta alla mafia.
Non sono per nulla chiare infatti le dinamiche che si stanno verificando all’interno del Csm. A partire dalla scandalosa e inspiegabile bocciatura del pm Nino Di Matteo dalla rosa di proposte presentate all’unanimità dalla Terza Commissione di Palazzo dei marescialli, dal momento che il magistrato palermitano vanta un curriculum di oltre vent’anni d’inchieste sul fronte antimafia, unico fra tutti i candidati.
Il 4 marzo scorso poi c’è stato un primo rinvio alla votazione del Csm e ieri un secondo rinvio. Il pubblico ministero Nino Di Matteo, grazie alla proposta alternativa del togato Aldo Morgigni, di Autonomia e Indipendenza è rientrato sorprendentemente in gioco. Per questo Il voto è stato rinviato nuovamente al prossimo plenum per permettere al procuratore nazionale antimafia Franco Roberti di esprimere il suo parere su Di Matteo.
Ciononostante, sarà difficile che Di Matteo venga nominato al posto di uno dei tre magistrati (Eugenia Pontassuglia, Marco Del Gaudio, Salvatore Dolce) scelti precedentemente, anche perché è stata bocciata la proposta di Morosini di far tornare la pratica in Commissione per valutare se la posizione del magistrato fosse stata “adeguatamente considerata”. Di Matteo probabilmente potrà accedere alla procura nazionale antimafia solo più avanti per coprire un quarto posto vacante, oppure in autunno quando andrà in pensione Giusto Sciacchitano.
Per chi avesse seguito il caso da vicino, come noi, sorgono spontanee alcune domande.
A cosa è dovuto questo cambio d’idea nel Csm? Certamente ha influito anche il lavoro di consiglieri intelligenti, che alla luce della bravata indecente fatta la volta scorsa hanno cercato di far tornare il Csm sui suoi passi.
Come mai questi cambiamenti e rinvii repentini?
Il Consiglio superiore della magistratura non dovrebbe essere un ordine di trasparenza, serietà e professionalità?
Eppure, la decisione precedente non si può dire professionale e tantomeno seria dal momento che è stato tradito nonché ingannato uno degli elementi  fondamentali dello status del Consiglio superiore della magistratura che dovrebbe promuove i magistrati più titolati, soprattutto quando si tratta di lotta alla mafia o di procura nazionale antimafia.
Nino Di  Matteo è il magistrato professionalmente più veterano degli altri candidati, più qualificato per avere i numeri per essere ammesso ed è stato invece bocciato. Non si può dire che il Consiglio Superiore della Magistratura abbia semplicemente scelto deliberatamente perché i tre magistrati proposti, senza nulla togliere alla loro professionalità e bravura, non sono all’altezza del pm Di Matteo per quanto riguarda la lotta a Cosa Nostra.
Ci auguriamo che il prossimo plenum riconosca a Di Matteo il piccolo dovuto che spetta ad un magistrato che da vent’anni è impegnato contro la mafia con dei risultati importanti.
O dobbiamo essere noi giornalisti a ricordare i successi del pm all’interno della magistratura?  Non solo Nino Di Matto rappresenta la pubblica accusa assieme a Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene nell’ormai storico processo sulla trattativa mafia-stato, ma alle spalle ha anche molti processi a Caltanissetta contro Cosa nostra gelese. Tanto che già nel 1993 gli venne affidata la scorta perché fu minacciato dalle cosche di Gela e Caltanissetta, tra le più feroci della Sicilia. Senza poi contare il processo Borsellino ter, dove Di Matteo fece condannare tutta la cupola di Cosa nostra al completo e la vittoria sul processo a carico dell’ex presidente della regione siciliana Totò Cuffaro, condannato definitivamente a sette anni di reclusione per favoreggiamento personale e rivelazione di segreto d’ufficio, aggravati dall’aver aiutato Cosa Nostra. Lungo è l’elenco delle inchieste sulle connessioni tra mafia e colletti bianchi nelle quali Di Matteo si è addentrato nell’arco della sua carriera,  dall’inchiesta “Ghiaccio” a “Sistemi criminali” e molte altre.
Non dovrebbe essere un giornalista a ricordare questi fatti al Csm ma dovrebbe essere il Csm stesso a presentare orgoglioso e in modo ancor più dettagliato il curriculum di un magistrato come Antonino Di Matteo.
Speriamo quindi che il Consiglio superiore della magistratura cambi parere.
Speriamo che il vicepresidente Giovanni Legnini non si faccia prendere da debolezze umane ma dia una svolta alla storia del Csm che già troppe vittime ha lasciato nel suo percorso, fra tutte l’assassinio di Giovanni Falcone. Lo stesso Paolo Borsellino denunciò pubblicamente che Falcone aveva iniziato a morire quando il Consiglio superiore della magistratura bocciò la sua carica a consigliere capo istruttore.
Questi gravi errori devono rimanere come insegnamenti e ammonimenti per il Csm e non come copioni da ripetersi.
Speriamo quindi che il presidente della repubblica Sergio Mattarella intervenga con la sua autorità affinché questa accozzaglia di scribi e farisei si trasformi finalmente in un Consiglio superiore della magistratura degno di questo nome.

Fonte:Antimafiaduemila

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