Salvatore Borsellino: '1 Gennaio 1992, l'ultima volta che vidi Paolo'

di Salvatore Borsellino

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Cari amici, come in tutti gli anni da quando abbiamo intrapreso insieme un cammino che è ancora lungo e pieno di ostacoli sono ancora una volta qui perché tra poco finisce questo difficile anno e ne comincia un’altro che forse sarà ancora più difficile di quello passato. In questo momento non posso fare a meno di pensare ad un altro anno che stava per finire e ad un altro anno che stava per cominciare. Era il dicembre del 1991 ed aspettavo con ansia, a Natale, che arrivasse anche il capodanno perché per la prima volta dopo tanti anni, da quando ero andato via da Palermo, nel 1969, lo avrei passato con Paolo. Il mio lavoro, ma soprattutto il suo, ci avevano impedito negli ultimi 22 anni di passare insieme quelle feste che da ragazzi passavamo sempre insieme, in famiglia, e ora ci saremmo ritrovati con le nuove famiglie che intanto ciascuno di noi si era formato, non più vicino al nostro mare, a Palermo, ma ad Andalo, sulle montagne del Trentino, su quella neve che da ragazzi, appunto, ci era praticamente sconosciuta. Non sapevo che quella sarebbe stata l’ultima volta che lo avrei visto. Il 2 di gennaio, invece di quella gita ad Innsbruck che avevamo programmato insieme, dovette partire per l’ennesima strage di mafia in Sicilia, la strage di Palma di Montechiaro e non lo rividi più da vivo.
Il 1992 fu l’anno delle stragi a Palermo, prima la strage di Capaci dove morì Giovanni e cominciò a morire anche Paolo, e poi la strage di via D’Amelio, dove fecero a pezzi Paolo e i cinque ragazzi che lo difesero fino all’ultimo con il loro corpo, Agostino, Claudio, Emanuela, Vincenzo ed Eddie. Per Paolo non solo non c’era il bomb jammer per impedire che per attuare la strage potesse essere usato quel telecomando che era stato già usato per attuare le stragi dove furono uccisi Rocco Chinnici e Giovanni Falcone. In via D’Amelio, per rendere il lavoro più facile agli assassini, non c’era neppure divieto di sosta, non erano neanche stati ascoltati i poliziotti della scorta che erano andati in delegazione dal capo della polizia per chiedere di potere organizzare loro una scorta degna di questo nome e con mezzi adatti al compito che dovevano svolgere. Non c’erano candele alle finestre messe dalla gente per invocare protezione per un giudice che tutti sapevano sarebbe stato ucciso, non c’erano lenzuola ai balconi con scritte contro la mafia e lo stato assassini, non c’era ancora la rabbia che sarebbe scoppiata solo dopo, dopo il sangue sparso, dopo l’ennesimo giudice ucciso. C’erano soltanto le lamentele della gente per i divieti di sosta davanti alle case dei magistrati, per il suono delle sirene che disturbava il sonno pomeridiano, c’erano le minacce di provvedimenti disciplinari e i deferimenti al CSM per chi aveva osato accusare chi aveva smembrato e distrutto il pool di palermo, c’erano le accuse di carrierismo sfruttando l’antimafia, c’erano le insinuazioni di chi aveva accusato Giovanni Falcone di essersi preparato da solo l’attentato dell’Addaura. Ci vuole il sangue delle stragi per svegliare la coscienza della gente, ci vuole il sangue delle stragi per spingere lo Stato a prendere provvedimenti come i mafiosi messi su aerei militari e portati a Pianosa e all’Asinara, per poi, placata la reazione della coscienza civile e riemersa l’indifferenza dei più, tornare indietro, chiudere per pretesi motivi naturalistici quei carceri di massima sicurezza e cominciare a pagare le cambiali di quella trattativa che era costata la vita a Paolo Borsellino.
Cosa ci dirà stasera il garante di questa trattativa, cosa ci darà quel presidente della Repubblica che ha assicurato il suo interessamento all’indagato Mancino e non ha pronunziato una sola volta il nome del giudice Di Matteo nelle sue generiche ed inutili esternazioni di solidarietà ai magistrati ai quali sono stati indirizzate precise minacce di morte? Ci dirà che andrà a testimoniare al processo sulla trattativa per spiegare a cosa intendeva Loris D’Ambrosio quando scriveva, prima di morire, di avere “il vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”? Lancerà un monito al ministro degli Interni Alfano perché metta in pratica la finora vana promessa di dotare di un bomb jammer la scorta di Nino Di Matteo e di tutti gli altri magistrati in pericolo?
In qualità di presidente del CSM esternerà il suo rammarico perché nella visita di questo organismo a Palermo non sono stati nemmeno convocati questi magistrati? Ci dirà che assicurerà tutto il suo appoggio a questi Magistrati che a rischio della propria vita stanno tentando di portare alla luce il peccato originale di una cosiddetta seconda repubblica le cui fondamenta sono intrise dal sangue di quelle stragi? Oppure non farà niente di tutto questo e si preparerà, nl nuovo anno, ad esprimere il proprio “vivo cordoglio” per altri servitori dello Stato uccisi ed a partecipare a nuovi “funerali di Stato”.
Scusatemi amici miei non me la sento stasera di farvi qualsiasi tipo di augurio per un anno che potrebbe essere come quel ’92 che quel 1° gennaio di quell’anno, salutando Paolo che ritornava a Palermo, non sapevo ancora cosa ci avrebbe portato. Adesso so che cosa potrebbe portarci il 2014 e allora lasciate che il mio pensiero stasera sia rivolto soltanto a questi magistrati in grave pericolo di vita, alle loro moglie, ai loro figli, alle loro famiglie. A loro va il mio pensiero, tutto l’effetto di tutto è capace il mio cuore, per loro continuerò ad alimentare tutta quella rabbia che mi tiene in piedi, per loro, per la Giustizia e per la Verità, insieme a tutti voi, continuerò a combattere fini all’ultimo giorno della mia vita.

Tratto da: 19luglio1992.com

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