"Mi impedirono di catturare i boss". Ora rischia l'espulsione dall'Arma''

Di nome fa Saverio. Di cognome fa Masi. Mestiere: maresciallo dell’Arma dei Carabinieri. Rimosso dal Nucleo Operativo di Palermo, ora è il caposcorta del pm antimafia Nino Di Matteo. “I miei superiori mi impedirono di catturare Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro”, ha rivelato. Il maresciallo sostiene che aveva individuato la villa in cui si nascondeva il superlatitante di Cosa Nostra. Da un suo esposto è nata un’indagine condotta dal pm Teresa Principato. Ma intanto Masi non può più portare avanti indagini a seguito di una condanna per falso materiale e tentata truffa. Il motivo? Una multa di 106 euro comminatagli mentre usava l’auto privata durante un’operazione di polizia giudiziaria. Ora una nuova iscrizione nel registro degli indagati in seguito alla denuncia per calunnia e diffamazione presentata dagli ufficiali superiori da lui accusati. E rischia l’espulsione dall’Arma… (immagine identikit di MATTEO MESSINA DENARO)

NON ABBIAMO NESSUNA INTENZIONE DI PRENDERE PROVENZANO” – E’ la primavera del 2013 quando Saverio Masi presenta una denuncia alla procura di Palermo. La vicenda raccontata nell’esposto comincia nel 2001, quando Masi fa parte del Nucleo operativo di Palermo. In seguito alla cattura del boss Benedetto Spera individua un contatore Enel che era riferibile a chi gestiva la latitanza del boss Bernardo Provenzano. Elemento che sarebbe però stato ignorato. Nel 2010 Masi depone al processo a Mario Mori e racconta che nel 2005, nel corso di una perquisizione a casa di Ciancimino un capitano dei carabinieri trovò il papello di Totò Riina contenente le dodici richieste del boss allo Stato ma quando informò i suoi superiori questi gli ordinarono di “non sequestrarlo sostenendo che già lo avevano”. La versione ufficiale, invece, è che il papello fu consegnato ai magistrati da parte di Ciancimino solo nel 2009. Ma, stando alla versione di Masi, l’intenzione di non catturare Provenzano, almeno in un primo momento, era manifesta. Un suo superiore gli avrebbe apertamente detto: “Noi non abbiamo nessuna intenzione di prendere Provenzano. Non hai capito niente allora? Lo vuoi capire o no che ti devi fermare? Hai finito di fare il finto coglione? Dicci cosa vuoi che te lo diamo. Ti serve il posto di lavoro per tua sorella? Te lo diamo in tempi rapidi”.

SAPEVO DOVE SI TROVAVA MESSINA DENARO” – Il caposcorta di Di Matteo sostiene che anche su Messina Denaro non è stato fatto tutto il possibile per arrivare all’arresto, anzi. Masi racconta di aver individuato, una decina di anni fa, il corriere del superlatitante. Il maresciallo avrebbe chiesto di poter indagare con l’ausilio di telecamere o delle cimici ma la risposta, sostiene Masi, sarebbe stata negativa. Stesso copione nel 2004, quando Masi sostiene di aver intercettato lo stesso Messina Denaro a bordo di un’auto a Bagheria, provincia di Palermo, e di aver individuato la villa dove si nascondeva. Ma anche in questo caso gli sarebbe stata negata l’autorizzazione a procedere con le indagini.

L’ALLONTANAMENTO E IL PROCESSO – Masi, che nel frattempo è stato allontanato dal Nucleo Operativo e ricollocato come caposcorta del pm Nino Di Matteo, ha dovuto subire anche un processo che, chi gli crede, collega alla storia da lui raccontata. A ottobre il maresciallo è stato condannato in appello per falso materiale e tentata truffa. Secondo i giudici avrebbe falsificato un atto del proprio ufficio per far annullare una sanzione stradale di 106 euro che gli era stata comminata durante un servizio svolto con una vettura privata. Masi si è difeso sostenendo che questa sia una prassi comune: “Usavamo le macchine di amici perché i mafiosi conoscevano le nostre auto di servizio”. Ma i superiori non hanno confermato la sua versione, sostenendo anzi che nessun ufficiale lo aveva mai autorizzato a far uso di una vettura privata per svolgere il servizio di polizia giudiziaria di quel giorno. Autorizzazione che lo stesso Masi avrebbe, secondo l’accusa, contraffatto per non pagare la multa. Risultato: se la condanna diventasse definitiva il maresciallo Masi verrebbe destituito dall’Arma dei Carabinieri.

GLI ULTIMI SVILUPPI – E’ notizia di pochi giorni fa che la Procura di Palermo ha aperto una nuova inchiesta nei confronti di Masi. Si tratta di un atto dovuto in seguito alla denuncia per calunnia e diffamazione presentata dagli ufficiali superiori da lui accusati per la mancata cattura dei boss di Cosa Nostra. I due ufficiali, che potrebbero finire nel registro degli indagati per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra sempre come atto dovuto in seguito all’esposto di Masi, hanno sempre negato il racconto del maresciallo definendolo “quasi ridicolo”. In attesa della verità, un’altra vicenda oscura che si aggiunge ai tanti misteri del rapporto tra Stato e mafia.

Fonte: AFFARI ITALIANI

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