I nuovi deliri di Vittorio Sgarbi

di Lorenzo Baldo e Giorgio Bongiovanni
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“Se Napolitano tace è perché è il garante dell’innominabile patto Stato-mafia, anzi della «trattativa». Non lo dice un facinoroso, ma il fratello di un magistrato ucciso dalla mafia, che non conosce limiti e pudori, e tanto meno senso dello Stato”. “Gli unici complici che ha Riina sono i magistrati che diffondono i suoi pensieri. Se Riina è reso inoffensivo dallo Stato che lo ha arrestato, perché dobbiamo ritenerlo pericoloso e potente anche in carcere? Perché dobbiamo alimentarne la leggenda? Riina non è, se non nelle intenzioni, nemico di Di Matteo. Nei fatti è suo complice. Ne garantisce il peso e la considerazione”. Basterebbero questi due passaggi dell’articolo di Vittorio Sgarbi, pubblicato oggi su Il Giornale, per capire che è meglio evitare di dare importanza ai nuovi deliri di questo pseudo intellettuale. Ma le menzogne vomitate da chi mente, sapendo di mentire, si inseriscono in un contesto nel quale le parole sono piombo e quindi vanno fermate.

Qui di “complice” c’è solo chi si lascia andare ad analisi e valutazioni false, sibilline e del tutto “complici” di una strategia finalizzata a destabilizzare a livello psico-fisico l’integrità del pm Nino Di Matteo. Così come ha già scritto Saverio Lodato in risposta agli altri deliri del giornalista Filippo Facci “ogni morto di mafia, quando era in vita, si è meritato un giornalista controcorrente che lo sbugiardava. Il mal capitato, per rendere credibile la sua buona fede aveva solo una chance: farsi assassinare”. Nel suo bieco tentativo di cercare una visibilità perduta nel tempo Vittorio Sgarbi recita il ruolo di “giornalista controcorrente”, nonché di grande esperto di mafia, asserendo perentoriamente che “la mafia firma un crimine, non lo annuncia”. Verissimo. Ma in questo caso chi c’è dietro la condanna a morte di Totò Riina? Quali entità esterne a Cosa Nostra – che, come è scritto in alcune sentenze, hanno trattato con la mafia mentre quest’ultima metteva le bombe nel biennio stragista ‘92/’93 – stanno valutando i pro e i contro di un’eventuale nuova strage? Perché Totò Riina si lascia sfuggire simili proclami di morte, non prevedendo di essere intercettato, con un compagno di ora d’aria? E soprattutto: chi c’è dietro al boss della Sacra Corona Unita, Alberto Lorusso, che raccoglie queste confidenze? La storia d’Italia, purtroppo, è contrassegnata da tante stragi di Stato. Eccidi per i quali gli stessi apparati istituzionali hanno depistato le relative indagini per far ricadere le colpe dei morti ammazzati su terroristi, mafiosi e macellai criminali di ogni ordine e grado. Le parole di Riina racchiudono la sintesi di decenni di misteri tutti italiani. E’ evidente che, Dio non voglia, se dovesse accadere una nuova strage, le parole di Riina verrebbero mediaticamente prese come una sorta di ammissione di colpa. Con buona pace per tutti gli apparati istituzionali – che deviati non sono – che si vedrebbero così esautorati da qualsivoglia accusa di corresponsabilità. Su tutto ciò Sgarbi non si sofferma un attimo, preferendo invece delegittimare un magistrato come Nino Di Matteo nei confronti del quale questo disgraziato Paese ha un debito morale. Che nemmeno il Capo dello Stato vuole riconoscere scegliendo di non nominarlo durante il suo discorso di fine anno. Allo stesso modo le accuse di Vittorio Sgarbi verso Salvatore Borsellino si infrangono contro un uomo impavido la cui pretesa di giustizia e verità è in antitesi alla vita e alle azioni dello stesso Sgarbi. Che invece invoca l’apertura di “un’inchiesta per vilipendio al capo dello Stato” nei confronti del fratello di Paolo Borsellino. Ma qui il “vilipendio” è rappresentato unicamente dal silenzio di uno Stato colluso che lascia parlare un critico d’arte. Nei confronti del quale non vale la pena spendere una parola di più. Lasciando alla storia il compito di relegarlo tra coloro che con il proprio verbo si sono resi “complici” delle peggiori nefandezze compiute dal potere.

Fonte:Antimafiaduemila

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