Chi sono i burattinai di Riina e Messina Denaro?

Antimafia, svegliati!
di Saverio Lodato
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Le recenti minacce di morte contro i magistrati più in vista di Palermo stanno creando fra gli addetti ai lavori, molto meno, purtroppo, all’interno dell’opinione pubblica, una comprensibile fibrillazione. Dove vuole andare a parare Cosa Nostra? Che le passa per la testa? I suoi boss, di vecchia o nuova generazione, ergastolani, latitanti, insospettabili o sconosciuti alle forze dell’ordine che siano, hanno oggi nostalgia delle stagioni del piombo e del sangue?
Vivono ormai con fastidio un “presente” – che dura da oltre un ventennio – caratterizzato da immersione, invisibilità, prolungata buona condotta, dedizione ad affari sporchi che però non provocano, in quanto apparentemente non eclatanti nell’italietta di oggi, l’accensione di quei riflettori nazionali che per loro – si lasci passare l’immagine -, hanno sempre rappresentato ciò che l’aglio ha rappresentato per i vampiri? E ancora.

Perché questo tintinnar di sciabole, quasi a voler creare a freddo un clima annunciato di nuove stragi dopo un quarto di secolo trascorso a limitare i danni, contenere le perdite, traghettare al sicuro il traghettabile, insomma, ridisegnare un futuro? Tutte domande che è doveroso porsi se si vuole fare il possibile perché il Paese non piombi in altri baratri.
Cosa rispondere? Pensiamo che l’impresa risulterà meno ardua se queste domande verranno alla fine, e non all’inizio del ragionamento che le forze più illuminate e sensibili dell’antimafia stanno cercando di fare. Proviamo a enucleare alcuni fattori obbiettivi, incontrovertibili, che ci aiuteranno a delimitare un orizzonte altrimenti sconfinato e che rischia, giocoforza, di farsi accademico.
Totò Riina ha manifestato rabbia e acredine, a dir poco, nei confronti del pubblico ministero Antonino Di Matteo titolare – insieme a Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, coordinati da Vittorio Teresi – di quell’inchiesta sulla trattativa Stato – mafia che, a dispetto, di una sgangherata combriccola di storici (Lupo) giornalisti (Ferrara), consiglieri del Quirinale (Macaluso), sociologi (Arlacchi) giuristi (Fiandaca), è diventata un processo che si celebra a Palermo davanti alla corte d’assise presieduta da Alfredo Montalto, giudice a latere, Stefania Brambille.
Non stiamo dimenticando lo “statista” Nicola Mancino per la semplicissima ragione che lui è forse l’unico che, in questa inchiesta, ha creduto sin dall’inizio, tanto da prendere per il bavero (telefonicamente, s’intende) il povero Loris D’Ambrosio (finito in un gioco più grande di lui?) e mettere nei pasticci (telefonicamente, s’intende) il capo dello Stato, Giorgio Napolitano (anche lui finito in un gioco più grande di lui?). Ma torniamo a Riina.
Il quale è gravato dagli ergastoli, avanti negli anni, e sulla cui possibile rimessa in libertà i bookmakers inglesi non scommetterebbero neanche un penny. Ma le minacce ci sono, le ha profferite, sono – come si dice in gergo – “agli atti”.
Domenica pomeriggio, Roberto Scarpinato, procuratore generale a Palermo, intervenendo a un dibattito organizzato, a Palermo, dal quotidiano “Il Fatto”, si è opportunamente interrogato su quale possa essere la “causale” del comportamento di Riina.
Matteo Messina Denaro, secondo un “confidente”, considerato dagli investigatori “attendibile” perché addentro alle segrete cose, ha giurato morte a Teresa Principato, il pubblico ministero che, insieme ad altri suoi colleghi, gli sta dando la caccia. Denaro, è bene non dimenticarlo, appartiene a una famiglia che odia “geneticamente” gli sbirri, tanto che suo padre, il vecchio boss Francesco, venne ritrovato morto in un letto sistemato in aperta campagna, in quel di Castelvetrano, perché chi doveva sapere che era morto lo sapesse, ma sapesse anche che era morto per mano del buon Dio. E che era morto da imprendibile latitante.
Se è vero il vecchio adagio delle spie secondo cui un “indizio” è un “indizio” ma due indizi assomigliano pericolosamente ad una “prova”, quando un indizio si chiama Riina e l’altro si chiama Denaro, sarebbe da irresponsabili non preoccuparsi. Matteo Messina Denaro è latitante da  vent’anni. Negli ultimi tempi, diversi blitz di polizia e carabinieri hanno falcidiato la cerchia dei suoi fiancheggiatori al punto da far pronunciare al procuratore capo di Palermo,  Francesco Messineo, caute parole di ottimismo sulla possibilità di una sua imminente cattura. Riina è ultraottantenne, Denaro appena cinquantenne.
Che hanno in comune? Parlano, con le loro minacce di morte, a generazioni diverse di Cosa Nostra? E se è così, siamo in presenza, dopo anni di faide, di un nuovo monolitismo al vertice di un’organizzazione criminale secolare che tutto fa tranne che tirare le cuoia?
Qualche giorno fa, sul quotidiano “La Repubblica”, i colleghi Bolzoni e Palazzolo, hanno commentato un gustoso filmato dell’ Arma dei carabinieri di Palermo in cui vengono riprese le grandi “abbuffate” dei padrini che vorrebbero ricostruire a tavola – questa la tesi – la “cupola” dei bei tempi andati. Ma sono talmente intercettati e filmati, ad ogni boccone, che, dopo il dolce, tutto arriva tranne che la rifondazione della “cupola”. Proviamo allora a rispondere al quesito sulla “causale”, tornando ancora una volta a Riina.
Il boss, ha moglie e figli. E una di loro, Lucia, qualche mese fa si avventurò in una spericolata intervista procacciata da un’emittente televisiva svizzera in cui si disse, a dispetto dei santi e del ridicolo, onorata e orgogliosa di chiamarsi Riina. Ragazza giovane, di bella presenza, ovviamente non transitivamente colpevole delle mostruosità del papà, diede però l’impressione di voler proteggere il “bottino” di famiglia, cioè del papà. Futuro dei figli e bottino sono (niente di nuovo sotto cielo di mafia!) il cruccio di Riina che, prima di lasciare questa terra, almeno su questo vorrebbe qualche certezza. Non dimentichiamo che, dopo un anno di detenzione a Bangkok, il mafioso Vito Roberto Palazzolo, universalmente considerato il “cassiere” di Riina prima e Provenzano dopo, è stato finalmente estradato in Italia. Che farà Palazzolo? Sconterà il carcere (condanna definitiva a nove anni) da buon “soldatino” di mafia o vorrà anche lui dire la sua? Come si vede, sono tanti i tasselli di cui tener conto se si vuole avere un’idea, pur vaga, del puzzle.
C’è anche da aggiungere che non si sente più parlare di Bernardo Provenzano che le immagini televisive, qualche mese fa, ci mostrarono non più in grado di intendere e di volere. Secondo fonti carcerarie Provenzano era ripetutamente “scivolato”. Secondo il figlio, invece, dietro quegli “scivoloni” c’era una manina interessata … Non è secondario chiedersi che fine abbia fatto Provenzano, dal momento che fu proprio lui – per quasi un ventennio – a rappresentare quella stagione che le minacce di morte, provenienti da Riina e Denaro, starebbero per mettere definitivamente in archivio.
Proviamo, ove possibile, a tirare le fila. Riina e Denaro ci appaiono come mostruose “creature di regime”. Il primo, per quanto sinistramente “leggendario”, assomiglia più a un rudere di vecchie stagioni, che a una futura “promessa” di Cosa Nostra, se non altro per l’età. L’altro, in questo, è agevolato ma, avendo alle calcagna “le polizie di tutto lo Stato”, come si diceva nel Far West, dovrebbe avere qualche difficoltà, a rigor di logica, ad approvvigionarsi di tritolo fresco. O no?
Eppure solo uno stolto ignorerebbe le loro agghiaccianti parole. Gli archivi mnemonici di cui i due sono custodi costituiscono infatti – se sommati – una micidiale santabarbara. A non voler considerare Palazzolo, ché neanche lui scherza.
La “causale”, dunque: questa è la domanda posta da Scarpinato. Secondo noi, entrambi, per ragioni che abbiamo cercato di riassumere, si trovano “sotto ricatto” (ci sbaglieremo, ma presto arriverà anche Palazzolo a “far parlare di sé”). Decidono di giocare la parte dei “postini eccellenti” di minacce di morte che non sono, però, farina del loro sacco.
Giovanni Falcone che se ne intendeva, invitava a diffidare della convinzione che “la vendetta” sia una delle possibili causali che arma la mano di Cosa Nostra. Il che, ovviamente, non significa che i due provino sentimenti benevoli verso i magistrati antimafia.
Lo stesso Scarpinato, ha osservato che il processo sulla trattativa poco influirebbe, anche in caso di condanna degli imputati, sulle condizioni carcerarie di Riina. Condividiamo. Ma anche in quelle di Denaro, aggiungiamo noi, nel momento in cui fosse davvero catturato, essendo già ora un potenziale pluriergastolano.
Insomma, i due, facendosi “postini”, si prestano agli ennesimi “servizietti” in conto terzi. Riina “tratta” sul futuro della sua famiglia. Denaro sul suo futuro da “detenuto” che considera, in tutta evidenza, ormai imminente.
Anche perché, azzardiamo, tutti e due  preferirebbero evitare “scivoloni” compromettenti.
Ma che vuol dire “in conto terzi”?
Sempre nel dibattito di Palermo, Antonio Padellaro ha osservato che la trattativa ci fu, e “c’è ancora oggi”. Ecco allora, venuta dal dibattito, la risposta a quegli interrogativi sulla soglia dei quali Scarpinato, magistrato in servizio, è stato costretto a fermarsi.
Se poi completiamo l’osservazione di Padellaro, aggiungendo che la trattativa “c’è sempre stata”, sin dai tempi, almeno, dello sbarco degli americani in Sicilia, con buona pace di storici macchiettistici che la negano, ci accorgeremo che l’antimafia, se vuole procedere più speditamente, deve affrancarsi da quel “riinacentrismo” che da anni ne rende miope la vista.
Cosa Nostra, da sola, sarebbe stata sconfitta da decenni. Cosa Nostra resta in vita perché così vogliono certa politica, certe istituzioni, certi apparati dello Stato, certi predicatori domenicali. Gli italiani lo hanno capito da tempo. Sono questi i patti “indicibili” che aborriva D’Ambrosio, parole ricordate da Barbara Spinelli, nello stesso dibattito.  Gli stessi “patti indicibili” che rendevano incomprensibile al carabiniere Mario Mori, il perché del “muro contro muro” delle stragi, come ha ricordato Marco Travaglio.
Lo vogliamo capire? Riina e Denaro si mettono a disposizione perché l’ “indicibile” rimanga “indicibile”. E continuare a vedere solo mafia, dove da tempo fa abbondantemente capolino lo Stato, a non dire che la fa da padrone, non aiuta ad andare da nessuna parte.  Ecco perché Di Matteo, Principato e tutti i loro colleghi, se tutti noi, oggi, non capiamo “il grande gioco”, rischiano davvero la vita.

saverio.lodato@virgilio.it

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