Caselli: un testimone dell'antimafia

di Nicola Tranfaglia

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Credo che nessuno, in un’Italia che voglia sconfiggere il fenomeno mafioso (e questo, a mio avviso, avverrà quando non si reprimerà soltanto ma si mobiliterà la società civile e si porrà al centro l’educazione civile delle nuove generazioni) potrà negare l’importanza dell’esperienza di Gian Carlo Caselli (in foto), il magistrato che ha appena terminato i 46 anni della sua esperienza di giudice tra Torino e Palermo.
Ho avuto la fortuna, in altri anni, di frequentare a lungo il giudice alessandrino che arrivò nella capitale siciliana il 15 gennaio 1993, la data in cui fu arrestato il “capo dei capi” Salvatore Riina che ora vuol far uccidere tutti i pm di Palermo a cominciare da Nino Di Matteo, il titolare dell’inchiesta, tuttora aperta, sulle trattative-nebulose ma reali- tra mafia e Stato.

Caselli era stato a Torino il magistrato che nel capoluogo piemontese (mentre chi scrive parlava sotto specie di storia agli studenti di quel che accadeva e lui registrava come ha ricordato, nella sua ultima intervista apparsa oggi sul giornale del PD “gli attentati – secondo il Ministero dell’Interno – avvenivano con cadenza oraria”) si era messo in prima linea nella lotta contro i terroristi.
L’atmosfera – la ricordo come se fosse ieri – era cupa e terribile, il processo alle BR che si tentò di tenere non si potette svolgere, perchè non si trovarono neppure sei cittadini per la giuria. Il vecchio presidente dell’Ordine degli avvocati Fulvio Croce, che li aveva nominato di ufficio, era stato appena ucciso per questa ragione dalle BR. Tutto questo la diceva lunga sull’atmosfera di paura che si era impadronita della grande città del Nord piena di giovani operai che venivano dal Sud e dalle isole.
Ebbene, il giudice Caselli, allievo di un grande magistrato piemontese che ho conosciuto (e che si chiamava Carassi), mostrò di aver compreso quella lezione e questo spiega la scelta difficile, dopo quattro anni al Consiglio Superiore della Magistratura, di accettare la nomina a Palermo come procuratore capo proprio allora dopo il clamoroso assassinio a distanza di pochi mesi di Giovanni  Falcone e di Paolo  Borsellino, con le loro scorte.
Tutto questo avveniva – è il caso di ricordarlo – in un momento di grande incertezza politica in cui la procura di Palermo era spaccata ed era diffusa in gran parte dell’opinione pubblica la sensazione di uno Stato che aveva perduto due giudici eccezionali e non appariva più in grado di riprendere e  concludere, con un esito vittorioso,  l’ardua lotta contro il fenomeno mafioso.
Ebbene il magistrato che aveva visto tra i caduti degli ultimi mesi colleghi amici, come i milanesi Guido Galli ed Emilio Alessandrini, per non parlare del procuratore della repubblica Bruno Caccia ucciso dalla ‘ndrangheta calabrese davanti alla sua abitazione nel centro di Torino, si dedicò a Palermo a personaggi di primo piano della scena politica nazionale, innanzitutto il sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti ma poi anche l’ex senatore Marcello Dell’Utri, giudicato dai giudici della Cassazione come “intermediario” fra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi.
E ancora dopo l’esperienza di Palermo (Beni di Cosa Nostra per oltre diecimila miliardi 8.826 persone indagate per fatti di mafia e arrestati latitanti come Giovanni Brusca, Luca Bagarella, i fratelli Graviano, Pietro Aglieri e Gaspare Spatuzza), la direzione del Dipartimento Penitenziario e ancora il periodo in Europa con Euro Just, Caselli diventa il candidato naturale per ricoprire l’incarico di procuratore nazionale antimafia. Ma qui interviene ancora una volta l’uomo di Arcore che non può tollelare che proprio l’ex procuratore capo di Palermo che ha condotto al processo i suoi amici di sempre, da Dell’Utri, a Contrada, ad Andreotti, diventi il titolare della nuova, importante funzione giudiziaria.
Sicchè il concorso viene indetto il 4 novembre 2004 ed è in scadenza il 15 gennaio 2005. Ma il governo, con la riforma del ministro leghista Castelli, attua in quattro e quattro otto una miniriforma che vieta ai magistrati che abbiano compiuto i 66 anni (è il caso del giudice alessandrino che li ha compiuti da qualche giorno!) non possono ricoprire cariche direttive.
In un paese che – nel lungo ventennio populista – ha conosciuto decine di leggi ad personam, abbiamo anche una sola legge contra personam.
La vittima è ancora una volta Gian Carlo Caselli o, come ha commentato un altro magistrato torinese Marcello Maddalena, contro i novemila magistrati che volevano ancora essere indipendenti. Già, perchè il magistrato appena andato in pensione, pensa – come chi scrive – che i giudici debbano conoscere la costituzione e leggi ma anche essere indipendenti fino alla fine.

Fonte:Antimafiaduemila

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