Venti chili di esplosivo per Ingroia, un pentito svela il piano di Mafia e 'Ndrangheta

di AMDuemila – 20 ottobre 2013
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Cosa nostra e la ‘Ndrangheta nel 2011 stavano preparando un attentato per uccidere l’ex pm di Palermo Antonio Ingroia, che al tempo stava compiendo le indagini sulla trattativa Stato-mafia, con facendolo saltare in aria con venti chili di esplosivo.
A dare la notizia oggi è il Fatto Quotidiano che parla delle rivelazioni del collaboratore di giustizia di Reggio Calabria, Marco Marino, che durante il suo periodo di detenzione al carcere Pagliarelli di Palermo, tra il 2010 ed il 2011, venne avvicinato da alcuni mafiosi siciliani. Tra questi vi erano i frtelli agrigentini Agrò, condannati all’ergastolo per omicidio e riferimento per i boss di Agrigento. “Nel carcere di Palermo sono stato detenuto con tale Agrò di Agrigento – ha raccontato il pentito Marino al sostituto procuratore della Dda di Reggio Giuseppe Lombardo – il quale mi disse che aveva bisogno di esplosivo. Per cercare di tenerlo buono, gli dissi che ero in grado di procurargli quello che mi aveva chiesto. Ovviamente non ho fatto nulla di tutto ciò. L’esplosivo serviva per un attentato ai danni di un magistrato della Dda di Palermo. Voglio precisare che il magistrato che l’Agrò voleva uccidere era il dottore Ingroia. Queste circostanze, unitamente ad altre, le ho già riferite alla Dda di Palermo nel 2010-2011”.

Anziché recarsi dai rappresentanti delle cosche reggine però Marino scelse di informare una guardia penitenziaria ed immediatamente scattarono le indagini da parte della Procura di Palermo.
Appurata la fondatezza del pericolo la Dda si mise in movimento e trasferì i fratelli Agrò ed altri mafiosi di Agrigento dislocandoli in altre carceri per non permettere il dialogo e il compimento dell’attentato.
E negli ultimi anni non era la prima volta che si avevano notizie certe sull’ipotesi di attentato nei confronti dell’ex pm palermitano.
Al progetto eversivo delle stragi del ’92 e del ’93 erano interessati anche i calabresi – risponde l’ex magistrato –. Come i siciliani, pure loro hanno tutto l’interesse affinché non si faccia luce sulla trattativa. Nel novembre 2009, con l’arresto del boss Domenico Raccuglia, venne svelato un progetto di morte nei suoi confronti su un block notes. In quelle pagine il boss di Altofonte descriveva tutto quello che occorreva per attrezzare un’ automobile carica di esplosivo e farla esplodere. E in un altro “pizzino”, fra i 45 che erano stati trovati nel covo, veniva specificato che il mezzo che l’allora latitante voleva utilizzare come autobomba era stata trovata e sistemato a Palermo. Gli investigatori ritengono, infatti, che anche l’ esplosivo potrebbe già essere nelle mani dei mafiosi. A far pensare che il progetto di attentato fosse per Ingroia un semplice fatto. L’ex procuratore aggiunto trascorreva le vacanze proprio nel paese in cui è stato bloccato Raccuglia.
E del nuovo progetto di attentato è lo stesso Ingroia, oggi avvocato e leader del movimento Azione civile, a commentare al Fatto Quotidiano: “Fui informato dai colleghi che interrogarono Marino ma, trattandosi di un’indagine in cui io ero parte offesa, l’incartamento venne trasmesso alla Procura di Caltanissetta che non mi ha mai convocato o sentito. Dell’inchiesta non ho saputo più nulla. E questo mi ha sempre stupito”. Secondo l’ex pm il progetto sarebbe collegato alle indagini che assieme al pool di Palermo stava portando avanti sulla trattativa Stato-mafia: “In quegli anni stavo coordinando l’inchiesta sulla trattaviva Stato-mafia. Al progetto eversivo delle stragi del ’92 e del ’93 erano interessati anche i calabresi. Come i siciliani, pure loro hanno tutto l’interesse affinché non si faccia luce sulla trattativa”. Quindi ha aggiunto “In quel periodo mi accaddero cose che oggi vedo ripetersi nei confronti di altri colleghi. Lettere anonime e strane irruzioni come quella in casa del collega Tartaglia dove pare non abbiano rubato niente di prezioso”. Ingroia ha poi raccontato anche un episodio avvenuto a Roma quando incontrò Orazio Licandro, ex deputato e componente della commissione antimafia. “Ci eravamo incontrati e, subito dopo, qualcuno aveva rovistato nella sua stanza di albergo dove furono rubate pen drive e un computer. Pensavano che io avessi dato documenti a Licandro”. Ma di episodi strani avvennero anche in procura quando Ingroia cambiò ufficio e nella sua vecchia stanza venne manomessa la scatola del telefono. Inoltre va ricordato che il suo nome era presente nel dossier di Pio Pompa, legato al numero 2 del Sismi Marco Mancini e all’ex responsabile della sicurezza della Telecom Luciano Tavaroli”.

Fonte:antimafiaduemila

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