TAV, bombe affari e menzogne

 
Massimo Numa, destinatario di un misterioso pacco-bomba recapitatogli alla redazione della “Stampa”, è il giornalista più noto in valle di Susa, e il più temuto. Nella rovente estate 2011, gli attivisti lo accusarono direttamente: sostennero che proprio dal suo computer era partita una email-fantasma, firmata “Alessio”, nella quale si tentava si sostenere che un militante No-Tav, gravemente ferito al volto da un lacrimogeno il 23 luglio, fosse in realtà finito all’ospedale per essere semplicemente “caduto da solo”.
Lo stesso Numa ammise che quella velenosa mail, palesemente destinata a inquinare la verità, era stata davvero inviata dal suo ufficio, anche se – disse – non era stato lui a spedirla. Nonostante questo increscioso episodio, non solo Numa è rimasto regolarmente in servizio alla redazione della “Stampa”, ma il direttore del giornale, Mario Calabresi, gli ha consentito di continuare a occuparsi quotidianamente della drammatica vertenza della valle di Susa, come se nulla fosse accaduto.
Dopo l’agguato del pacco-bomba, che per fortuna Numa non ha aperto, nessuno ha ricordato quell’inquietante infortunio professionale dell’estate 2011: non una parola dal presidente dell’ordine del giornalisti, Franco Siddi. Doverosa solidarietà al giornalista è stata ora espressa dallo stesso Napolitano, in un messaggio alla “Stampa”. Il presidente della Repubblica, finora sottrattosi all’incontro più volte richiestogli dai sindaci della valle, oggi riconosce apertamente la legittimità del dissenso No-Tav, ma sollecita i valsusini a prendere le distanze dalle “frange violente” che possono infiltrare e fuorviare il movimento.
Napolitano invita la comunità valsusina a non sottovalutare l’allarme-terrorismo lanciato dal procuratore torinese Gian Carlo Caselli.
Allarme che il pacco-bomba a Massimo Numa non fa che rafforzare, dopo gli oscuri attentati incendiari delle ultime settimane, che hanno preso di mira aziende valsusine coinvolte nel cantiere del mini-tunnel geognostico di Chiomonte. Non un giornale, intanto, si degna però di ricordare che le prime vittime del fuoco incendiario sono stati proprio gli attivisti valsusini, coi loro “presidi No-Tav” ripetutamente dati alle fiamme da delinquenti mai identificati.
A tener banco è ancora e sempre la piccola galleria della discordia, cioè l’unica opera (minore e accessoria) finora avviata nell’ambito della maxi-infrastruttura ferroviaria, sempre spacciata per “indispensabile” dall’Italia, mentre la Francia ha appena stabilito che il fascicolo Torino-Lione verrà riesaminato da Parigi solo a partire dal 2030. Dettaglio decisivo, sostiene Gad Lerner: significa che, probabilmente, la super-ferrovia non si farà mai, anche se giornali e televisioni si guardano bene dall’ammetterlo. I grandi media continuano infatti a distinguersi per la loro sostanziale sordità, ignorando gli appelli più autorevoli: 360 tecnici e docenti dell’università italiana hanno bocciato senza appello la Torino-Lione, considerandola un’opera pericolosa per il territorio (ambiente e salute), disastrosa per il debito pubblico italiano (miliardi di euro) e incredibilmente inutile sul piano dei trasporti transalpini.
I maggiori esperti italiani sostengono che non c’è alcuna necessità di una nuova linea: l’attuale ferrovia valsusina Torino-Modane è ormai senza treni, anche se il traforo del Fréjus è stato appena ammodernato e ora può accogliere Tir e container caricati sui convogli. Problema: il trasporto merci Italia-Francia è crollato e tutte le stime dicono che si è storicamente esaurito, ridotto a traffico regionale.
Accusato di eccessiva tolleranza nei confronti dell’antagonismo, protagonista di “assedi” notturni al cantiere di Chiomonte, all’indomani del pacco-bomba diretto a Numa il movimento No-Tav prende posizione in modo netto: «È un rituale fastidioso che si ripete da anni quello dei pacchi bomba (o bombe-pacco) e delle lettere minatorie contenenti proiettili e polverine varie recapitati qua e là», scrive il movimento in una nota sul sito “NoTav.info”. «È ancora più fastidioso perché chi usa questa forma di corrispondenza esplosiva ha come unico risultato il can can mediatico, il far parlare di sé e della presunta vittima, creando ad arte l’ennesima occasione di accostamento tra violenza e dissenso». E aggiunge: «Questi metodi vigliacchi, che tra l’altro hanno colpito anche molti esponenti No Tav, non ci appartengono, sono totalmente estranei – anzi avversi – alla nostra storia, alla nostra concezione e pratica di resistenza e lotta al sopruso rappresentato dal Tav. Sono carognate di chi vuole semplicemente alimentare la tensione e criminalizzare ad ogni costo il movimento».
Detto questo, i No-Tav contrattaccano a viso aperto: chi oggi accusa la valle di Susa non ha mai fatto piena luce su altri misteriosi attentati, ben più inquietanti perché anche dinamitardi, alcuni dei quali firmati con la fantomatica sigla “Lupi Grigi”. Bombe vere e proprie, che a metà degli anni ’90 agitarono le notti della valle di Susa, prendendo di mira trivelle e ripetitori televisivi e telefonici. La stampa si affrettò a parlare di “eco-terrorismo” e “anarco-insurrezionalismo”, in una caccia alle streghe che si concluse con l’arresto di tre giovani anarchici, due dei quali – Maria Soledad Rosas e Edoardo Massari, “Sole e Baleno” – morirono entrambi in stato di detenzione, lui nel carcere di Torino e lei in una comunità del Gruppo Abele, prima ancora che la giustizia, in sede processuale, avesse di tempo di chiarire la loro totale estraneità a quegli attentati, che pure erano costati loro le accuse gravissime di banda armata e associazione sovversiva.
«Noi abbiamo buona memoria – scrivono oggi i No-Tav – e senza andare a scomodare gli anni di piombo come fanno i vari Caselli, Fassino e fanfara varia, ci ricordiamo molto bene la stagione degli attentati attribuiti ai “Lupi Grigi”, che non è di cent’anni fa ma dell’altro ieri, e potrebbe (oggi come allora) non solo non essere attribuita ai No Tav o ai loro “simpatizzanti spontanei o indotti”, ma addirittura ricondotta direttamente a chi – quegli attentati – li avrebbe dovuti, li dovrebbe e li dovrà impedire».
I valsusini, dunque, non si fidano: temono che qualsiasi escalation di violenza possa essere manipolata e ricondotta alla perversa logica della “strategia della tensione”. E invitano a rileggere il libro-denuncia dell’anarchico torinese Tobia Imperato, “Le scarpe dei suicidi“, che ricostruisce la vicenda di “Sole e Baleno” considerandola una sostanziale montatura, organizzata a tavolino per criminalizzare in partenza l’opposizione alla linea Tav Torino-Lione.
Dieci anni dopo, la storia valsusina sterzò bruscamente: quella che negli anni ’90 era stata un’avanguardia intellettuale ecologista, impegnata in una durissima opposizione legale contro l’altra grande opera imposta alla valle – l’autostrada del Fréjus, oggi semi-deserta, realizzata tra le polemiche e conclusasi con un’imbarazzante tangentopoli per le mazzette circolate tra appalti e cantieri – divenne dopo il 2000 un movimento popolare di massa, capace di sfidare quelli che riteneva abusi di potere, e di farlo in nome della legge, con in testa i sindaci in fascia tricolore. Così, alla fine del 2005 i valsusini furono protagonisti di una clamorosa rivolta nonviolenta, che costrinse il governo Berlusconi a sospendere la procedura Torino-Lione, poi “addormentata” durante il successivo governo Prodi da ministri come il verde Pecoraro Scanio e il comunista Ferrero. Quattro anni dopo, la vertenza si è riaperta col progetto-bis, una sostanziale fotocopia del primo, al quale il movimento ha risposto con l’occupazione della futura area di cantiere a Chiomonte, quella che oggi – dopo lo sgombero del giugno 2011 – si è trasformata nell’epicentro di uno scontro fortemente simbolico, di rilevo nazionale, di cui ormai si occupano giornali, magistrati e persino il presidente della Repubblica.
Particolarmente sleale l’atteggiamento della politica: i grandi partiti hanno sempre rifiutato ogni forma di dialogo, trincerandosi dietro il rispetto della legalità impugnato come alibi. Pur di evitare il confronto democratico coi valsusini, si ricorre a qualsiasi mezzo: non essendovi ancora serie avvisaglie di violenza, nel 2010 il sindaco torinese Sergio Chiamparino, ora dirigente di Intesa SanPaolo, arrivò a sostenere che l’opposizione alla Torino-Lione si era semplicemente estinta. La verità è che non molleranno facilmente, dice Alberto Perino, perché il Tav è il bancomat dei partiti. E anche della mafia, aggiunge l’ex magistrato Ferdinando Imposimato, autore di un “libro nero” dell’alta velocità nel quale si indica il ruolo delle cosche nella rete Tav italiana, dove ogni chilometro di ferrovia costa il triplo o il quadruplo rispetto al resto d’Europa.
È naturale, spiega lo scrittore Massimo Carlotto: le grandi opere sono perfette per riciclare il denaro sporco, e in tempi di crisi la grande liquidità dei clan fa gola alle banche. «Queste grandi opere, per lo più inutili, non potrebbero essere realizzare se non fossero al riparo di un solido intreccio di interessi tra politica, finanza e criminalità».
Eppure, l’esilio mediatico del caso Torino-Lione – in prima pagina solo se corrono notizie di attentati veri o presunti, o se un militante come Luca Abbà rischia la vita precipitando da un traliccio – rappresenta una autentica vergogna nazionale, come riconosce persino un giornalista mainstream come Curzio Maltese. Tra i leader che presidiano la televisione, sono usciti dal coro solo Nichi Vendola e il Renzi delle primarie 2012, mentre – dal febbraio scorso – deputati e senatori “5 Stelle” hanno finalmente costretto le autorità a prendere atto che anche la valle di Susa è Italia e che la sua voce va dunque ascoltata, nonostante la scandalosa disinformazione di cui è sistematicamente vittima. Al Piero Fassino che invita i No-Tav a prendere le distanze da intimidazioni e violenze, il movimento risponde di aver sempre «predicato il rispetto per ogni forma di vita», preservando l’incolumità delle persone. Meglio lasciare da parte l’ipocrisia, aggiungono i No-Tav: «Un dirigente del Pd può parlare dei massimi sistemi, ma è meglio che si taccia in materia di coerenza, etica e onestà, dopo lo scandalo che ha portato in carcere Maria Rita Lorenzetti, importante esponente Pd collegata ai massimi vertici di questo partito, accusata dalla Procura di Firenze di corruzione rispetto ai lavori del Tav in Toscana».
Tra Roma e la valle di Susa, nervo scoperto della grande crisi italiana, è come se ci fosse una sinistra corrispondenza: nella capitale, anziché affrontare di petto il disastro sociale provocato dal rigore europeo, il Pd si rifugia nell’alleanza scivolosa con l’uomo che ha presentato per vent’anni come un mostro, il nemico numero uno della Repubblica; allo stesso modo, anziché sedersi a un tavolo e ascoltare finalmente le ragioni e la sofferenza della protesta, i ministri di turno – non importa se Pd o Pdl – parlano della valle di Susa come di una provincia straniera, una colonia ribelle e colpevole, non degna di far parte della comunità nazionale. Se un merito civile va ascritto al movimento No-Tav, è quello di aver avvertito gli italiani, spiegando loro – con anni di anticipo – in che razza di pasticcio ci saremmo trovati, tutti quanti, il giorno in cui la politica, come bene sintetizza Erri De Luca, si fosse liquefatta e completamente arresa ai signori dell’economia, senza più riconoscere i diritti elementari della cittadinanza democratica.
Sordità e rimozione, prima o poi, producono rabbia: e nel tunnel della violenza c’è sempre il rischio di rivedere i peggiori film. Più che i soldati spediti a Chiomonte, servirebbe il coraggio politico della sincerità: se la valle di Susa fosse finalmente ascoltata, così come i tecnici dell’università italiana, tutti sanno che il sortilegio della paura svanirebbe d’incanto, insieme ai peggiori fantasmi del passato e al cinismo dei corvi che continuano imperterriti a speculare sulla crisi, occultando la verità.
 Fonte:Megachip
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