Intervista a Sonia Alfano: “Non bisogna perdere la capacità di indignarsi”

G.C.
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Presidente del Crim, la commissione antimafia del Parlamento Europeo, nonché fondatrice dell’Associazione nazionale familiari delle vittime di mafia, Sonia Alfano (foto) è diventata un simbolo dell’antimafia sia in Italia che in Europa. La necessità di giustizia e legalità, ha condotto l’europarlamentare ha portare avanti fondamentali battaglie atte a rintracciare la verità su numorosi delitti rimasti senza colpevole nell’Italia inquinata dalle mafie, non in ultimo quello del padre, il giornalista Beppe Alfano, ucciso da Cosa Nostra nel 1993.

L’istituzione della CRIM è stata una grande vittoria per la legalità, che ha inoltre contribuito a rendere l’idea della mafia un’emergenza non solo italiana. Quanto è radicata la mafia in Europa e quanto si rivela importante un organo parlamentare atto a contrastarle?

Sì, una conquista sudata direi. Non è stato facile convincere i colleghi stranieri della necessità di un testo unico contro le mafie, la corruzione e il riciclaggio di denaro. Poi, a seguito delle mie insistenze quotidiane, sia il Parlamento che la Commissione Europea hanno compreso l’importanza di uno studio approfondito sulle mafie nell’Ue. Così, è venuto fuori che le mafie sono radicate i tutti gli Stati membri e sono una serissima minaccia all’economia europea. La CRIM è stata fondamentale per più di una ragione: ha studiato il fenomeno mafioso in tutte le sue sfaccettature, rendendo chiaro a tutti il perché fosse necessario un intervento politico forte e deciso, ha ascoltato gli esperti e le loro necessità, ha elaborato un testo ambizioso e coraggioso.

Recentemente il Parlamento Europeo ha approvato un testo della CRIM atto a smantellare la criminalità organizzata. Quali sono le grandi novità contenute nel piano europeo?

Abbiamo chiesto che vengano introdotti in tutti gli Stati membri il reato di associazione mafiosa e di voto di scambio che contempli anche vantaggi immateriali; il regime carcerario 41bis; l’abolizione del segreto bancario; l’esclusione da gare d’appalto per aziende condannate con sentenza passata in giudicato per reati di mafia, corruzione, riciclaggio; la confisca dei beni anche in assenza di condanna e il riutilizzo dei patrimoni confiscati a scopi pubblici e sociali. Abbiamo previsto anche misure relative a incandidabilità, ineleggibilità e decadenza da cariche pubbliche e norme per facilitare l’utilizzo di tecniche investigative speciali, specie in alcuni Paesi che risultano fortemente lacunosi in tal senso.

Dopo molti rallentamenti, anche in Italia s’è insediata la commissione parlamentare antimafia. Tra i membri, spiccano politici noti per le proprie posizioni controverse in merito al contrasto alle mafie. Come si pone Lei di fronte a questo?

Ormai nulla più può sorprendere, però non bisogna perdere la capacità di indignarsi. Ritengo che alcuni nomi non possano che alimentare la sfiducia dei cittadini nei confronti della politica. Il ruolo di componente dell’Antimafia richiederebbe competenze specifiche e moralità specchiata. Ma fin quando le nomine saranno basate su questioni opportunistiche e decise in base a logiche di spartizione…

La riforma in Italia del 416 ter, sullo scambio politico-mafioso, ha sollevato numerose polemiche, tra chi lo considera un successo e chi, invece, ritiene che alcune modifiche ostacolino l’individuazione di politici collusi. Qual è la sua opinione in merito e quanto è ancora forte il legame tra politica e mafia? Concorda con l’appello lanciato ai boss dal procuratore Teresi?

La CRIM ha chiesto che in tutti i Paesi Europei si introduca il reato di voto di scambio che contempli anche vantaggi immateriali. Credo sia indispensabile, se davvero si vuol combattere il fenomeno e superare quella subcultura fatta di raccomandazioni e favoritismi. Il legame mafia-politica è fortissimo e questo ovviamente rafforza i sistemi criminali. Non solo concordo con Teresi, ma avevo io stessa fatto un appello simile nell’aprile di quest’anno.

Nel nostro paese, coloro che perseguono la giustizia vengono abbandonati, fintanto che non rischiano il martirio: a questo punto, diventano eroi, simboli. Come si può spezzare concretamente questo percorso? Inoltre, quanto fa paura la memoria alla mafia? L’Italia, questa memoria, può vantarla?

Questo sistema si spezza facendo squadra: gli onesti devono combattere fianco a fianco. Le divisioni nel mondo dell’associazionismo, ad esempio, sono un varco per le mafie. Attraverso quel varco le mafie acquisiscono potere e rafforzano il consenso sociale. E’ quindi necessario un impegno collettivo e unitario. La memoria, in questo senso, è tra gli strumenti più importanti: più i cittadini sono informati e consapevoli, meno potranno credere nell’illusione che le mafie vogliono continuare a propinare loro. Se l’Italia può vantare questa memoria? E’ una questione un po’ complessa: ci sono ancora troppe discriminazioni tra le vittime, troppi eroi civili dimenticati, troppe storie passate sotto silenzio.

Antonio Ingroia è indagato per fuga di notizie su Provenzano, Saverio Masi è stato condannato: può la legge sottomettere la giustizia?

Può succedere, ma non dovrebbe. La Giustizia è un valore troppo alto. Il più alto in assoluto. La vicenda del maresciallo Masi ad esempio è, dal mio punto di vista, quantomeno equivoca. Per quel che ho potuto constatare personalmente, la giustizia non è stata esaustiva.

Recentemente l’avvocato Repici è stato vittima di intimidazioni da parte di Rosario Pio Cattafi. A parte Lei e Lumia, nessuno ha alzato la propria voce in difesa del difensore e neanche sono state prese misure in merito. Perché, secondo Lei?

Io e il senatore Lumia, peraltro, siamo tra i pochissimi ad aver denunciato pubblicamente Rosario Pio Cattafi quale vertice della mafia barcellonese. Sono parte civile in quel processo e in aula sono stata calunniata dal Cattafi, insieme a Repici e a mio padre, che purtroppo non può più difendersi. Il Movimento delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino sta raccogliendo le firme per richiamare l’attenzione delle Istituzioni sulle minacce di Cattafi all’avvocato Repici.

Pochi giorni fa si sono svolti i funerali di Lea Garofalo. Qual è la condizione attuale dei testimoni di giustizia e come lo Stato può intervenire per attutire il senso di abbandono che essi percepiscono?

La condizione è critica. Molto critica. Perché la legge non funziona, il sistema si inceppa e i testimoni vengono spesso dimenticati, come oggetti persi per strada. La legge va cambiata, migliorata. Il sistema, di sicuro, deve essere snellito e maggiormente oleato e nessuno deve essere messo nelle condizioni di poter lucrare o speculare sulle disgrazie altrui. A buon intenditore…

Tratto da: articolotre.com

trattoda :antimafiaduemila.com

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