Trattativa Stato-mafia, Alberto Cisterna sentito dai pm

Alberto Cisterna

di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari – 10 giugno 2013
L’ex vice di Piero Grasso è stato interrogato dal pool di Palermo e fornisce nuovi spunti investigativi.
E’ stato interrogato lunedì scorso l’ex numero due della Dna, Alberto Cisterna, nell’ambito dell’indagine sulla trattativa condotta dal pool della Procura di Palermo guidato dal pm Nino Di Matteo. Non è dato sapere il contenuto dei verbali, immediatamente secretati, ma secondo gli inquirenti palermitani Cisterna sarebbe in grado di fornire nuovi elementi d’indagine in particolare su alcuni episodi che avrebbero preceduto la cattura di Bernardo Provenzano. Fatti di cui Cisterna sarebbe venuto a conoscenza quando era viceprocuratore della Dna.
In particolare sono stati approfonditi i fatti in merito ai contatti della Dna con un misterioso intermediario che tra il 2003 ed il 2005 si presentò presso gli uffici di Roma per concordare la consegna del boss corleonese in cambio di due milioni di euro, quasi tre anni prima dall’arresto ufficiale di Provenzano, avvenuto poi l’11 aprile del 2006 in un casolare di Montagna dei Cavalli, nei dintorni di Corleone.
Elementi che darebbero nuovi riferimenti su quei punti all’oggetto della trattativa tra lo Stato e Cosa nostra che avrebbe garantito, da parte delle istituzioni, una latitanza continuata per il capomafia.

Il caso sulla presunta resa del boss era stato aperto dal quotidiano L’Unità nell’aprile 2012, ma il primo a parlarne era stato l’allora procuratore nazionale antimafia Piero Grasso davanti al Consiglio superiore della magistratura quando era stato ascoltato durante il procedimento di trasferimento del suo vice, sospeso dal Csm dopo l’accusa (poi decaduta con l’archiviazione dell’inchiesta lo scorso dicembre) per una brutta storia legata a rapporti con un uomo delle cosche. “Quando nell’ottobre del 2005 presi il posto del procuratore Vigna – aveva raccontato Grasso il 14 dicembre 2011 al Csm – mi fu prospettata, da parte dei colleghi, la situazione di un informatore, di un qualcuno che voleva rendere delle dichiarazioni e collaborare per la cattura di Provenzano. In quell’occasione mi si prospettò, da parte della Guardia di Finanza, questo signore che diceva addirittura di avere dei contatti con il latitante Provenzano, il quale si doveva trovare in località naturalmente non precisata ma comunque nel Lazio. Feci questo colloquio investigativo ma poi nel tempo scoprii che altri due in precedenza erano stati fatti da Vigna e dai sostituti Cisterna e Macrì”.
E Vigna aveva confermato: “Era un uomo anziano – ricorda Vigna – lo portò la Guardia di Finanza perché se non ricordo male aveva precedenti per contrabbando. Sosteneva di essere in grado di far arrestare Provenzano per il tramite di una terza persona. Aveva messo alcune condizioni per la sua intermediazione: due milioni di euro”. Anche Vigna però pose una condizione: “Volevo sapere il nome della terza persona, altrimenti non se ne sarebbe fatto nulla’’. Sia per Vigna che per Grasso l’informatore non sembrava affatto attendibile. In particolare l’oggi presidente del Senato, chiese di portare come prova un fazzoletto o un bicchiere di Provenzano per confrontarne le tracce biologiche con il Dna che gli investigatori palermitani avevano rintracciato nella clinica di Marsiglia dove il capo di Cosa Nostra si era operato alla prostata. “Era un millantatore – dice Grasso – quando gli chiesi la prova biologica del Dna, si dileguò”.
Di opinione diversa Vincenzo Macrì, all’epoca sostituto procuratore alla Dna e oggi procuratore generale di Ancona. “Un uomo che si presenta in Dna e dice di voler consegnare Provenzano non lo fa per truffare non gioca col fuoco – raccontò in passato – Era una persona molto cauta e timorosa per la propria vita, perché in queste faccende chi sbaglia, paga’’. Macrì aggiunge anche che “se si fosse costituito, Provenzano avrebbe reso dichiarazioni utili alla magistratura. Ma voleva che per almeno 30 giorni non si desse notizia alla stampa. Quel periodo doveva essere utilizzato per collaborare con gli inquirenti”.
E anche Cisterna aveva parlato di questo episodio. In particolare lo aveva inserito nel contesto delle motivazioni che potrebbero aver portato all’inchiesta nei suoi confronti da parte della Dda di Reggio Calabria, guidata al tempo da Pignatone, che lo aveva accusato di corruzione in atti giudiziari e di aver intrattenuto rapporti con il boss Luciano Lo Giudice.
Un’inchiesta che, pur non portando a nulla, ha di fatto stroncato la carriera del giudice lasciando irrisolti numerosi punti interrogativi.
Intervistato dal giornalista di Servizio Pubblico, Sandro Ruotolo, Cisterna aveva riferito: “E’ una vicenda che non avrebbe dovuto sorgere  perché mancava la notizia di reato. La Procura di Reggio e la squadra mobile si sono incaricati di consegnare informative di reato coperte dal segreto al dottor Loris D’Ambrosio (oggi scomparso  ndr.) al Quirinale. Quello che so di mio è che ho trovato in atti una lettera di trasmissione da parte del capo della squadra mobile di Reggio Calabria, attuale capo della squadra mobile di Roma, dottor Cortese, di un plico riservato a varie autorità legittimamente investite della questione, ma mandate in copia al Quirinale. Non è un problema di invasione di campo. Si è creato un circuito di informazione improprio a mio avviso, perché se la presidenza della Repubblica ha la necessità di essere informata di questo, lo fa attingendo gli atti al Csm che li aveva ricevuti. Non c’era nessuna ragione di trasmettere questi atti personalmente al Quirinale. La questione la faccio con chi li ha mandati gli atti, non con chi li ha ricevuti che probabilmente ne ha fatto l’uso che ha ritenuto proprio. Quello che sindaco e trovo straordinariamente anomalo è che si mandino atti e si instaurano contatti fuori da un circuito istituzionale, che si divulghino informative unilaterali (perché queste informative contengono reati falsi). Il Csm ha subito detto che della corruzione non c’era traccia. Tuttavia tu (si riferisce a se stesso, ndr) hai intrattenuto rapporti con un soggetto che, quando tu hai conosciuto era assolutamente incensurato, ma che sei anni dopo si scopre possa essere un soggetto appartenente alla criminalità organizzata”. Nell’intervista, quando Ruotolo gli ha domandato il motivo per il quale lega il suo caso alla trattativa che si è svolta con la Procura nazionale antimafia per la cattura di Bernardo Provenzano, ha poi risposto: “Perché io non avevo alcun interesse a conoscere questo soggetto (Luciano Lo Giudice, ndr), né alcuna necessità se non per il fatto che si era detto disponibile a fornire informazioni per la cattura del più importante latitante calabrese del momento, Pasquale Condello. Io individuai nell’ex capo del Ros di Reggio Calabria, passato al Sismi come responsabile della sezione criminalità organizzata, un uomo di riferimento. In quel momento il mio ufficio aveva altri contatti con il Sismi e vi era anche un soggetto presentatosi in Procura nazionale come emissario di Bernardo Provenzano che ne voleva trattare la costituzione presso il nostro ufficio. Se si fosse parlato di questo Lo Giudice per la cattura di Pasquale Condello, io avrei dovuto a tutela del mio onore parlare anche di quello che stava succedendo in quel frangente per altre questioni. Perché non c’era solo Pasquale Condello, ma c’era Bernardo Provenzano, c’erano vicende relative a partite di esplosivo trattate dal Sismi e fatte rinvenire in Calabria, c’erano questioni relative a traffici di sostanze stupefacenti nel porto di Livorno”.
Ma la “vicenda Provenzano” era emersa anche da uno dei primi interrogatori di Cisterna, nel giugno 2011, in cui l’ex vice di Grasso alla Dna viene sentito da Pignatone e dal sostituto Beatrice Ronchi di cui proponiamo uno stralcio:

Pignatoneoh! Siccome questo sembra adombrare come dire i segreti d’ufficio, di Stato, ovviamente volevo eliminare questo, che volesse chiarire questo discorso…

Cisterna: non c’è dubbio Procuratore. Io il segreto d’ufficio su questa cosa lo oppongo formalmente, nel senso che sono ben conscio delle regole che qui non ci stiamo a ripetere reciprocamente perché so quali sono le 201…

Pignatone: facciamo tutti questo mestiere.

Cisterna: …Facciamo tutti questo mestiere. Io lo ho anche sottolineato in altre occasioni, che rispetto a questa questione, io ritengo, che è una questione che si inserisce in un discorso più complessivo; io ritengo di dover opporre il segreto d’ufficio consapevole del fatto che naturalmente il segreto d’ufficio presente il 201 riguarda il testimone e che non riguarda l’indagato; consapevole di tutta, oggi indagato, consapevole di tutta la giurisprudenza sul punto del conflitto tra segreto di Stato e facoltà di rispondere e così via, e fermo restando che se lei ritiene che la questione debba essere affrontata come dice il 201 io l’affronto direttamente quindi rimetto, come dice il codice, alla sua valutazione comunque la esplorazione della narrazione, io non ho, io devo soltanto come dovere di ufficio opporlo poi se lei ritiene…

Pignatone: non so neanche qual è il punto del problema quindi figuriamoci!

Cisterna: ma il punto mi sembra abbastanza evidente.

Pignatone: la cattura di Condello!

Cisterna: l’attività, non soltanto la cattura di Condello, ma come credo sappia la cattura, le attività inerenti la cattura di Provenzano, e le attività consequenziali, diciamo accessorie, che hanno riguardato la cattura di Pasquale Condello e la possibilità eventualmente, ma solo ipotetica, di catturare Giuseppe Morabito inteso il Tiradritto. Quindi che erano i tre episodi in discussione in quel frangente e che hanno comportato una serie di contatti istituzionali a cui ho partecipato in qualità di titolare dell’ufficio di Procura nazionale, sostituto ovviamente.

Pignatone: ammesso che io non so a cosa allude questo riferimento a Provenzano.

Cisterna: vedremo!

Oggi il sospetto che l’accusa nei suoi riguardi possa essere stata “costruita ad arte” torna prepotentemente se si considera che tra i principali accusatori di Cisterna vi era Nino Lo Giudice, detto il “Nano”. Il collaboratore di giustizia, che nei giorni scorsi si è dileguato mandando una lettera in cui ritratta tutte le accuse da lui compiute, aveva sostenuto di avere saputo dal fratello Luciano che Cisterna si era interessato per la scarcerazione di un altro loro fratello, Maurizio, in cambio di un “regalo”, lasciando intendere che si trattasse di soldi. Nel nuovo “memoriale”, fatto pervenire al pm della Dda reggina Giuseppe Lombardo, all’omonimo Vincenzo della Dda di Catanzaro, al presidente del Tribunale Silvana Grasso, a due legali di fiducia, gli avvocati Nardo e Calabrese, così come alla stampa, Lo Giudice fa l’elenco dei nomi che lo avrebbero obbligato ad accusare Cisterna, già prosciolto alla fine del 2012. Tra questi Giuseppe Pignatone, prima capo procuratore a Reggio Calabria ed ora a Roma, il suo aggiunto Michele Prestipino, tuttora a Reggio Calabria, il sostituto Beatrice Ronchi, da tempo trasferita a Bologna, ma applicata a Reggio proprio per il processo alla cosca Lo Giudice, e l’attuale capo della mobile di Roma Renato Cortese.
Nel memoriale si legge infatti “per quanto riguarda il dottor Cisterna-Mollace devo ribadire come ho dichiarato nella prima parte del mio interrogatorio subito dopo che ho iniziato la collaborazione che tra mio fratello Luciano e questi signori Mollace-Cisterna non c’erano affari illeciti ma solo e soltanto amicizie normali, ma subito dopo è nato qualcosa tra me e i miei interlocutori che non stava bene, minacciandomi che se non avrei raccontato quello che a ‘loro piaceva’ mi avrebbero spedito indietro e al 41 bis, mi hanno intimidito le loro parole dandomi l’ultimatum per il giorno seguente e che dovevo pensare bene cosa raccontare quando mi sarei presentato davanti a loro “con discorsi convincenti” e allora, ricordo che ho trascorso la notte senza dormire ‘intassellando’ il mio mosaico di discorsi ‘convincenti e compiacenti’”. Un’operazione, denuncia Lo Giudice, cui avrebbe partecipato anche l’allora dirigente della Mobile, Renato Cortese, arrivato da Palermo assieme a Pignatone e a un suo uomo di fiducia. Di lui si legge nel memoriale: “Si è prestato ai voleri della citata cricca di inquisitori e devo dire che il dr. Cortese era parte attiva nel controllare la mia mente facendo sempre la parte del “buono”, convincendomi a dire cose che io non sapevo, mi parlava di massoneria e servizi segreti suggerendomi nomi e cognomi legati al Dr. Cisterna- Mollace-Neri, come Massimo Stellato e altri”. Ovviamente le accuse sono pesantissime e andranno accertate con grande accuratezza. Il procuratore Federico Cafiero de Raho non ha fatto mistero dei suoi dubbi: “E’ una vicenda che non convince per nulla e sulla quale stiamo lavorando. Il memoriale è scritto in buon italiano, troppo. Alcuni episodi sono trattati superficialmente, altri invece sono narrati in maniera puntualissima”. Verifiche che vanno eseguite così come bene fanno i pm di Palermo ad indagare sulla cattura di Provenzano.

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