Brusca conferma: “A Mancino diretto il 'papello' di Riina”

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Di Aaron Pettinari

La trattativa Stato-mafia fa il suo ingresso al processo Borsellino quater, celebratosi quest’oggi presso l’aula bunker di Rebibbia, che vede imputati i boss Salvino Madonia e Vittorio Tutino e i falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Calogero Pulci e Francesco Andriotta.
A parlarne è stato il pentito Giovanni Brusca rispondendo alle domande dei pm Lari, Paci e Luciani. “Dopo la strage di Capaci Riina, tutto contento, mi disse, alludendo allo Stato, che si erano fatti sotto e che gli aveva dato un papello così. Aggiunse che il terminale delle richieste che aveva fatto avere alle istituzioni era l’onorevole Mancino ma non mi disse chi erano i tramiti”. “Riina – ha aggiunto – mi fece capire che si trattava di una richiesta scritta con molti punti. Cosa si chiedeva? La revisione del maxi, rivedere il sequestro dei beni, la revisione del processo a Marchese e altre cose”. Brusca ha parlato poi di un successivo incontro con il boss corleonese: “In questa nuova occasione Riina mi disse che le richieste contenute nel papello erano troppo esose e tornarono indietro perché c’era un ostacolo”. Rispondendo a una domanda dei pm su chi, nello specifico, fosse di ostacolo Brusca ha risposto che per sua deduzione era il giudice Borsellino, di fatto assassinato. Il nome dell’ex ministro degli Interni sarebbe emerso anche in altre occasioni. Una volta per bocca dello stesso Riina che commentava le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Mutolo sull’incontro che il giudice Borsellino aveva tenuto al ministero con lo stesso Mancino. (“Per una volta che un bugiardo dice la verità non gli credono…” avrebbe detto il capomafia). La seconda con Bagarella che commentando alcune dichiarazioni di Mancino sui giornali disse: “Ci dobbiamo rompere le corna, ci facciamo mettere i vetri antiproiettili a casa”.
Brusca ha poi aggiunto che, oltre a Riina, anche altri capimafia sapevano del “papello”. Tra questi Bagarella, Provenzano, Messina Denaro, Sinacori, Biondino e Cinà perché dei contatti con le istituzioni si parlò anche successivamente all’arresto del “capo dei capi”. Brusca ha anche parlato della riunione della Commissione di Cosa nostra in cui si decise l’elenco di persone da eliminare per “vendicarsi” per l’esito del maxi. “Alcune cose erano già decise dagli anni ’80, con la morte di Chinnici. Noi provammo ad uccidere Falcone in più occasioni ma nel 1992 non si poteva più fallire. Dopo la strage di Capaci c’erano anche altri obiettivi come l’onorevole Mannino, Piero Grasso, La Barbera, ma anche l’ex ministro Salvo Andò. Avevamo anche progettato un piccolo piano di attentati alle sedi della Dc”. Qualcosa ad un certo punto però cambiò. “Quando io stavo preparando l’attentato a Mannino – ha raccontato – Riina mi disse però di fermarmi. Eravamo circa 20 giorni prima della strage di via D’Amelio”. Brusca ha anche fatto riferimento alla ricerca di nuovi esponenti politici in seguito al “tradimento” della Dc.
Il pentito ha raccontato di avere saputo dallo stesso Riina che tra i soggetti che nel tempo avevano mostrato interesse a dialogare con Cosa nostra c’erano, oltre all’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, Marcello Dell’Utri ed Umberto Bossi. “Ma in quel momento Riina non mostrò interesse”. Sulla strage di Capaci ha confermato che parte dell’esplosivo proveniva dai Graviano, mentre a dover premere il pulsante del comando a distanza della bomba sarebbe dovuto essere Rampulla, solo all’ultimo da lui sostituito.
Questa mattina invece era stato il collaboratore di giustizia Fabio Tranchina a deporre. L’ex autista di Giuseppe Graviano ha raccontato di quando comprò i due telecomandi che, secondo gli inquirenti, vennero poi usati per azionare l’autobomba della strage di via D’Amelio. Un acquisto commissionato proprio da Graviano. “Mi disse che dovevano servire per azionare il cancello di una villa che stava costruendo. Solo dopo capii a cosa sarebbero serviti veramente. Fu una sua battuta a chiarirmi le idee quando disse ‘se scoppiano li trovano’”. Ma la conferma definitiva venne qualche giorno dopo la strage: “Giuseppe Graviano mi disse: ‘siamo stati bravi?’. Quell’espressione mi spense la vita perché capii che avevo contribuito a quell’azione terroristica”.
Tranchina ha anche ricostruito alcune fasi di preparazione dell’attentato quando più volte si era trovato a passare proprio per via D’Amelio con il capomafia di Brancaccio. “Mi aveva anche chiesto di affittare un appartamento proprio sulla via. Voleva che pagassi in contanti senza passare dalle agenzie. Non lo feci e lui disse ‘mi arrangio con il giardino’”.
Tranchina, come ieri aveva fatto Spatuzza, ha anche raccontato di avere comprato un aereo telecomandato, sempre su commissione del boss Graviano. “Graviano mi disse di acquistarne uno con il motore a scoppio e in grado di sopportare un peso di quattro-cinque chili. Serviva, mi spiegò, per ‘portare alle persone i regali dentro’”. Un’espressione da cui il pentito capì che si sarebbe dovuto usare come bomba volante. L’aereo, però, non fu mai usato e dopo l’arresto di Graviano, Tranchina lo buttò via.
Quindi ha fornito anche un riferimento alla politica: “Giuseppe Graviano mi disse che il voto lo avremmo dovuto dare a Forza Italia. Non ricordo bene quando avvenne potrebbe essere accaduto nel ’94. A Brancaccio si parlava del fatto che c’era questa nuova corrente politica e che avremmo dovuto votare per loro. Però non ricordo bene il contesto in cui mi si dissero quelle cose – ha aggiunto -perché non mi interessava la politica e Graviano non mi fece nomi specifici di candidati».

Fonte:Antimafiaduemila

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