Trattativa Stato-mafia: un pool sotto assedio

di Giorgio Bongiovanni – 2 febbraio 2013

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Partiamo dall’attualità. Nelle consuete relazioni dei presidenti delle Corti d’Appello all’apertura dell’anno giudiziario sono fioccati diretti riferimenti alla discesa in politica di ex pubblici ministeri. “Noi magistrati dobbiamo capire che è arrivato il momento di modificare molti dei nostri atteggiamenti – ha esordito il presidente della Corte d’appello di Palermo Vincenzo Olivieri. – La comunità nazionale e internazionale ci scruta, stigmatizzando l’enfasi mediatica che viene data a certi provvedimenti, la sovraesposizione e i protagonismi di alcuni costantemente presenti in talk show televisivi dove disquisiscono di processi in corso”.

Lo stesso Oliveri si è prodigato a ringraziare il Presidente della Repubblica “per avere difeso con fermezza l’indipendenza della magistratura quando questa è stata oggetto di accuse ingenerose e di aggressioni talvolta anche volgari” e soprattutto “per averci allontanato dal precipizio verso il quale marciavamo”. Il presidente della Corte di appello di Palermo ha quindi rimarcato l’impegno “a non sentirci investiti da missioni improprie”  in quanto il magistrato non può considerarsi “chiamato a colpire il malcostume politico che non si traduca in condotte penalmente rilevanti. La sola missione da assolvere è quella di applicare e fare rispettare la legge”. Più duro e sferzante il presidente della Corte di Appello di Roma Giorgio Santacroce: “Non mi piacciono – ha affermato – i magistrati che non si accontentano di far bene il loro lavoro, ma si propongono di redimere il mondo. Quei magistrati, pochissimi per fortuna, che sono convinti che la spada della giustizia sia sempre senza fodero, pronta a colpire o a raddrizzare le schiene. Dicono di essere impegnati ad applicare solo la legge senza guardare in faccia nessuno, ma intanto parlano molto di sé e del loro operato anche fuori dalle aule giudiziarie, esponendosi mediaticamente, senza rendersi conto che per dimostrare quell’imparzialità che è la sola nostra divisa, non bastano frasi ad effetto, intrise di una retorica all’acqua di rose. Certe debolezze non rendono affatto il magistrato più umano”. Il riferimento ad Antonio Ingroia e alla sua decisione di scendere in politica a capo del movimento “Rivoluzione Civile” è stato del tutto evidente e forzato.
Peccato che in nessun intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario si sia sentito parlare della gravità assoluta di non aver approvato prima delle elezioni la proposta di modifica fatta dal ministro della giustizia, Paola Severino, sul ripristino del reato che incrimina l’accordo elettorale politico-mafioso, il 416-ter. Di fatto oggi la formulazione di quell’articolo del codice penale sanziona penalmente solo l’ipotesi – nella pratica assai rara – in cui il patto politico elettorale mafioso si concretizzi con il versamento di denaro alle cosche in cambio del loro appoggio. Sarebbe stato invece necessario punire espressamente l’ipotesi – molto più ricorrente – del patto consapevole che il candidato stipula con il mafioso e consistente nella promessa di rendere successivamente all’elezione favori di qualunque genere all’organizzazione mafiosa come contropartita al sostegno elettorale ricevuto.
Quello che giorno dopo giorno si appalesa sempre di più in tutta la sua virulenza è una vera e propria paura “fisica” del lavoro condotto in magistratura dallo stesso Ingroia che continua oggi attraverso il pool formato da Nino Di Matteo, Lia Sava, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia. Se da un lato gli attacchi contro Ingroia si moltiplicano sotto le forme più svariate e in maniera del tutto tangibile, dall’altra parte il tentativo di mettere all’angolo il pool che investiga sulla trattativa si fa sempre più subdolo e insidioso. A nostro giudizio l’assenza di Nino Di Matteo all’apertura dell’anno giudiziario ha rappresentato una chiara risposta all’ipocrisia e all’arroganza di certe affermazioni – provenienti maggiormente dagli ambienti stessi della magistratura – finalizzate a delegittimare il lavoro di quei magistrati che conducono le inchieste più delicate su mafia e politica. E se anche l’avvocato generale della Corte di appello di Palermo, Ignazio De Francisci, nel suo intervento all’apertura dell’anno giudiziario ha ribadito pieno sostegno al pool che investiga sulla trattativa Stato-mafia tutt’attorno resta un vero e proprio senso di isolamento. Che non nasce certo oggi, ma che affonda le sue radici in un passato recente della nostra storia. Basta solamente citare alcuni tra i più recenti episodi legati alla procura di Palermo per rendersi conto che l’obiettivo è sempre stato quello di indebolire chi ha osato applicare con potenti e mafiosi il principio sacrosanto della legge uguale per tutti. L’apice di questo attacco al pool di Palermo si è toccato il 16 luglio 2012 quando il presidente della Repubblica ha firmato il decreto con cui ha affidato all’Avvocatura dello Stato l’incarico di sollevare il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Le telefonate intercettate tra il consigliere del presidente per gli Affari giuridici Loris D’Ambrosio e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino all’interno dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia hanno sortito l’effetto di “apripista”. Di fatto durante l’attività d’intercettazione si sono verificate alcune telefonate fra Mancino e Napolitano che sono diventate materia incandescente sulla quale è intervenuta successivamente la Corte Costituzionale con una sentenza in favore del Quirinale a dir poco “politica”. Ed è stata proprio questa specifica definizione utilizzata dallo stesso Ingroia a sollevare ulteriormente l’alzata di scudi anche dall’interno della procura di Palermo. “Le opinioni del dottor Ingroia sono opinioni del dottor Ingroia – ha sottolineato il procuratore Francesco Messineo –, io non qualifico le sentenze, sono atti di giustizia e come tali vanno accolte e rispettate ed eseguite, ovviamente nel momento in cui se ne conosce per intero il contenuto”. Dello stesso avviso il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli, secondo il quale “attribuire a una decisione del massimo organo di garanzia costituzionale un significato politico è assolutamente impossibile e del tutto fuori luogo”. Segnali inequivocabili di una presa di posizione che ha assunto contorni ancora più netti il 2 agosto 2012. Quel giorno il Procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani ha aperto un fascicolo preliminare per  verificare se Nino Di Matteo avesse violato il principio della riservatezza delle indagini e se il procuratore Messineo avesse o meno autorizzato il suo sostituto a rilasciare interviste. Il caso disciplinare ruotava attorno a un’intervista del 22 giugno scorso rilasciata da Di Matteo a Repubblica subito dopo che la vicenda Mancino-Quirinale era finita sui giornali. Ma quell’intervista non conteneva alcuna rivelazione di segreto di ufficio, era stato il settimanale Panorama, con un’anticipazione alle agenzie, a rivelare che in mano alla Procura di Palermo c’erano  anche conversazioni telefoniche tra l’ex ministro e Napolitano.
Dal canto suo il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, aveva sottolineato la necessità di “uscire dalla psicosi degli attacchi” per “entrare in quella del servizio al cittadino che si aspetta risposte di giustizia puntuali”. Per Vietti il magistrato doveva assicurare anche al di fuori delle sue funzioni “l’imparzialità’ su cui si fonda la percezione del cittadino della sua indipendenza”. Affermazioni decisamente sibilline quanto lampanti.
Alla luce dei fatti è sempre più lapalissiano che l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia ha ormai oltrepassato quel senso di “timore” che ha provocato fin dalla sua nascita nei palazzi del potere fino a trasformarsi in una vera e propria “paura” viscerale nei confronti della quale i principali protagonisti di quei patti scellerati intendono contrapporre ogni mezzo per abbatterla. Il sistema criminale che vuole mantenere lo status quo nel nostro Paese e che si appresta a ristabilire rinnovati accordi in vista dell’insediamento del nuovo Governo sa di dover mettere all’angolo – con ogni mezzo – quei magistrati che rappresentano un ostacolo alla prosecuzione della trattativa. Siano essi in servizio o, a maggior ragione, siano essi in procinto di entrare nell’agone politico. I rischi sono alti e non c’è tempo da perdere. La società civile ha il dovere di non far calare l’attenzione su queste vicende facendo sentire il proprio sostegno a chi sta lavorando per liberare il nostro Paese dal ricatto politico-mafioso; facendo sentire la propria presenza attraverso l’arma più potente che appartiene ad ogni civiltà evoluta: il voto.

Fonte:Antimafiaduemila

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