Antonio Ingroia: “Mafia, politica e finanza vaticana, una storia torbida di interessi criminali”

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Intervista al leader di Rivoluzione Civile
di Lorenzo Baldo – 17 febbraio 2013
“Per ogni sogno calpestato ogni volta che hai creduto in quel sudore che ora bagna la tua schiena. Abbraccia questo vento e sentirai che il mio respiro è più sereno. Io non ho paura”. Le parole della canzone di Fiorella Mannoia, inno ufficiale del movimento Rivoluzione Civile, racchiudono uno dei punti cardine della lista di Antonio Ingroia: il coraggio. Il coraggio di mettersi in gioco, di andare controcorrente, contro quei poteri forti che l’ex magistrato ben conosce e che ora si ritrova ad affrontare in una nuova veste. Quei “sistemi criminali” che attanagliano la nostra fragile democrazia mal tollerano la discesa in politica dell’ex procuratore aggiunto di Palermo, così come quel centrosinistra noto per aver inciuciato amabilmente con Berlusconi prima e con Monti poi. Dietro le quinte Cosa Nostra e tutte le altre organizzazioni criminali connesse osservano un popolo che si appresta ad andare a votare, un popolo che per certi versi ha perduto la dignità dei nostri padri costituenti. La speranza di un’inversione di rotta cammina sulle gambe di uomini e donne che non intendono arrendersi ad una politica connivente con la mafia. Che non intendono cedere ai richiami di chi vuole andare in Parlamento solo per “distruggere” creando così una strategia del caos tanto cara a chi vuole destabilizzare il nostro Paese. La rivoluzione civile di Antonio Ingroia si appresta quindi a varcare la soglia dei palazzi del potere. Le potenzialità per cambiare lo stato delle cose ci sono tutte e il coraggio non manca.

Uno degli obiettivi principali del suo programma è l’eliminazione della mafia, quali sono gli aspetti prioritari per realizzarlo e quali sono gli ostacoli più difficili da superare?
Servono innanzitutto misure urgenti. Occorre avere un programma che contenga provvedimenti a breve scadenza, a medio e lungo termine. Sappiamo bene che la mafia non si può eliminare da un giorno all’altro. Per eliminarla definitivamente bisogna progettare una strategia d’attacco. Gli ostacoli vengono soprattutto dalla politica e da tutta la classe dirigente che ha fatto una scelta di convivenza con la mafia. La politica antimafia italiana è sempre stata di convivenza, a prescindere dalle collocazioni politiche. Ci sono state formazioni politiche più indulgenti con la mafia e linee politiche più ferme, ma nessuna ha mai avuto come obiettivo quello di eliminarla. Siamo consapevoli che il contrasto principale è quello di superare questa impostazione secolare politico-culturale del ceto politico e della classe dirigente italiana.

Andiamo per ordine
Le mafie bisogna colpirle nella loro struttura militare, nel cuore finanziario e nei legami con la politica e con le istituzioni. Sul piano militare occorre innanzitutto restituire uomini, finanziamenti e forze agli organismi impegnati sul territorio, a partire dalla magistratura (che spesso ha operato e opera in situazioni di difficoltà con i tagli della giustizia ecc.) fino ad arrivare alle forze di polizia. Negli ultimi anni abbiamo assistito a dei tagli progressivi incredibili che hanno colpito soprattutto la forza di polizia che era stata pensata da Giovanni Falcone come “braccio destro” della magistratura italiana e cioè la direzione investigativa antimafia. Oggi la Dia è la controfigura del modello pensato da Giovanni Falcone. Bisogna restituirle fondi, uomini e motivazione. Secondo la sua ispirazione primaria doveva essere la polizia d’eccellenza contro la mafia. Per quanto riguarda l’azione di contrasto al cuore finanziario della mafia riteniamo fondamentale il potenziamento della nostra proposta di legge Ingroia-La Torre (una prosecuzione della legge Rognoni-La Torre, ndr) con la quale ci prefiggiamo di confiscare i patrimoni non solo ai mafiosi e ai loro complici, ma anche ai corrotti e agli evasori fiscali. Attraverso meccanismi di semplificazione delle procedure che consentano di accorciare i tempi del processo e quelli tra l’inizio delle indagini, il sequestro, la confisca definitiva e il riutilizzo del bene a fini sociali. Questo ufficio di nuova istituzione dovrà essere dotato di uomini, mezzi, personale specializzato e strumenti per un’aggressione ancora più efficiente nei confronti dei patrimoni dei mafiosi. E soprattutto dovrà prevedere quello che oggi non viene contemplato in maniera chiara (al di là del fatto che la magistratura lo stia attuando pur senza il supporto adeguato) e cioè che possano essere sottoposti alla confisca non solo i beni appartenenti ai mafiosi, ma anche quelli appartenenti ai concorrenti esterni, ai complici della mafia, ai riciclatori e a tutti coloro che ruotano attorno a questa galassia, politici collusi con la mafia in primis. Allo stesso modo bisogna puntare al reato dell’autoriciclaggio e al testo unico antiriciclaggio.

Il nodo centrale è indubbiamente il rapporto mafia-politica
Per recidere i legami mafia-politica è fondamentale che venga punito anche lo scambio politico-elettorale nel quale il politico promette non solo denaro, ma anche altre utilità, così come recitava il testo originario della proposta di legge. In questo modo si potranno punire e contrastare gli accordi pre-elettorali politico-mafiosi lasciando la magistratura meno disarmata rispetto a quanto accade oggi nei confronti di certi patti politico-elettorali con la mafia. Quegli stessi accordi che tanti politici stanno stringendo in questo momento, soprattutto in questi ultimi giorni di campagna elettorale. Noi proponiamo l’introduzione per legge dell’incandidabilità di chi è stato rinviato a giudizio (o che ha ricevuto un provvedimento di custodia cautelare) per reati gravissimi: da quelli di mafia a quelli contro la pubblica amministrazione come la corruzione.

A tal proposito lei ha dichiarato che per quanto riguarda i gravi indizi di tangenti si dovrà disporre prima il sequestro e poi la confisca qualora i patrimoni accertati siano spropositati rispetto al reddito dichiarato. Questa sua proposta ha sortito l’effetto di scatenare in rete alcuni commenti di cittadini preoccupati che tutto ciò possa portare ad una sorta di Stato di polizia, come replica a queste critiche?
La Corte Costituzionale si è già pronunciata diverse volte sulla questione dichiarando che la legge originale Rognoni-La Torre è perfettamente in linea con i principi costituzionali. Da parte nostra affermiamo che la stessa procedura e gli stessi standard probatori (che oggi si applicano nei confronti dei patrimoni di coloro i quali sono gravemente indiziati di appartenere all’associazione mafiosa) debbano essere applicati anche a coloro che sono gravemente indiziati di collusione con la mafia, gravemente indiziati di corruzione e gravemente indiziati di grande evasione fiscale. Non vedo perché i patrimoni dei mafiosi debbano essere sottoposti ad un trattamento più sfavorevole rispetto a quelli dei corrotti.
Sono stato in giro per il mondo ad esportare le idee italiane sul contrasto al crimine organizzato, ho lavorato in Guatemala per due mesi e sono stato in Messico tante volte, sono Paesi del mondo che hanno a che fare con un crimine organizzato altrettanto endemico come in Italia.  In tutti questi Paesi questa nostra proposta viene considerata un modello a cui ispirarsi, altro che Stato di polizia!

Lo scorso anno, da magistrato, ha detto di essere arrivato all’anticamera della verità, nella sua nuova veste politica lei ha ipotizzato la creazione di una commissione parlamentare sulle stragi del ’92 e del ’93, quanto può ambire a contribuire alla ricerca della verità su quel biennio stragista una simile commissione? E soprattutto come si può evitare che si ripetano gli epiloghi ingloriosi di diverse commissioni parlamentari?
La politica è colpevole e responsabile di troppi silenzi, troppe omissioni, troppe reticenze e di troppe resistenze sull’uscio della stanza della verità, sulle stagioni buie della storia del nostro Paese. Noi vogliamo una politica degna di questo nome che invece accompagni la magistratura nella stanza della verità e che la sostenga. Credo che vada innanzitutto preservata la totale autonomia indipendenza e libertà della magistratura. La magistratura deve essere aiutata con un sostegno politico, con buone leggi, senza mettere in piedi quelle infami campagne di stampa e di denigrazione contro la Procura di Palermo che troppo a lungo sono state imbastite proprio per ostacolare la ricerca della verità. Di fronte ai profili di responsabilità politica è la stessa politica a dover fare la sua parte. L’ultima commissione parlamentare antimafia che aveva destato qualche speranza è stata invece l’ennesima delusione. La relazione finale del presidente Pisanu si è conclusa con una sostanziale auto assoluzione da parte del ceto politico che si è eretto a giudice di se stesso affermando che non c’erano mandanti politici (nella trattativa Stato-mafia, ndr). Sarebbe davvero scandaloso e vergognoso se dovesse esserci una commissione di inchiesta sulle stragi e sulla trattativa Stato-mafia che dovesse ripetere una sceneggiata come quella della commissione antimafia di Pisanu. Credo che occorra una commissione d’inchiesta seria della quale ci facciamo promotori purché si vada fino in fondo. Nel momento in cui ci rendessimo conto che non c’è una effettiva volontà politica di andare fino in fondo saremmo i primi a dimetterci da questa commissione d’inchiesta.

Per quanto riguarda gli scandali finanziari d’Oltretevere come è possibile invertire la tendenza di quella che lei stesso ha definito “la slealtà bancaria del Vaticano”?
Credo che la storia della finanza vaticana sia una storia spesso torbida ed oscura al centro di interessi ed intrecci che a volte sono stati veri e propri interessi criminali. Coraggiosa era stata la presa di posizione – troppo presto rientrata – di Papa Ratzinger che voleva dare una maggiore trasparenza e un allineamento della finanza vaticana rispetto agli standard internazionali. La questione è che la finanza vaticana non si ispira a questi criteri di trasparenza finanziaria. I poteri di controllo, a cominciare dal Governo, hanno sempre guardato “dall’altro lato” perché la politica italiana non è una politica libera dai poteri forti e certamente il Vaticano rappresenta un potere forte. Quando saremo in Parlamento lavoreremo affinché ci siano controlli più stringenti. Chiederemo al Vaticano di essere all’altezza di quanto dovrebbe essere un’istituzione ecclesiastica, sia pure impegnata in attività finanziarie, per essere un modello di etica. L’etica in finanza significa trasparenza. Persino ciò che lo Stato italiano dà alla Chiesa Cattolica attraverso l’8 per mille viene destinato dal Vaticano ai circuiti finanziari esteri non è all’insegna della lealtà nei confronti del sistema bancario italiano né tanto meno all’insegna della trasparenza finanziaria. E’ chiaro che nel momento in cui un flusso di provenienza lecita arriva all’estero ha ottime possibilità di mimetizzarsi con flussi di provenienza dubbia che potrebbero rientrare mascherati come quelli che erano legittimamente usciti dall’Italia perché provenienti dall’8 per mille. Così non va bene. Dobbiamo imporre una tracciabilità finanziaria su tutti i flussi finanziari, anche sulla finanza vaticana.

Recentemente lei ha parlato anche del rischio che l’Italia venga definitivamente divorata da tangentopoli.
L’Italia è purtroppo una tangentopoli a cielo aperto che ormai si è diffusa capillarmente su tutto il territorio nazionale. La prima tangentopoli degli anni ’90 era organizzata attorno al sistema dei partiti, oggi invece ogni angolo del potere si alimenta con la corruzione. Siamo arrivati al punto che uno dei gruppi imprenditoriali più importanti della realtà economica italiana come Finmeccanica, così come ha scritto il gip di Busto Arsizio, finisce per improntare la sua “filosofia aziendale” al “dio tangente” e al “dio mazzetta”. Quando la tangente diventa “filosofia aziendale” è il momento in cui la corruzione diventa definitivamente sistema e questo non lo dico io (accusato dai miei avversari politici di essere un fanatico giustizialista), ma lo dice un magistrato certamente serio e competente che non suole mai usare toni alti come il presidente della Corte dei Conti che qualche giorno fa ha parlato della “corruzione sistemica” quale principale freno a livello economico. L’Italia è sull’orlo del baratro, di una crisi economico-finanziaria che è frutto di una crisi politico-istituzionale e, a sua volta, di una crisi etico-morale. La classe dirigente italiana ha fatto delle pratiche illegali la sua filosofia e la sua pratica quotidiana. Per contrastare tutto ciò occorrono leggi efficienti, occorre una terapia d’urto. Innanzitutto si deve introdurre una legge anticorruzione che sia all’altezza dell’emergenza corruzione. Certamente il ddl anticorruzione approvato dal Governo Monti non è all’altezza, anzi si tratta di una legge che ha peggiorato l’efficienza della legislazione in materia, ne portano la responsabilità Monti e i partiti Pdl e Pd che hanno sostenuto il suo Governo fino a qualche giorno fa. Terapia d’urto significa anche cacciare via questa classe dirigente responsabile dell’emergenza in cui si trova oggi l’Italia. Il nostro Paese è in coma anche se non è un coma irreversibile, ma per salvarlo bisognare cacciare via dalla stanza del potere questa classe dirigente.

Per quanto riguarda la politica estera come può incidere il programma di Rivoluzione Civile all’interno dello scacchiere internazionale?
Innanzitutto restituendo contenuto ed efficacia all’articolo 11 della Costituzione: l’Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei contrasti e non usa la guerra come strumento di politica internazionale. L’Italia deve tornare ad essere effettivamente, e non a parole, nazione di pace, e per dimostrarlo deve essere consequenziale: ritirare immediatamente le truppe impegnate in operazioni militari all’estero a cominciare da quelle che sono ora in Afghanistan; revocare la delibera di partecipazione all’intervento in Mali che viene presentata agli italiani – ingannandoli – come un’operazione di pubblica sicurezza e invece è un intervento militare a tutti gli effetti. Vanno cancellate le spese per i cacciabombardieri F35, una spesa inutile che grava sulle casse dello Stato, per altro per armamenti difettosi. Vanno tagliate in generale le spese militari. In Italia si stanno invece cancellando le spese allo stato sociale, nel campo della solidarietà, della scuola, dell’università, della sanità ecc. Si sono tagliati in modo vertiginoso le spese al comparto giustizia, al comparto sicurezza. E’ incomprensibile che invece rispetto alle spese militari si sia fatto esattamente il contrario in quanto negli ultimi anni la spesa militare è addirittura aumentata.  Vogliamo rovesciare questo rapporto per tornare a parlare di politica internazionale e che l’Italia abbia un nuovo protagonismo. Da un lato per la pace, dall’altro per la cooperazione internazionale in favore della soluzione dei problemi della Comunità internazionale, a cominciare dai settori nei quali l’Italia può dare molto anche in termine di esperienza come la lotta contro la criminalità organizzata che a tutti gli effetti è criminalità internazionale e transnazionale. A livello europeo noi siamo per un’Europa diametralmente diversa da quella che oggi detta legge. L’Europa di oggi è quella dei potentati finanziari ed economici, dell’alta finanza che detta le regole ai governi dei Paesi nazionali. Invece vogliamo un’Europa che sia secondo i principi ispiratori dei padri dell’Europa da Altiero Spinelli in poi, un’Europa dei popoli, dei diritti e della solidarietà. In questa nostra ambizione di rivoluzionari non vogliamo solo cambiare l’Italia, vogliamo cambiare anche l’Europa.

Spesso si dice che ogni popolo ha il governo che si merita, perché secondo lei il popolo italiano permette ciclicamente a politicanti come Berlusconi di ipotecare il loro futuro?
E’ accaduto per due ragioni principali: in primo luogo perché uomini come Berlusconi hanno tenuto saldamente nelle mani alcuni poteri che potevano facilmente influenzare l’intera opinione pubblica, a cominciare dal monopolio dell’informazione; in secondo luogo per l’incapacità dell’opposizione di riuscire a portare avanti una proposta politica unitaria e davvero alternativa a quella di Berlusconi. I governi di centrosinistra non sono mai stati capaci di annullare definitivamente quello che Berlusconi aveva costruito. Non sono mai stati capaci di fare una legge sul conflitto di interessi, non sono mai stati capaci di fare una legislazione antimafia che colpisse al cuore il potere delle mafie, non sono mai stati capaci di fare una legislazione anti casta e anti corruzione. La verità è che sono due facce della stessa medaglia, espressione della stessa classe dirigente che va cacciata via.

Foto © Matteo Gozzi

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Rivoluzione Civile: www.rivoluzionecivile.it

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