Scorie nucleari e nuove energie

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di Margherita Furlan – Megachip.

Un viaggio insolito sta per compiersi a partire da uno dei posti meno indagati d’Italia. Il posto si trova in Piemonte, a Saluggia. È un ex reattore di ricerca, ha il nome di una gloria originaria del vercellese, il fisico Amedeo Avogadro.

Nel 1979 il reattore è stato dismesso e trasformato in deposito “temporaneo” di elementi di combustibile dell’ex centrale Enrico Fermi di Trino Vercellese. E il viaggio? Sono in partenza per gli Stati Uniti 52 elementi di combustibile di tipo “cruciforme” contenenti pastiglie di biossido di uranio con arricchimento non superiore al 3%. Così una vecchia storia, nata decenni fa e dimenticata per una generazione, ridiventa un problema attuale.

A causa di un malfunzionamento per un difetto di progettazione, la centrale di Trino fu fermata poco dopo la sua partenza e gli elementi di combustibile furono riprogettati per aumentare il rendimento del reattore e ridurre i problemi nel frattempo emersi. La riprogettazione comportò il mancato riutilizzo degli elementi “cruciformi” che furono collocati in deposito.

Negli USA gli elementi cruciformi subiranno un processo dal quale verrà recuperata una certa quantità di plutonio. Questo è lo scopo dichiarato dalle autorità governative, per il quale sembrerebbe necessario un trasporto sino al Porto di Trieste, attraversando l’intera Pianura Padana, diversamente dalla normalità dei casi in cui viene invece utilizzato il porto di La Spezia.

Interi territori saranno attraversati da un carico lasciatoci in eredità da chi non aveva saputo risolvere un grave problema.

Come uscirne? Il tema delle scorie nucleari italiane è già stato lo spunto di un interessante progetto illustrato nel 2009 dal fisico italiano Carlo Rubbia (Nobel 1984 per la Fisica). Ora che le scorie stanno per viaggiare, il tema torna drammaticamente di moda, e sarà da approfondire scientificamente. Cosa fare delle scorie nucleari e della produzione di energia nucleare, ancora una volta, è tema da confrontare con le proposte alternative in ambito energetico.

Cosa ci ricorda Rubbia? Nel mondo contiamo 436 reattori nucleari in 31 nazioni. Annualmente producono migliaia di tonnellate di nuove scorie.

Un reattore del tipo PWR scarica annualmente da 40 a 70 elementi di combustibile, mentre uno di tipo BWR da 120 a 200 (rispettivamente 461.4 e 183.3 Kg di uranio per assembly).

La permanenza del combustibile dentro il reattore dura tre anni, prima di essere trasferito alle piscine di raffreddamento. Nel processo si generano circa 350 nuclidi differenti, e ben duecento sono radioattivi. Nel micidiale cocktail troviamo: uranio-238 (94%); uranio-235 (1%); plutonio (1%); attinidi minori [Np, Am, Cm] (0,1%); il resto sono prodotti di fissione.

Fra le scorie nucleari il più insidioso è il plutonio, che rimane pericoloso per circa 250mila anni. Gli attinidi perdurano a livelli pericolosi per circa 100mila anni (come dire tremila generazioni di esseri umani). Certi prodotti di fissione, come ad esempio alcuni isotopi dello iodio, del tecnezio e del cesio, sono particolarmente pericolosi per via della loro maggiore mobilità nella biosfera e la conseguente capacità di aderire di più alla nostra biologia (in riferimento alle vie di ritorno per l’uomo).

Per alleggerire il problema dello stoccaggio permanente delle scorie dei reattori nucleari è necessario quindi ridurre la formazione del plutonio e bruciare quello già prodotto.

Rubbia ha proposto un metodo[1] per rendere inerti le scorie radioattive e accorciarne l’emivitatramite il loro bombardamento con neutroni che si ottengono sparando protoni nel piombo fuso. Secondo il fisico italiano «stiamo parlando di ricerca. Dobbiamo studiare, ricercare, capire, ragionare. In circa otto anni potremmo costruire una macchina dimostrativa, e solo dopo si dovrà valutare la possibilità di passare davvero a un impiego commerciale di queste tecnologie. Se la macchina funziona il primo passo del progetto sarà bruciare le scorie che già ci sono.» In che misura? «Anche per l’Italia questo è un problema enorme: 300 tonnellate immagazzinate a Caorso, di cui 3 di plutonio. Che ne facciamo?»

In Europa oggi non ci sono abbastanza depositi di stoccaggio per far fronte alla grande produzione di scorie nucleari. La Croazia sta per diventarne la pattumiera. Il deposito sarà nella miniera d’argento in disuso a Majdan. Intorno, sarebbe automaticamente rischio un territorio di grande interesse naturalistico (tanto che si propone che diventi riserva mondiale con patronato Unesco). La miniera di Majdan però non è un luogo sicuro: il terreno intorno è poroso e ricco di sorgenti. Ed è assai vicina al fiume Una: in caso di contaminazione, gli inquinanti radioattivi sfocerebbero subito dalle sue acque a quelle del fiume Sava, e poi fino al Mar Nero dopo aver attraversato mezza Europa dell’Est. E poi arriverebbero i rifiuti da altri paesi europei. La via della radioattività coinvolgerebbe il Nord Italia e in particolare il Friuli Venezia Giulia.

Le ricerche di Rubbia prendono le mosse da questi problemi, ma senza facili illusioni. Lo sguardo spazia su tutti i campi dello sviluppo energetico. «Non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento; anche l’uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto l’oro, il platino, il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada». Perciò Rubbia afferma[2]: «Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la Terra».

Anche laddove l’energia nucleare ha una parte grande nel soddisfare il fabbisogno energetico del paese, come in Francia, resta, come ovunque nel mondo, il problema delle scorie.

Anche le soluzioni fin qui proposte con il carbone presentano problemi enormi. Che non si risolvono nascondendo e “sequestrando” l’anidride carbonica sotto terra, che dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio.

«Un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere si produce un terzo dell’elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità».

Secondo Rubbia «noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l’energia in tutta Italia. Anche gli antichi romani dicevano che l’uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 km per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un’area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1% delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma».

Mentre i camion scaldano i motori per raggiungere Saluggia, ricordiamo cosa aggiunge Rubbia: «Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta.»

Sino a quando il pianeta Terra consentirà tutto ciò a cui l’uomo accondiscende?

E per quali ragioni i nostri tecno-governi non investono in una ricerca che uno scienziato del calibro di Rubbia ci dice essere percorribile e vantaggiosa per l’umanità?

Ancora una volta verifichiamo come gli interessi finanziari governino il mondo e tengano in ostaggio i popoli, schiacciando anche la ricerca, ma soprattutto costringendo alla fame milioni di persone.

 

 

Margherita Furlan

Alternativa FVG

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