Arrivederci, Palermo! Il saluto di Antonio Ingroia prima della trasferta in Guatemala

di Lorenzo Baldo – 4 novembre 2012

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Palermo.Gli occhi mobili e vivissimi della fotografa palermitana Letizia Battaglia scrutano la strada. Insieme a lei, davanti alla libreria Modus Vivendi, un capannello di persone attende l’arrivo di Antonio Ingroia. La sala interna della libreria è già affollatissima, quasi manca l’aria. All’improvviso ecco che due auto di scorta giungono a destinazione. Insieme ad altri suoi colleghi Letizia riesce a scattare diverse foto al magistrato.

Sulle spalle di questa donna pesano ancora gli anni della mattanza palermitana. Tanto dolore e tanto orrore è stato impresso nei negativi della sua Leica. Ma c’è anche tanta sete di giustizia e voglia di riscatto che la portano oggi a venire appositamente a questo appuntamento per salutare e ringraziare un giudice in procinto di lasciare l’Italia. Facendosi largo tra la folla Ingroia si avvicina agli altri due relatori: il giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo e il figlio di Lia Pipitone, Alessio Cordaro. Con il pretesto di presentare il libro scritto da questi ultimi “Se muoio, sopravvivimi” unitamente al manoscritto del magistrato palermitano “Palermo. Gli splendori e le miserie, l’eroismo e la viltà” si è venuta a creare l’occasione per l’ultimo saluto pubblico alla città di Palermo da parte del dott. Ingroia. I primi giorni della prossima settimana l’allievo di Paolo Borsellino partirà, su incarico dell’O.N.U., per andare a ricoprire il ruolo di dirigente di un’unità investigativa specializzata nella lotta al narcotraffico. Il pubblico in sala lo saluta con un lungo applauso. Di seguito il cronista di Repubblica introduce la storia dell’omicidio di Lia Pipitone partendo dal bisogno di una “ricerca della verità” per una città come Palermo “che non scende più in strada”. Il figlio della giovane Lia, uccisa in una strana rapina il 23 settembre 1983 all’Arenella, racconta della “voglia di lottare contro le ingiustizie” che trapela a singhiozzo in questa città. “La storia di mia madre lascia aperti ancora tanti interrogativi”, afferma con convinzione  mentre racconta le difficoltà di mettere a nudo un dolore strettamente privato sfociato poi in un riscatto liberatorio attraverso la sua testimonianza raccolta nel libro. “Palermo è: luce, ombre, speranza e disillusione”, esordisce così Antonio Ingroia nel rispondere alla prima sollecitazione di Palazzolo sulle motivazioni della sua trasferta in Centroamerica. Il pm spiega che la scelta di accettare l’incarico in Guatemala deriva indubbiamente da ragioni legate allo sconforto per l’isolamento e per gli attacchi subiti anche da parte delle istituzioni, ma questa scelta deriva anche da motivazioni di “speranza”, con la consapevolezza di compiere un passo in avanti, in attesa di ritornare. E’ un excursus storico quello che compie Ingroia nel tracciare un bilancio della sua attività professionale. Processi da lui istruiti come quello a carico di Bruno Contrada o come quello a carico del senatore Inzerillo si intrecciano profondamente con le indagini su via D’Amelio fino ad arrivare all’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Il depistaggio del falso pentito Vincenzo Scarantino riapre certe vecchie indagini che, riviste alla luce di oggi, presentano evidenti analogie tra passato e presente. “L’indagine sulla trattativa – spiega il pm – la considero una summa di questo percorso compiuto con la procura di Palermo finalizzato a gettare un fascio di luce su quella stagione”. Con grande capacità di sintesi Ingroia introduce la complessità di quei “patti politico-mafiosi” basati sulla “convivenza” tra Stato e mafia. “Al di là del sostegno alla magistratura – specifica – serve una partecipazione più attiva della cittadinanza. Occorre che i cittadini facciano sentire la propria voce che non sia solo una ‘tifoseria’, ma qualcosa di più, servono cittadini che indossino la maglietta della legalità e scendano in campo”. “Sono convinto che l’indagine sulla trattativa non si sarebbe mai fatta – sottolinea – se nella società civile non ci fosse stata la speranza e la forte spinta per far emergere la verità. Allo stesso modo non ci sarebbe stato il Maxiprocesso se il movimento antimafia dell’epoca non avesse spinto la politica a emanare una legge come la Rognoni-La Torre che sarebbe servita a Giovanni Falcone per istruire il processo”.  Con tanta amarezza Ingroia racconta poi delle ingiuste accuse di protagonismo ricevute anche da colleghi della sua stessa corrente di Md. Specificando nuovamente che la sua trasferta in Guatemala “non è una fuga” il pm ribadisce l’importanza di “irrobustire le strutture internazionali antimafia a fronte di una mafia transnazionale”.  “Non credo che la Sicilia sia una terra irredimibile”, sottolinea poi il magistrato rimarcando che “di irredimibile c’è la classe dirigente”. L’analisi storica di Ingroia verte proprio sull’evidenza di un Paese contrassegnato da una certa “tolleranza” nei confronti dei poteri criminali. L’immagine di una piramide fatta di tanti scalini diventa il paradigma di un’azione di contrasto alla mafia che troppo spesso si ritrova a superare un gradino per poi essere a forza rimandata indietro di due. Gli esempi degli attacchi perpetrati nel passato contro magistrati come Gaetano Costa, Cesare Terranova, così come nei confronti dei pool di Rocco Chinnici, Nino Caponnetto, Giancarlo Caselli, fino a quelli nei confronti del pool sulla trattativa, rispecchiano la drammaticità di un Paese che non intende fare luce al suo interno. Ingroia evidenzia come il processo sulla trattativa rappresenti un fatto senza precedenti con boss mafiosi di prima grandezza alla sbarra insieme a uomini delle istituzioni e ad esponenti degli apparati investigativi. “Questi patti – ribadisce il magistrato – sono il frutto di una predisposizione della classe dirigente abituata a convivere con la mafia”. La citazione della nota dichiarazione di convivenza con la mafia fatta dall’ex ministro Lunardi “che non era siciliano, né tanto meno un politico” racchiude per il pm l’essenza del pensiero della classe dirigente che ritiene possibile fare affari con la mafia. Per quanto riguarda le recenti elezioni regionali Ingroia si dice “convinto” che “Cosa Nostra sta a guardare” sottolineando che “non è escluso” che la stessa “abbia potuto dare indicazioni di astensionismo” in quanto le prossime elezioni politiche “sono troppo importanti per la mafia” e quindi c’è una vera e propria necessità di attenzionare l’evoluzione politica. A tal proposito è lo stesso Ingroia a chiedere al ministro della giustizia, Paola Severino, un segnale forte per affrontare il nodo politico-mafioso attraverso la riformulazione dell’articolo 416ter quello che punisce il reato di scambio elettorale politico-mafioso. “Il Governo lo proponga e successivamente ponga la fiducia”, afferma Ingroia, “così si vedrà chi non è d’accordo”. La gente applaude con convinzione. Ma nell’aria c’è anche un po’ di tristezza e apprensione. Al di là dei progetti chiari e degli obiettivi concreti che si è posto Ingroia accettando l’incarico delle Nazioni Unite, resta palpabile il timore generale che (anche senza di lui) aumentino gli attacchi nei confronti del pool sulla trattativa nel tentativo di impedire che questo processo si celebri e che l’incolumità dello stesso pm sia messa a serio pericolo in uno dei paesi più violenti al mondo. Dal canto suo Antonio Ingroia non finge alcuna leggerezza nei confronti di quello che lo attende. Il magistrato palermitano prende spunto dal ricordo del rapporto “quasi filiale” con il suo maestro Paolo Borsellino per trasmettere il senso di una scelta ponderata, pensata e ripensata più volte. Una scelta che a suo dire lo porterà, una volta terminato l’incarico, a rientrare in Italia “più forte”, in tempo per proseguire il processo sulla trattativa. La gente gli si avvicina per salutarlo, alcuni lo abbracciano, altri ancora chiedono una dedica sul libro. Letizia se n’è già andata con un sentimento addosso di speranza e di grande nostalgia.

Fonte:Antimafiaduemila

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