Caso De Mauro: processo infinito

di Aaron Pettinari – 26 marzo 2011
Si arricchisce di un nuovo capitolo il processo sulla scomparsa di Mauro De Mauro che vede come unico imputato il capomafia Salvatore Riina. Per la seconda volta il presidente della Corte d’Assise di Palermo, Giancarlo Trizzino è stato costretto a riaprire l’istruzione dibattimentale.

Non poteva essere altrimenti dopo che nella giornata di giovedì sono state ritrovare nuove carte che potrebbero gettare una luce nuova sull’omicidio del giornalista dell’Ora, Mauro De Mauro, e soprattutto sul movente che spinse Cosa Nostra ad eliminarlo e a farne addirittura sparire il corpo (di lui non si hanno più notizie dal 16 settembre 1970).
Si tratta di documenti istituzionali tenuti, chissà perché, ben chiusi nei cassetti. Note, appunti, relazioni di servizio dell’ufficio politico della Questura, rintracciati negli archivi polverosi della polizia, dove erano stati per quasi mezzo secolo, senza che nessuno si prendesse la briga di leggerli. Forse è ancora presto per parlare di “insabbiamento”, fatto sta che tali documenti erano spariti così come alcune importanti bobine con le registrazioni delle telefonate eseguite e ricevute nel suo ufficio dal commercialista Antonino Buttafuoco, tra cui vi sarebbe anche quella ricevuta dall’avvocato Vito Guarrasi.
I documenti ritrovati negli archivi della polizia sono stati recuperati su richiesta della stessa corte in base alle tracce emerse in alcune testimonianze tra cui quella di Bruno Contrada che nel 1970 condusse con Boris Giuliano la prima fase delle indagini sul caso De Mauro. Alcuni accertamenti furono delegati dal questore dell’epoca, Ferdinando Li Donni, all’ufficio politico.  Si tratta di appunti, note , notizie confidenziali e altri atti vecchi e polverosi, risalenti a quarant’anni fa, 415 pagine in tutto, prodotti alla Corte dal pm di Palermo Sergio Demontis.
Il pm ha chiesto di proseguire la discussione e non riaprire l’istruzione dibattimentale, ma la difesa di Riina, ha chiesto invece, oltre ad un termine per leggere le carte, di sentire in aula l’estensore della nota. Per l’avvocato di parte civile Giuseppe Crescimanno si tratta di «scarti di archivio destinati al macero ma non ho elementi per dire se ci sono altri atti» e quindi si è rimesso alla decisione del Presidente della Corte d’Assise Giancarlo Trizzino. L’altro legale di parte civile, Cetty Pillitteri, non ha invece avanzato alcuna richiesta. Così dopo una breve camera di Consiglio il Presidente ha ritenuto opportuno riaprire il dibattimento. Alla prossima udienza, che si terrà il primo aprile, è stato citato l’estensore della nota, l’ufficiale della Digos dell’epoca «o in sue veci – come ha spiegato il Presidente della Corte d’Assise – l’ufficiale di polizia giudiziaria da lui stesso identificato, che ha materialmente rinvenuto il fascicolo depositato il 18 marzo scorso».

Le carte “seppellite”
Per quanto riguarda le carte, è difficile capire se sono da prendere seriamente in considerazione o da ricondurre all’elenco dei depistaggi. Certo è che le ipotesi investigative variavano su più fronti.
A quanto pare nelle prime battute dell’inchiesta sulla scomparsa di Mauro De Mauro la polizia ha seguito anche la pista di una «messa in scena»: un finto sequestro organizzato dallo stesso giornalista in una fase professionale «declinante».
Nella relazione del 23 settembre 1970, che segue di una settimana la scomparsa, De Mauro viene impietosamente descritto come una «figura estrosa e spregiudicata», un giornalista di pochi scrupoli che aveva l’abitudine di ricorrere alla «spettacolarizzazione» e alla drammatizzazione dei fatti.
Dalle carte emergono altre informazioni di «fonte confidenziale» in qualche modo riconducibili a una strategia di depistaggio nella quale erano impegnati soprattutto uomini legati ai servizi segreti e che per 40 anni ha oscurato la verità sulla fine del giornalista. Sempre dalle relazioni «riservate» mai portate a conoscenza dei magistrati si apprende che, caduta l’ipotesi della «messa in scena», si è battuta soprattutto la pista del caso Mattei su cui De Mauro stava lavorando.
E più volte vengono chiamati in causa il senatore Graziano Verzotto, all’epoca presidente dell’Ente minerario siciliano, e l’avvocato Vito Guarrasi indicato in alcune cronache del tempo come «mister X».
De Mauro era comunque sotto «osservazione» dell’ufficio politico della Questura sin dagli anni Cinquanta. Anche le vicende societarie del giornale L’Ora erano oggetto di grande attenzione.
Venivano trascurate invece alcune segnalazioni degne di approfondimento come quella di un anonimo che il 23 settembre 1970 accusava Luciano Liggio e i «suoi fidi Totò Riina, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano». Solo dopo 40 anni il contenuto di quell’anonimo corrisponde all’impianto del processo in cui è imputato proprio Totò Riina.

La nota sul Caso Mattei
Ma la notizia più clamorosa è forse quella che riguarda il Caso Mattei. A quanto pare infatti un anonimo avvertì la Questura di Palermo che l’aereo del presidente dell’Eni, Enrico Mattei, era stato sabotato con una bomba sotto il carrello ovvero ciò chela magistratura di Pavia avrebbe accertato solo 25 anni dopo.
Il fascicolo è stato messo a disposizione di accusa e difesa nell’udienza di oggi pomeriggio. Per poterlo esaminare la corte ha assegnato alle parti un breve termine e ha citato per l’udienza del primo aprile il funzionario della Digos che ha recuperato i documenti tra gli «scarti d’archivio» che stavano per essere distrutti. L’anonimo su Mattei è del 2 ottobre 1970. È giunto in pratica due settimane dopo la scomparsa di De Mauro e si richiama a una delle piste seguite sin dalle prime battute per risalire al movente del rapimento: per conto del regista Francesco Rosi, il cronista stava ricostruendo le ultime ore della presenza di Mattei in Sicilia. Il 27 ottobre 1962 Mattei era ripartito dall’aeroporto di Fontanarossa. Proprio qui, con il sostegno della mafia, sotto il carrello del suo aereo venne piazzata la bomba poi esplosa nei cieli di Bascapè nella fase dell’atterraggio.
Lo spunto investigativo suggerito dall’anonimo avrebbe consentito, se fosse stato approfondito, di ricostruire con molto anticipo rispetto all’inchiesta di Pavia la verità sull’attentato.

Fonte:antimafia

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