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	<title>Associazione Culturale Il Sicomoro</title>
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	<description>Giustizia Pace e Amore</description>
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		<title>Agenda rossa. Il figlio Manfredi: &#8220;Cercate le persone che appaiono nel video&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 11:56:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Sezione I]]></category>
		<category><![CDATA[Agenda]]></category>
		<category><![CDATA[Camper]]></category>
		<category><![CDATA[Cardiologo]]></category>
		<category><![CDATA[Manfredi Borsellino]]></category>

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		<description><![CDATA[“Sì, questa può essere la svolta in quelle pagine scomparse, mio padre custodiva i suoi segreti”
«Che mio padre anche quel giorno avesse l’agenda rossa con sé e che sia stata trafugata da qualcuno in via d’Amelio nell’immediatezza della strage e non altrove noi non abbiamo mai avuto alcun dubbio. E certo ora questo filmato potrebbe essere un elemento importantissimo. Se solo gli inquirenti di allora avessero lavorato come stanno facendo quelli della Procura guidata da Sergio Lari...».]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Alessandra Ziniti </strong><br />
<strong><img alt="borsellino-manfredi0" src="http://antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/vittime/borsellino-manfredi0.jpg" width="220" height="300" /></strong></p>
<p><strong>“Sì, questa può essere la svolta in quelle pagine scomparse, mio padre custodiva i suoi segreti”</strong><br />
«Che mio padre anche quel giorno avesse l’agenda rossa con sé e che sia stata trafugata da qualcuno in via d’Amelio nell’immediatezza della strage e non altrove noi non abbiamo mai avuto alcun dubbio. E certo ora questo filmato potrebbe essere un elemento importantissimo. Se solo gli inquirenti di allora avessero lavorato come stanno facendo quelli della Procura guidata da Sergio Lari&#8230;».<br />
È emozionato e turbato Manfredi Borsellino alle otto e mezza del mattino quando sulla prima pagina di Repubblica vede per la prima volta quel fotogramma che immortala la presenza di un’agenda rossa tra le macerie fumanti della strage in via d’Amelio. Parla a nome suo ma anche delle sue sorelle Lucia e Fiammetta. I loro telefoni non smettono un attimo di suonare. Tutti, magistrati, investigatori, giornalisti, amici, vogliono sapere da loro se quella è l’agenda di Paolo Borsellino che tutti cercano invano da vent’anni.</p>
<p><em><strong>Manfredi, voi figli siete in grado di riconoscere quell’agenda?</strong></em><br />
«Così, da un fotogramma un po’ sgranato pubblicato sul giornale non siamo in grado di dire che quella è proprio l’agenda di mio padre. Ma certamente non lo escludiamo. È indubbio che questo è un elemento importantissimo nelle indagini. Ho parlato con il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e, anche a nome delle mie sorelle, gli ho ribadito tutta la piena e incondizionata fiducia che abbiamo nel lavoro dei magistrati dell’attuale Procura di Caltanissetta.<br />
Siamo certi che, come hanno dimostrato negli ultimi tempi, non tralasceranno alcun elemento utile all’individuazione di chi, in via d’Amelio (e questo ormai è un dato acquisito processualmente) ha fatto sparire l’agenda di mio padre».</p>
<p><em><strong>Il procuratore Lari ha detto che è assurdo che questo filmato, agli atti del processo e certamente visionato dalla Scientifica, non sia stato segnalato come rilevante. Voi cosa dite?</strong></em><br />
«Ribadisco. Che abbiamo piena fiducia in questa Procura. Se vent’anni fa avessero lavorato allo stesso modo forse non staremmo qui a parlare di depistaggi».</p>
<p><em><strong>Ma quell’agenda di suo padre com’era? Aveva dei particolari segnali distintivi, voi sareste in grado di riconoscerla?</strong></em><br />
«Se la vedessimo da vicino, nitidamente, sì. Era un’agenda rossa, di pelle, di un certo spessore, che aveva sulla copertina in basso a destra inciso un piccolo logo dell’Arma dei carabinieri, nulla sul retro. Era un’agenda semplice».</p>
<p><em><strong>È possibile che l’agenda di suo padre sia finita intatta sotto la macchina? Che non fosse dentro quella borsa rimasta in macchina e poi passata di mano in mano?</strong></em><br />
«Assolutamente sì, come abbiamo detto tante volte, mio padre non teneva in modo particolare alla sua borsa da lavoro, ma all’agenda, quella rossa, sì. E spesso la portava in mano, fuori dalla borsa. Quella domenica 19 luglio, certamente nella borsa mio padre aveva un’altra agenda, di cuoio marrone, quella è stata ritrovata, c’erano dentro appunti, ma niente di rilevante e quella ci è stata restituita. Ma quella rossa, dove lui teneva i suoi appunti riservati, no.<br />
Niente di strano, dunque, che anche nel momento dell’esplosione potesse averla in mano o che l’avesse lasciata per qualche minuto sul cruscotto. Perché in realtà quella domenica 19 luglio mio padre era sceso dalla macchina solo per citofonare a mia nonna, non per salire su da lei. Quindi non pensava di dover restare fuori dall’auto più di qualche minuto. C’era stato un improvviso cambio di programma quella domenica».</p>
<p><em><strong>E cioè?</strong></em><br />
«Il cardiologo che avrebbe dovuto visitare mia nonna, il professore Piero Di Pasquale, la notte precedente aveva subito l’incendio del suo camper e quindi non poteva allontanarsi da casa e allora mio padre decise di andare a prendere mia nonna e di portarla lui a casa del cardiologo».</p>
<p><em><strong>Nel video girato dai vigili del fuoco si vede quest’agenda ma si vede anche un uomo che, per due volte, con il piede sposta un cartone che la copre parzialmente. Anche questo è un elemento che conferma i vostri sospetti.</strong></em><br />
«Ora parlo anche da poliziotto. È chiaro che ogni elemento, ogni piccola tessera del mosaico può risultare decisiva. Forse, nella fattispecie, il gesto compiuto da questa persona può essere la cosa più importante e magari la comparazione di questi fotogrammi con altri o con gli altri video in possesso dei magistrati può portare altrove».</p>
<p><em><strong>Un passo avanti verso quella ricerca della verità che vostra madre, da poco scomparsa, non si è stancata di chiedere fino all’ultimo.</strong></em><br />
«Ce lo auguriamo. La richiesta di mia madre è quella di noi figli».</p>
<p><strong>Tratto da:</strong> <em><a href="http://www.repubblica.it/" target="_blank">La Repubblica</a></em></p>
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		<title>Salvatore Borsellino: &#8216;A chi fa paura l&#8217;Agenda Rossa alzata al cielo?&#8217;</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 11:50:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Agenda]]></category>
		<category><![CDATA[Arcangioli]]></category>
		<category><![CDATA[borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Scoop]]></category>
		<category><![CDATA[Viviano]]></category>

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		<description><![CDATA[Non avrei avuto intenzione di commentare in alcuna maniera lo squallido preteso "scoop" di Francesco Viviano sulla identificazione dell'Agenda Rossa di Paolo Borsellino trafugata in via D'Amelio, pubblicato ieri su Repubblica. Non lo avrei fatto se non avessi letto oggi sul Giornale un ancora più squallido articolo di Gian Marco Chiocci nel quale si prende a pretesto questo presunto "ritrovamento" per vomitare tutta una serie di accuse contro i magistrati che avrebbero, andando "a caccia di fantasmi", per anni "linciato" Giovanni Arcangioli soltanto perchè era stato fotografato e filmato mentre, con la borsa di Paolo in mano, si allontanava dal luogo della strage]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Salvatore Borsellino</strong><br />
<img alt="borsellino-s-c-barbag-big10" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/vittime/borsellino-s-c-barbag-big10.jpg" width="330" height="180" /></p>
<p>Non avrei avuto intenzione di commentare in alcuna maniera lo squallido preteso &#8220;scoop&#8221; di <strong>Francesco Viviano</strong> sulla identificazione dell&#8217;Agenda Rossa di <strong>Paolo Borsellino</strong> trafugata in via D&#8217;Amelio, pubblicato ieri su <em>Repubblica.</em> Non lo avrei fatto se non avessi letto oggi sul <em>Giornale</em> un ancora più squallido articolo di <strong>Gian Marco Chiocci</strong> nel quale si prende a pretesto questo presunto &#8220;ritrovamento&#8221; per vomitare tutta una serie di accuse contro i magistrati che avrebbero, andando &#8220;a caccia di fantasmi&#8221;, per anni &#8220;linciato&#8221; <strong>Giovanni Arcangioli</strong> soltanto perchè era stato fotografato e filmato mentre, con la borsa di Paolo in mano, si allontanava dal luogo della strage. Quella borsa, nella quale, per concorde testimonianza della moglie e dei figli di Paolo, quest&#8217;ultimo aveva sicuramente riposto la sua agenda prima di partire da Villagrazia di Carini per il suo appuntamento con la morte. La borsa venne poi riposizionata da qualcuno sul sedile posteriore della macchina blindata di Paolo ma intanto l&#8217;agenda era stata trafugata.</p>
<p>Seguento fedelmente il copione predisposto da Viviano, lo pseudo giornalista del &#8220;Giornale&#8221; dà per scontato che l&#8217;agenda che compare nel video, secondo lui fotografata vicino al cadavere di Paolo, fosse quella appartenente al giudice. Non gli passa neanche per la mente di verificare che non del cadavere di Paolo si tratta, ma di quello che resta di <strong>Emanuela Loi, </strong>che la pretesa agenda si trova in una posizione assolutamente incompatibile con la reale posizione del cadavere di Paolo, che è stato sbalzato dall&#8217;onda d&#8217;urto dell&#8217;esplosione all&#8217;interno di quello che resta del giardinetto antistante l&#8217;edificio di Via D&#8217;Amelio. E come potrebbe un oggetto che Paolo avesse tenuto sotto il braccio trovarsi invece nella direzione opposta a quella dove era stata piazzata la FIAT 126 imbottita di Semtex? La Citroen BX che compare nel video di trova infatti sulla via, dall&#8217;altro lato del marciapiede. Ma per vomitare le sue accuse, per affermare che l&#8217;agenda non possa altro che essere stata &#8220;portata via dall&#8217;azienda addetta alla pulizia della strada&#8221; a Chiocci, dimenticando che non di &#8220;pulizia della strada&#8221; si trattava, ma dalla raccolta dei pezzi di carne disseminati sul selciato in mezzo a fiumi di sangue, non passa neppure per la testa di verificare nella foto le reali dimensioni dell&#8217;oggetto spacciato per l&#8217;Agenda Rossa di Paolo. Lo abbiamo fatto noi, confrontandolo semplicemente con le dimensioni di una scarpa dato che nel video la si vede spostata da una persona che indossa dei mocassini. Non di un&#8217;agenda si tratta, come appare dalla nostra fotografia, ma di un piccola agendina che oltretutto, se fosse stata tenuta sotto il braccio o in mano da Paolo non potrebbe essere nelle condizioni cui si trova ma dovrebbe essere, se non carbonizzata, almeno annerita dal fumo come lo era il viso di Paolo quando Lucia lo deterse con un fazzoletto scoprendo il suo sorriso che non riuscirono a cancellare sotto i baffi anneriti dal fumo.</p>
<div>Ma questo non è importante per Chiocci, il copione prevede soltanto di potere utilizzare queste falsità per sollevare la nebbia, i dubbi, il fumo, attorno a quello che ancora, nei precedenti processi che non erano mai arrivati alla fase dibattimentale, bloccati sul nascere da altra nebbia, altri dubbi, altro fumo, non era mai accaduto. L&#8217;esame in dibattimento di testi quali il caposquadra dei vigili, Farina, il capo-scorta di Ayala, Farinella, l&#8217;allora capitano dei Carabinieri, Arcangioli, l&#8217;allora parlamentare, Ayala. Da queste deposizioni, se non fossero infarcite, almeno quelle degli ultimi due, di &#8220;non ricordo&#8221;, &#8220;non posso ricordare&#8221;, di assurdi richiami, almeno per il secondo, a pretesi &#8220;clamorosi errori di verbalizzazioni&#8221;, si potrebbero finalmente fare dei passi avanti sulla strada della verità. Ma a Chiocci interessa soltanto attaccare e denigrare chi fa &#8220;dibattiti, cortei e manifestazioni con agende rosse al cielo&#8221;. A Chiocci interessa soltanto spargere dubbi, depistare. Forse di quella Agenda Rossa alzata al cielo cominciano ad avere paura.<br />
<strong><br />
Tratto da:</strong> <em><a href="http://www.19luglio1992.com" target="_blank">19luglio1992.com</a></em></p>
<p><strong>Foto © Giorgio Barbagallo</strong></div>
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		<title>Alla ricerca dell’agenda rossa di Paolo Borsellino: nuove immagini, dubbi e verità.</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 14:51:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[agenda rossa]]></category>
		<category><![CDATA[borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[Vigili del fuoco]]></category>

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		<description><![CDATA[La notizia rilanciata oggi da Repubblica relativa al video dei vigili del fuoco dove si vedrebbe l’agenda rossa di Paolo Borsellino accanto ai suoi resti ha creato un notevole clamore mediatico. Di fatto nel filmato che Antimafia Duemila ha visionato si vede una sorta di quaderno dal colore rosso accanto ad un corpo carbonizzato nel quale non si distinguono la testa e le braccia, privo di gambe, incastrato tra la parte anteriore di una macchina e il marciapiede. Nei 20 secondi durante i quali l’operatore dei pompieri filma questo dettaglio, quella che viene indicata come la possibile agenda rossa del giudice giace intatta sul suolo costellato di detriti e pezzi di carne umana.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Lorenzo Baldo - 18 maggio 2013</strong><br />
<img alt="agenda-rossa-borsellino-big" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/stragi/agenda-rossa-borsellino-big.jpg" width="330" height="180" /></p>
<p>La notizia rilanciata oggi da Repubblica relativa al video dei vigili del fuoco dove si vedrebbe l’agenda rossa di Paolo Borsellino accanto ai suoi resti ha creato un notevole clamore mediatico. Di fatto nel filmato che Antimafia Duemila ha visionato si vede una sorta di quaderno dal colore rosso accanto ad un corpo carbonizzato nel quale non si distinguono la testa e le braccia, privo di gambe, incastrato tra la parte anteriore di una macchina e il marciapiede. Nei 20 secondi durante i quali l’operatore dei pompieri filma questo dettaglio, quella che viene indicata come la possibile agenda rossa del giudice giace intatta sul suolo costellato di detriti e pezzi di carne umana.</p>
<p>Il filmato, però, lascia aperti alcuni interrogativi. Secondo la ricostruzione dei funzionari della Dia di Caltanissetta il cadavere ripreso in quel momento dal cameraman dei vigili del fuoco (a cui fa riferimento Repubblica) non è quello di Paolo Borsellino. Il corpo del giudice si trovava infatti nel giardinetto antistante il portone di ingresso dello stabile dove abitava la madre del magistrato e non incastrato tra una macchina e il marciapiede. Successivamente nel video, una ventina di secondi dopo le riprese del quaderno di colore rosso, avviene un cambio di immagine: si vede un lenzuolo che viene alzato al di sopra del corpo mutilato del giudice Borsellino. La fisionomia del suo volto, seppur annerito, è decisamente riconoscibile; è evidente che la salma del magistrato è posizionata in un altro luogo, lontano dalla macchina e dal marciapiede. Un minuto dopo l’immagine del giudice cambia prospettiva. In pochi istanti che racchiudono tutto l’amore e la pietà umana si vede il marito di Rita Borsellino che, in ginocchio, accarezza il volto del giudice assassinato sul quale sembra quasi di vedervi un sorriso.<br />
Per quanto riguarda quindi il cadavere ripreso dai pompieri accanto al quaderno di colore rosso gli investigatori ipotizzano che potrebbe essere quello dell’agente di scorta Claudio Traina. E’ evidente che il “dettaglio” di quell’agenda rossa accanto al corpo carbonizzato non è stato a suo tempo particolarmente attenzionato dagli investigatori e quindi la segnalazione di Repubblica merita decisamente ulteriori approfondimenti investigativi. Ma le possibilità che l’agenda rossa fosse nelle mani di Borsellino al momento dello scoppio dell’autobomba sono davvero minime. Il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino aveva deciso di guidare personalmente la macchina nel tragitto da Villagrazia di Carini a via D’Amelio. Il giudice si trovava da solo nell’auto, presumibilmente aveva appoggiato la sua valigetta, dentro la quale era riposta la sua agenda rossa, sul sedile posteriore, o sul pianale posteriore. Una volta arrivato sotto casa della madre era sceso a suonare al campanello del civico 19. Per quale motivo Borsellino sarebbe dovuto scendere dalla macchina tenendo in mano la sua preziosa agenda? Di fatto si trattava di attendere qualche minuto fino a quando sua madre sarebbe scesa e insieme sarebbero andati dal cardiologo per una visita di controllo dell’anziana signora. Ma se invece quell’agenda fosse stata nelle mani del giudice, come è possibile ritrovarla integra nonostante l’esplosione dell’autobomba? Come è noto i 90 chili di esplosivo posizionati nel bagagliaio della fiat 126 hanno scatenato l&#8217;inferno in via D’Amelio. Il famigerato “Semtex-H”, un esplosivo di produzione cecoslovacca contenente T4 e Pentrite (venduto legalmente fino al 1989, dopodichè in dotazione soltanto alle Forze Armate e soprattutto merce di scambio tra ambienti legati ai servizi e la criminalità organizzata), ha carbonizzato e sbriciolato corpi, bombardato muri, polverizzando letteralmente qualunque cosa trovasse sulla sua traiettoria. Come potrebbe quindi essere rimasta integra un’agenda fatta di carta investita da una fiammata violentissima? Gli investigatori ricordano che nell’immediatezza dello scoppio dell’autobomba le stesse armi in dotazione agli agenti di scorta scoppiavano per la reazione termica. Resta infine appesa ad un filo la domanda su chi fosse l’uomo in abiti civili vicino all’auto di Borsellino nei minuti successivi alla strage. E sono le stesse dichiarazioni dell&#8217;ispettore Giuseppe Garofalo, in servizio il 19 luglio ‘92 alla Sezione Volanti della Questura di Palermo, ad alimentare gli interrogativi. “Ricordo – aveva raccontato Garofalo agli investigatori – di avere notato una persona, in abiti civili, alla quale ho chiesto spiegazioni in merito alla sua presenza nei pressi dell’auto. A questo proposito non riesco a ricordare se la persona menzionata mi abbia chiesto qualcosa in merito alla borsa o se io l’ho vista con la borsa in mano o, comunque, nei pressi dell’auto del giudice. Di sicuro io ho chiesto a questa persona chi fosse per essere interessato alla borsa del giudice e lui mi ha risposto di appartenere ai Servizi. Sul soggetto posso dire che era vestito in maniera elegante, con la giacca, di cui non ricordo i colori. Ritengo che se mi venisse mostrata una sua immagine potrei anche ricordarmi del soggetto”. A quel punto i funzionari della Dia hanno sottoposto all&#8217;attenzione dell&#8217;ispettore Garofalo il video che riprendeva Giovanni Arcangioli mentre si allontanava da via D’Amelio reggendo la valigetta di Paolo Borsellino. Ma l&#8217;ispettore ha escluso che si potesse trattare della stessa persona in quanto l&#8217;abbigliamento del personaggio appartenente ai Servizi era completamente diverso dallo stile casual di Arcangioli. Il 16 novembre 2005 davanti agli inquirenti Garofalo aveva ravvisato “forti somiglianze tra l&#8217;Adinolfi (il tenente colonnello del Ros di Palermo Giovanni Adinolfi, ndr) e il soggetto qualificatosi in forza ai Servizi ed interessatosi della borsa”, poi però in data 20 gennaio 2006, visionando nuovamente insieme agli investigatori le immagini dell&#8217;attentato Garofalo “non riconosceva nessuno (neanche l&#8217;Adinolfi) ravvisando somiglianze con un soggetto (non meglio identificato) non corrispondente alla figura dell&#8217;Adinolfi”. Sulla scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino restano quindi intatti molti interrogativi, dubbi e ipotesi investigative. Il caso sollevato da Repubblica riaccende nuovamente l’attenzione su quella che a ragione è stata definita “la scatola nera della Seconda Repubblica”. E sono gli stessi che l’hanno fatta sparire a preoccuparsi che non possa più riaffiorare dagli archivi di Stato.</p>
<p>Fonte:<a href="http://www.antimafiaduemila.com/2013051842934/primo-piano/alla-ricerca-dellagenda-rossa-di-paolo-borsellino-nuove-immagini-dubbi-e-verita.html">Antimafiaduemila</a></p>
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		<item>
		<title>L&#8217;ora della verità</title>
		<link>http://www.ilsicomoro.com/2013/05/18/lora-della-verita/</link>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 12:46:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Sezione I]]></category>

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		<description><![CDATA[Dunque, al processo di Norimberga che si apre a Palermo il 27 maggio contro i traditori dello Stato che vent’anni fa trattavano con Cosa Nostra mentre questa sterminava magistrati, agenti di scorta e cittadini comuni, siederà sul banco dei testimoni anche Giorgio Napolitano. La notizia della sua citazione nella lista testi della Procura di Palermo susciterà le solite polemiche, vista la pretesa di intoccabilità che ha trasformato – complici giuristi di corte e sentenze di Corte – il Presidente della Repubblica in un monarca assoluto, peraltro ignoto alla Costituzione.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img alt="travaglio-marco-web15" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/giornalisti/travaglio-marco-web15.jpg" width="220" height="172" /></strong></p>
<p><strong>di Marco Travaglio &#8211; 18 maggio 2013</strong><br />
Dunque, al processo di Norimberga che si apre a Palermo il 27 maggio contro i traditori dello Stato che vent’anni fa trattavano con Cosa Nostra mentre questa sterminava magistrati, agenti di scorta e cittadini comuni, siederà sul banco dei testimoni anche Giorgio Napolitano. La notizia della sua citazione nella lista testi della Procura di Palermo susciterà le solite polemiche, vista la pretesa di intoccabilità che ha trasformato – complici giuristi di corte e sentenze di Corte – il Presidente della Repubblica in un monarca assoluto, peraltro ignoto alla Costituzione. Ma, per quanti sforzi facciano i corazzieri della penna e dell’ugola, difficilmente troveranno obiezioni al suo dovere di dire la verità in un processo e al diritto di una Procura di citarlo (è già teste a Caltanissetta al processo Borsellino).</p>
<p>Le intercettazioni fra lui e Mancino, distrutte per ordine della Consulta proprio nel giorno del suo reinsediamento, non c’entrano nulla. C’entrano quelle, regolarmente depositate agli atti del processo, fra il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio e lo stesso Mancino, che premeva sul Quirinale per allontanare da sé e da Palermo l’amaro calice delle indagini; e ne otteneva udienza e soddisfazione. D’Ambrosio è morto e non potrà parlare. Ma Napolitano sì: dopo aver assicurato di non aver nulla da nascondere né da temere, anzi di pretendere tutta la verità, potrà finalmente spiegare il tramestio telefonico ed epistolare tra un indagato e la massima carica dello Stato. E potrà anche chiarire un altro mistero, raccontato dal Fatto nell’ottobre scorso, in beata solitudine. Nella lettera di dimissioni (poi respinte) che D’Ambrosio gli aveva inviato il 18 giugno 2012 dopo le polemiche sulle sue telefonate con Mancino, il consigliere ricordava la sua lunga collaborazione con Falcone e aggiungeva: “Lei sa di ciò che ho scritto anche di recente su richiesta di Maria Falcone. E sa che in quelle poche pagine non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi – solo ipotesi di cui ho detto anche ad altri – quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi. Non le nascondo di aver letto e riletto le audizioni all’Antimafia di protagonisti e comprimari di quel periodo e di aver desiderato di tornare anche a fare indagini, come oltre 30 anni fa”.</p>
<p>Purtroppo, nel libro Giovanni Falcone un eroe solo, dei misteriosi “episodi 1989-&#8217;93” che l’avevano “preoccupato” e “fatto riflettere”, D’Ambrosio dice poco o nulla. Ma, nella lettera al Presidente, scrive che le sue “ipotesi” Napolitano le conosce (“lei sa”), e non solo lui (“ho detto anche ad altri”). Ipotesi legate alla trattativa Stato-mafia, al punto di indurlo a sospettare di essere stato usato come “ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. Perciò rivolgemmo a Napolitano alcune domande. 1) Da chi D’Ambrosio temeva di essere stato usato come “scriba”? Non certo da Falcone, dunque dai politici sopra di lui in quel periodo, al governo (premier Andreotti) e in Parlamento (presidenti delle Camere, Napolitano e Spadolini). Ma anche dopo (“protagonisti e comprimari” sentiti in Antimafia). 2) Chi fra quei politici, lo usò come “scudo per indicibili accordi”? 3) A quali “altri” il consigliere confidò i suoi sospetti? 4) E perché, quando fu sentito due volte come teste dai pm di Palermo, non li mise al corrente e anzi negò di sapere qualcosa, se davvero voleva persino “tornare a indagare”? 5) Quando D’Ambrosio gli espose le sue ipotesi e gliele mise per iscritto, Napolitano gli chiese spiegazioni, dettagli, nomi e cognomi? 6) Se lo fece, perché non informò la Procura? Se non lo fece, fu perché non gliene importava niente, o per altri motivi? E quali? A noi il Presidente non ha mai risposto. Ora dovrà rispondere ai giudici. Giurando di dire tutta la verità, nient’altro che la verità.</p>
<p><strong>Tratto da: </strong><em><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/" target="_blank">Il Fatto Quotidiano</a></em></p>
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		<title>Borsellino Quater, Salvatore Borsellino: &#8216;A Caltanissetta un indegno spettacolo&#8217;</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 15:37:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Sezione I]]></category>
		<category><![CDATA[Borsellino quater]]></category>
		<category><![CDATA[indegno]]></category>
		<category><![CDATA[spettacolo]]></category>

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		<description><![CDATA[Stamattina il post "Ciao Agnese" ha superato il milione di visualizzazioni.
Il pensiero di quanta gente sia emotivamente coinvolta dal coraggio e insieme dalla dolcezza con cui questa donna ha saputo affrontare il martirio degli ultimi suoi anni di vita già sconvolta da quella strage in cui ventuno anni fa era stato massacrato suo marito e il padre dei suoi figli, Paolo Borsellino, mi ha aiutato a superare l'indegno spettacolo a cui ho dovuto assistere oggi nell'aula bunker di Caltanissetta. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Salvatore Borsellino</strong><br />
<img alt="borsellino-salvatore-web7" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/vittime/borsellino-salvatore-web7.jpg" width="250" height="138" /></p>
<p>Stamattina il post &#8220;<a href="http://19luglio1992.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=7149:ciao-agnese&amp;catid=42:documenti">Ciao Agnese</a>&#8221; ha superato il milione di visualizzazioni.<br />
Il pensiero di quanta gente sia emotivamente coinvolta dal coraggio e insieme dalla dolcezza con cui questa donna ha saputo affrontare il martirio degli ultimi suoi anni di vita già sconvolta da quella strage in cui ventuno anni fa era stato massacrato suo marito e il padre dei suoi figli, <strong>Paolo Borsellino,</strong> mi ha aiutato a superare l&#8217;indegno spettacolo a cui ho dovuto assistere oggi nell&#8217;aula bunker di Caltanissetta.<br />
Due testimoni di quella strage, il colonnello <strong>Giovanni Arcangioli</strong> e l&#8217;ex magistrato <strong>Giuseppe Ayala</strong> che hanno continuato a disseminare di ostacoli la strada della Verità e della Giustizia su quella strage costellandola dei macigni dei loro &#8220;non ricordo&#8221;, delle contraddizioni rispetto alle testimonianze degli altri testi e delle loro stesse testimonianze rese in passato arrivando all&#8217;assurdo, nel caso di Ayala di bollare come &#8220;clamoroso errore di verbalizzazione&#8221; una testimonianza da lui stesso resa e, ovviamente, regolarmente sottoscritta, come unica via per negare una incontrovertibile contestazione del Pubblico Ministero.</p>
<p>Per tacere degli squallidi tentativi di Giovanni Arcangioli di sollecitare la benevolenza della Corte con parole come queste: &#8220;Da otto anni vivo in questa situazione che ha distrutto me, la mia famiglia. Da otto anni sono sui mass-media. Per voi e&#8217; la prima volta, per me no. Io sono distrutto dentro. Non so che ho fatto per meritarmi questo&#8221;.<br />
Forse dimenticando di parlare davanti a chi da oltre venti anni vive una situazione che ha distrutto ben più di una famiglia. Da oltre venti anni è spesso attaccato o addirittura dipinto come insano di mente dai mass media solo perchè continua a chiedere Verità e Giustizia. Da chi ha sentito per troppe volte menzogne spacciate per verità. Da chi non può più accettare di sentire descrivere l&#8217;orrore di quello che c&#8217;era il 19 luglio in via D&#8217;Amelio per giustificare quelle che sempre più appaiono non come amnesie ma come evidenti menzogne. Se tante persone descrivono gli stessi momenti, le stesse situazioni, gli stessi gesti in maniera così assolutamente differente tanto da far credere di parlare di posti e di momenti diversi, pur ammettendo che almeno uno di loro dica la verità non che una sola possibilità, CHE TUTTI GLI ALTRI, O FORSE ANCHE TUTTI, MENTANO.</p>
<p><strong>Tratto da:</strong> <em><a href="http://www.19luglio1992.com" target="_blank">19luglio1992.com</a></em></p>
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		<title>Alla ricerca dell’agenda rossa di Paolo Borsellino / Giovanni Arcangioli: le parole che non ti ho detto</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 15:36:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Agenda]]></category>
		<category><![CDATA[Arcangioli]]></category>
		<category><![CDATA[borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel primo verbale del 5 maggio 2005 reso all'autorità giudiziaria da Giovanni Arcangioli il carabiniere è alquanto confuso. Ma paradossalmente altrettanto circostanziato. «Il giorno 19 luglio del 1992 – inizia a raccontare Arcangioli – mi trovavo nel mio ufficio quando fui informato che vi era stata un'esplosione e quindi mi recai nel posto indicatomi in via d'Amelio]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img alt="arcangioli-frame-valigetta" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/militari/arcangioli-frame-valigetta.jpg" width="330" height="180" /></strong></p>
<p><strong>di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo </strong><br />
Nel primo verbale del 5 maggio 2005 reso all&#8217;autorità giudiziaria da Giovanni Arcangioli il carabiniere è alquanto confuso. Ma paradossalmente altrettanto circostanziato. «Il giorno 19 luglio del 1992 – inizia a raccontare Arcangioli – mi trovavo nel mio ufficio quando fui informato che vi era stata un&#8217;esplosione e quindi mi recai nel posto indicatomi in via d&#8217;Amelio. Mi era stato detto che verosimilmente vi era stato un attentato al dottore Borsellino». «Allorchè giunsi sul posto – dichiara l&#8217;ufficiale – la scena del delitto non era stata ancora perimetrata anche se erano già arrivati elementi del Battaglione Carabinieri che stavano provvedendo a delimitare la zona. Vi erano all&#8217;opera i Vigili del fuoco e per quanto posso ricordare arrivò per primo il magistrato Dottor Ayala che abitava nei dintorni; vi erano poi abitanti dei palazzi e semplici curiosi».</p>
<p>«Esaminai la scena – prosegue Arcangioli – e avendo rinvenuto i resti del Dottor Borsellino mi fermai immediatamente in attesa dell&#8217;arrivo degli esperti e di coloro che avrebbero dovuto attivare le indagini. […] Sul posto arrivò il Dottor Teresi ed anche il Dottor Di Pisa magistrato di turno. Non ricordo se il dottor Ayala o il dottor Teresi, ma più probabilmente il primo dei due e sicuramente non il Dottor Di Pisa mi  informarono del fatto che doveva esistere una agenda tenuta dal dottor Borsellino e mi chiesero di controllare se per caso all&#8217;interno della vettura vi fosse una tale agenda, eventualmente all&#8217;interno di una borsa». «Se non ricordo male – evidenzia Arcangioli – aprii lo sportello posteriore sinistro e posata sul pianale, dove si poggiano di solito i piedi, rinvenni una borsa, credo di color marrone, in pelle, che prelevai e portai dove stavano in attesa il dottore Ayala e il dottore Teresi». «Uno dei due predetti magistrati – specifica poi l&#8217;ufficiale – aprì la borsa e constatammo che non vi era all&#8217;interno alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta. Verificato ciò, non ricordo esattamente lo svolgersi dei fatti. Per quanto posso ricordare, incaricai uno dei miei collaboratori di cui non ricordo il nome, di depositare la borsa nella macchina di servizio di uno dei magistrati. Si tratta di un ricordo molto labile e potrebbe essere impreciso». Successivamente gli investigatori chiedono all&#8217;ufficiale la ragione per la quale, a seguito del rinvenimento della borsa di Paolo Borsellino, non abbia redatto una normale relazione di servizio. «Sul momento – replica Arcangioli – non ho ritenuto di redigere alcuna nota in merito alla vicenda della borsa perché ho pensato che avendola consegnata ad un Magistrato non vi fosse necessità di tali adempimenti formali ed anche perché non attribuivo alcun valore alla borsa, dato che non conteneva alcuna agenda». Gli inquirenti verbalizzano. I primi chiari segnali di una testimonianza a dir poco reticente cominciano a manifestarsi.<br />
Meno di un anno dopo lo stesso ufficiale dei carabinieri comincia a correggere le sue dichiarazioni. L&#8217;8 febbraio 2006, Arcangioli rivede le sue affermazioni in una nuova luce. E&#8217; la sua seconda deposizione. «Intendo precisare – esordisce l&#8217;ufficiale dei carabinieri – che una volta rinvenuti i resti del Dottor Borsellino, in uno scenario globale che vorrei più tardi precisare, non è corretto quanto da me dichiarato laddove è detto che mi fermai immediatamente, in quanto ripensando a ciò che avvenne continuai ad espletare altre attività non ben definite». Gli inquirenti lo ascoltano attenti mentre le sue contraddizioni emergono inevitabilmente. «Non ho ricordo certo dell&#8217;affermazione relativa al fatto che il dottor Ayala e il dottor Teresi mi ebbero ad informare dell&#8217;esistenza di un&#8217;agenda tenuta dal dottor Borsellino. Ripensando a quei momenti posso però ritenere di affermare che non era presente il dottor Teresi in quanto ricordando, sebbene soltanto tramite alcuni flash, di cui ho ancora memoria mi sembra di averlo avvicinato all&#8217;ingresso di via d&#8217;Amelio». «Non ricordo con certezza – sottolinea il tenente Arcangioli – se io o il dottor Ayala aprimmo la borsa per guardarvi all&#8217;interno, mentre ricordo che all&#8217;interno vi era un crest dell&#8217;Arma dei carabinieri e non ricordo se vi fosse qualche altro oggetto. Mi sembra ricordando bene, che vi fossero dei fogli di carta. Così come non posso confermare di aver io stesso o uno dei miei collaboratori deposto la borsa nella macchina di servizio di uno dei due magistrati, mentre ritengo di aver detto di rimetterla o di averla rimessa io stesso nell&#8217;auto di servizio del dottor Borsellino». Gli investigatori gli chiedono nuovamente conto della sua dichiarazione del 2005 relativa alla mancata relazione di servizio sul ritrovamento della borsa del giudice. «Sul momento non ritenni di redigere alcuna annotazione – ribadisce laconicamente Arcangioli – perché non attribuivo alcun valore alla borsa non avendovi rinvenuto niente per la prosecuzione delle indagini e quindi ritenevo di non avere svolto alcuna attività di iniziativa che richiedesse la redazione di tale atto. All&#8217;inizio si era incerti sulla competenza a procedere, tanto è che pensavo che procedessimo come Nucleo Operativo, poi ci fu detto che procedeva il Ros e, da ultimo, fu stabilito che procedeva la Polizia di Stato». Mentre gli inquirenti prendono atto delle sue affermazioni, Arcangioli chiede di poter aggiungere ulteriori elementi. Ma così facendo peggiora solamente la sua posizione. «Non riesco a ricordare – afferma il carabiniere contraddicendo la sua prima versione – se mentre mi recavo sul luogo della strage mi fu detto per radio che una delle vittime era il Dottor Borsellino». Nel passaggio successivo l&#8217;ufficiale evidenzia che le discrepanze nelle sue attuali dichiarazioni sono dovute al fatto che nell&#8217;interrogatorio del 2005 non conosceva «l&#8217;oggetto dell&#8217;esame stesso» mentre ora ha avuto modo di «riflettere meglio sugli avvenimenti». Gli inquirenti gli contestano immediatamente la questione della sua conoscenza dell&#8217;esistenza di un&#8217;agenda all&#8217;interno della borsa di Paolo Borsellino. «Non ritengo di aver parlato nel verbale del 5 maggio dell&#8217;esistenza di un&#8217;agenda – replica meccanicamente Arcangioli – in quanto il “non ricordo” all&#8217;inizio del periodo era da intendersi riferito sia all&#8217;intervento di uno dei due magistrati sia alla precisazione dell&#8217;esistenza di un&#8217;agenda tenuta dal dottore Borsellino». Ma per gli investigatori è solo questione di riprendere in mano il verbale del 2005 così da rileggergli  il quartultimo rigo nel quale egli stesso afferma che «constatammo che all&#8217;interno (della borsa, nda) non vi era alcuna agenda». Per i magistrati che verbalizzano è evidente che il tema dell&#8217;esistenza di un&#8217;agenda «fosse stato oggetto di discussione». Arcangioli ascolta in silenzio, non può che arrendersi all&#8217;evidenza. «Non ricordo – prosegue poi l&#8217;ufficiale – se ho rimesso personalmente ovvero ho incaricato un mio dipendente di rimettere la borsa all&#8217;interno dell&#8217;auto del Dottor Borsellino. Ciò ho fatto per la considerazione che non contenendo la borsa da me esaminata alcun elemento utile ai fini dell&#8217;indagine, ma soltanto un crest e pochi altri piccoli oggetti di cui non ricordo nulla, ho ritenuto opportuno ricostruire la situazione preesistente in quanto, ritenendo ancora di procedere avremmo potuto inventariare tutto successivamente». Il procuratore Renato Di Natale chiede ad Arcangioli di ricordare i suoi movimenti una volta prelevata la borsa di Paolo Borsellino. La ricostruzione dell&#8217;ufficiale esce completamente da ogni logica e parametro coerente. «Prelevata la borsa – ricorda il tenente colonnello – mi spostai andando verso i palazzi di fronte all&#8217;abitazione della mamma del dottore Borsellino, non ricordo se scendendo in direzione di via Autonomia Siciliana o in direzione opposta. Ricordo comunque di non avere mai superato, portando la borsa, il cordone “di Polizia” che sbarrava l&#8217;accesso alla via d&#8217;Amelio». […] «Posso comunque affermare con certezza – sottolinea l&#8217;ufficiale – che quando ho aperto la borsa per esaminare il contenuto mi trovavo nel luogo che già ho indicato e cioè sul lato opposto della via d&#8217;Amelio rispetto alla casa della madre del dottore Borsellino. Non so dire però a quale altezza rispetto all&#8217;asse longitudinale della strada». Di Natale insiste per sapere di più sull&#8217;eventuale apertura della borsa del giudice in presenza di altre persone. «Quando ho aperto la borsa – ribadisce Giovanni Arcangioli – credo di ricordare che era con me il dottor Ayala; credo anche di ricordare che vi era altra persona, di cui però non so indicare alcun elemento identificativo. Non sono in grado di ricordare in alcun modo se qualche persona nella circostanza sopra indicata mi chiese di visionare il contenuto della borsa». Alla domanda su chi gli abbia ordinato di recuperare la borsa del giudice assassinato Arcangioli esclude Vittorio Teresi e lo identifica in Giuseppe Ayala. «La verifica del contenuto (della borsa, nda), per quanto ricordo, fu una iniziativa condivisa con il dottor Ayala». Poi però la scena del prelevamento della borsa viene ulteriormente sfumata. «Non sono in grado di ricordare – specifica l&#8217;ufficiale – chi materialmente abbia prelevato dall&#8217;autovettura del dottore Borsellino la borsa dello stesso. In particolare non riesco a ricordare se la prelevai direttamente io ovvero se fu altra persona di cui comunque non conservo memoria». Arcangioli prosegue affermando di non ricordare se il prelievo materiale sia stato effettuato da Giuseppe Ayala, ugualmente non ricorda se in quel preciso momento accanto a lui vi fosse un ufficiale dei carabinieri in divisa. Gli inquirenti gli contestano che proprio la circostanza della presenza dell&#8217;ufficiale dei carabinieri è stata riferita da Giuseppe Ayala. «Insisto nel dire che non ricordo tale circostanza – rimarca con forza Arcangioli – e quindi non posso né affermarla né escluderla». L&#8217;ufficiale dei carabinieri ribadisce di aver «verbalmente riferito» al suo superiore dell&#8217;epoca, l&#8217;allora capitano Marco Minicucci, in ordine al contenuto della borsa di Paolo Borsellino, senza però ricordare il momento esatto nel quale avrebbe comunicato ciò. Arcangioli non ricorda bene quando ha parlato con Minicucci dopo il suo interrogatorio del 2005, né tanto meno se si sia trattato di un colloquio diretto o di una telefonata. «Il col. Minucucci – ribadisce l&#8217;ufficiale dei carabinieri – mentre mi trovavo alla fine di via d&#8217;Amelio, nei pressi della via Autonomia Siciliana, mi comunicò che erano state date disposizioni affinchè alle attività investigative della strage procedesse il Ros-sezione Anticrimine. Ricordo che nel ricevere tali disposizioni mi trovavo vicino al dottore Teresi». Alla domanda degli inquirenti se si ricordi di aver consegnato per brevi istanti la valigetta di Borsellino ad altri colleghi presenti in quel momento in via d&#8217;Amelio Arcangioli replica con una reiterata indolenza. «Non ricordo, pertanto non posso affermare né escludere che tale fatto sia avvenuto. Comunque posso dire che se uno dei colleghi del Ros o di altro reparto mi avesse chiesto di visionare il contenuto della borsa non avrei avuto motivo di rigettare tale sua richiesta». «Quando ricevetti la comunicazione relativa alla competenza inizialmente attribuita al Ros a condurre le indagini – prosegue Giovanni Arcangioli – mi trovavo in fondo a via d&#8217;Amelio angolo via Autonomia Siciliana, dal lato dell&#8217;abitazione della madre del dottore Borsellino. In quel momento avevo già provveduto a rimettere o fare rimettere a posto la borsa nell&#8217;auto del dottore Borsellino». «Non ricordo – conclude Arcangioli – che cosa riferii all&#8217;epoca al capitano Minicucci circa la destinazione finale della borsa, e quindi in particolare non ricordo se dissi di averla rimessa nell&#8217;autovettura o diedi altra versione. Comunque non potevo non dire a Minicucci la verità». Il mistero del riposizionamento della borsa del giudice Borsellino all&#8217;interno dell&#8217;autovettura non viene minimamente chiarito. Alle 14,45 il verbale si chiude senza che Arcangioli intenda aggiungere altro.</p>
<p><strong>Tratto dal libro: “<a href="http://www.antimafiaduemila.com/book/1-mafia/107-gli-ultimi-giorni-di-paolo-borsellino.html" target="_self">Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino</a>” (Bongiovanni – Baldo, ed. </strong><em>Aliberti</em><strong>)</strong></p>
<p>Fonte:<a href="http://www.antimafiaduemila.com/2013051442902/giorgio-bongiovanni/alla-ricerca-dellagenda-rossa-di-paolo-borsellino-giovanni-arcangioli-le-parole-che-non-ti-ho-detto.html">Antimafiaduemila</a></p>
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		<title>Borsellino quater: Arcangioli non ricorda, Ayala cambia i tempi dei fatti</title>
		<link>http://www.ilsicomoro.com/2013/05/15/borsellino-quater-arcangioli-non-ricorda-ayala-cambia-i-tempi-dei-fatti/</link>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 15:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Arcangioli]]></category>
		<category><![CDATA[Ayala]]></category>
		<category><![CDATA[Borsellino quater]]></category>
		<category><![CDATA[Foto]]></category>

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		<description><![CDATA[Mostrato al colonnello un ulteriore video in cui è ritratto nel giorno della strage: il colonnello Giovanni Arcangioli e l'ex pm Giuseppe Ayala, che in momenti diversi hanno avuto in mano la valigetta del giudice palermitano. Il primo è stato addirittura immortalato da una foto (e da un filmato Rai) con in mano la borsa di Paolo Borsellino, pochi minuti dopo la strage. Elementi che, insieme ad alcune sue contraddizioni, lo hanno portato ad essere indagato per il furto dell'Agenda (prosciolto definitivamente nel febbraio 2009) e per falsa testimonianza ai pm (decreto di archiviazione emesso lo scorso 26 aprile).]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Aaron Pettinari </strong><br />
<img style="margin-right: 10px;float: left" alt="strage-via-damelio-big0" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/stragi/strage-via-damelio-big0.jpg" width="330" height="180" /></p>
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<p><strong>Mostrato al colonnello un ulteriore video in cui è ritratto nel giorno della strage</strong>: il colonnello Giovanni Arcangioli e l&#8217;ex pm Giuseppe Ayala, che in momenti diversi hanno avuto in mano la valigetta del giudice palermitano. Il primo è stato addirittura immortalato da una foto (e da un filmato Rai) con in mano la borsa di Paolo Borsellino, pochi minuti dopo la strage. Elementi che, insieme ad alcune sue contraddizioni, lo hanno portato ad essere indagato per il furto dell&#8217;Agenda (prosciolto definitivamente nel febbraio 2009) e per falsa testimonianza ai pm (decreto di archiviazione emesso lo scorso 26 aprile).<br />
Ciò non ha impedito la sua audizione come teste e pertanto ha dovuto rispondere alle domande del procuratore Sergio Lari, dell&#8217;aggiunto Domenico Gozzo e del sostituto Stefano Luciani. Tra i tanti non ricordo della sua deposizione l&#8217;ufficiale ha detto inizialmente di non ricordare da chi ha avuto la borsa e a chi l&#8217;ha successivamente consegnata. “Non ricordo come e perché avessi la borsa del giudice Borsellino, né che fine abbia fatto – ha raccontato alla Corte -Vi guardai dentro, forse insieme al giudice Ayala. Non c&#8217;era nulla di rilevante se non un crest dei carabinieri. E&#8217; proprio perché non vi avevo trovato nulla di interessante sul piano investigativo che non ricordo cosa feci della borsa dopo”.<br />
Eppure nel verbale del 5 maggio 2005, reso all&#8217;autorità giudiziaria (di cui è stata chiesta l&#8217;acquisizione al dibattimento), disse: “Se non ricordo male aprii lo sportello posteriore sinistro e posata sul pianale, dove si poggiano di solito i piedi, rinvenni una borsa, credo di color marrone, in pelle, che prelevai e portai dove stavano in attesa il dottore Ayala e il dottore Teresi”. “Uno dei due predetti magistrati – specificò poi l&#8217;ufficiale – aprì la borsa e constatammo che non vi era all&#8217;interno alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta. Verificato ciò, non ricordo esattamente lo svolgersi dei fatti. Per quanto posso ricordare, incaricai uno dei miei collaboratori di cui non ricordo il nome, di depositare la borsa nella macchina di servizio di uno dei magistrati. Si tratta di un ricordo molto labile e potrebbe essere impreciso”.<br />
Il teste, molto teso e provato, ha più volte detto di non ricordare i fatti e di temere di essere nuovamente indagato. “Non so che cosa ho fatto per meritare tutto questo. Ho visto tanti altri che hanno cambiato le loro versioni e non sono stati neppure indagati e io sono finito sotto processo: sono 8 anni che vivo in questa situazione che ha distrutto me e la mia famiglia con gli attacchi di giornali e Tv”.<br />
Alla domanda sul perché si fosse spostato con la borsa in mano di oltre 60 metri dalla vettura di Borsellino ha risposto: “Io giravo continuamente per rendermi conto di quel che stava succedendo. All&#8217;inizio pensavo che dell&#8217;inchiesta sull&#8217;eccidio ci saremmo occupati noi carabinieri, in particolare il Ros, poi seppi dal capitano Minicucci (all&#8217;epoca suo superiore) che invece l&#8217;avrebbe seguita la polizia. Può darsi che quel percorso l&#8217;ho fatto più volte. Non ho ricordo del momento in cui presi la borsa in mano. Non ricordo se l&#8217;ho riposta io in macchina ma pensavo che nella valigetta non ci fosse nulla di rilevante”.<br />
Quindi Arcangioli ha sostenuto di aver riferito della borsa al suo superiore, l’allora capitano Minicucci “dicendogli che ero rimasto colpito dal fatto che avesse con se un crest dei carabinieri”. E sul motivo per cui non ha compiuto una relazione di servizio ha lamentato come “in questi anni, è stato ritenuto strano che non ho scritto una relazione di servizio sull’episodio solo perché non ritenevo, probabilmente sbagliando, quel reperto di interesse, e non viene ritenuto strano che l’operatore di polizia la relazione l’ha fatta dopo 6 mesi”.<br />
Successivamente la Procura, tramite l&#8217;utilizzo di un ipad, ha mostrato allo stesso Arcangioli un video in parte inedito sulla strage di via d&#8217;Amelio in cui in diversi fotogrammi in cui appare l&#8217;allora capitano dei carabinieri a colloquio con altre persone. Nel primo parla accanto alla blindata di Borsellino con una persona in abiti civili (soggetto non riconosciuto da Arcangioli ndr). Nel secondo con una persona in divisa (per cui il colonnello ha dichiarato di poterlo riconoscere con un ingrandimento della foto ndr). Nel terzo viene ritratto più distante mentre parla con tre sottoufficiali dell&#8217;Arma, individuati invece dal testimone. In questo fotogramma sembra addirittura che Arcangioli dia un oggetto (apparentemente la stessa valigetta) a uno dei sottufficiali.<br />
Successivamente all&#8217;esame di Arcangioli è stata il turno della testimonianza di Giuseppe Ayala che, dopo aver dato una sua opinione sulla scomparsa dell&#8217;agenda rossa di Borsellino (&#8221;Qualcuno ha aperto la borsa di Paolo Borsellino, ha preso l&#8217;agenda e deciso, tradendo lo Stato, di farla sparire&#8221;) ha detto di avere avuto, dopo la strage, per pochi istanti, la borsa e di averla passata a un ufficiale dei carabinieri in divisa. Una tesi che smentisce di fatto il racconto del colonnello Arcangioli, il quale, pur non confermando oggi il fatto al cento per cento, non ha escluso di aver aperto la valigetta alla presenza di Ayala.<br />
L&#8217;ex parlamentare del Pri, rispondendo alle domande dei pm, ha ripercorso i fatti di quel pomeriggio di luglio fornendo una versione uguale nei contenuti alla prima, datata 8 aprile 1998, ma in ordine cronologico differente.<br />
Dopo aver dichiarato di aver udito perfettamente lo scoppio dell&#8217;autobomba, in quanto abitante al residence Marbella, a meno di 200 metri da via d&#8217;Amelio, ha detto di essersi recato sul luogo della strage. “Arrivo in via d&#8217;Amelio e vedo le macchine blindate. Riconosco quelle in dotazione alla Procura. Poi andai verso lo stabile verso l&#8217;ingresso quando inciampai in un troncone umano. In un secondo momento, ricordo che arrivò anche il giudice Lo Forte, riconoscemmo che si trattava di Paolo Borsellino. Solo poi tornai verso la macchina e notai lo sportello posteriore sinistro aperto.<br />
Appoggiata sui sedili, più verso il lato del guidatore, notammo la valigetta”. Una piccola differenza rispetto al verbale in cui Ayala aveva collocato la borsa del giudice in un&#8217;altra posizione (“Guardammo insieme in particolare verso il sedile posteriore dove notammo tra questo e il sedile anteriore una borsa di cuoio marrone scuro con tracce di bruciacchiatura e tuttavia integra”).<br />
Sulla borsa di Borsellino Ayala ricorda: “Era lì e me la sono trovata in mano. Mi sembra che c&#8217;era un ufficiale dei carabinieri. Io non avevo i titoli per avere quella valigetta così neanche il tempo di afferrarla per il manico che la diedi all&#8217;ufficiale dell&#8217;Arma in divisa, e non era quella estiva. Accanto a me alla mia sinistra c&#8217;era Felice Cavallaro, stravolto, che mi diceva di correre dai miei figli, avvisarli, perché si era sparsa la voce a Palermo che ad essere colpito nell&#8217;attentato fossi io”.<br />
Altro aspetto a non convincere è proprio la tempistica. Nonostante il momento tanto tragico e drammatico Ayala, davanti ai giudici, sostiene di essere stato in via d&#8217;Amelio per pochi minuti. Eppure nel primo verbale del 1998 dichiara di essere stato presente per circa un&#8217;ora mentre nel verbale del settembre del 2005 asserisce di “di essere rimasto in via d&#8217;Amelio per non più di 20 minuti”. Oggi ha dichiarato di essere rimasto anche minor tempo “perché andai subito a Mondello dai miei figli per rassicurarli e tranquillizzarli, perché la notizia che mi era stata data era vera e concreta”. Anche questa una contraddizione rispetto al passato, quando aveva dichiarato di essere tornato in un primo momento nella propria abitazione ed aver sentito i suoi telefonicamente, così come quella sulla modalità con cui si è recato in via d&#8217;Amelio. Nel verbale dell&#8217;8 aprile &#8217;98 infatti Ayala dice di essere giunto sul posto a piedi, mentre oggi ha sostenuto di esser giunto, accompagnato dalla sua scorta, in macchina. “Probabilmente il riferimento a piedi del verbale è riferito al mio camminare in via d&#8217;Amelio. Io non facevo un passo a piedi a Palermo” – ha detto. Quindi l&#8217;ex magistrato ha anche dichiarato di non ricordare in alcun modo l&#8217;appuntato Rosario Farinella come appartenente alla sua scorta. “E&#8217; un nome che non mi dice nulla. Magari lo è stato”. Altro elemento di contraddizione ha poi riguardato la presenza della moglie in casa al momento dell&#8217;esplosione. &#8220;Ho fatto in tempo a sentire la porta chiudersi e poi c&#8217;è stato lo scoppio &#8211; ha detto ai giudici &#8211; pensavo potesse essere successo qualcosa a lei poi sono uscito e ho visto che se ne stava andando&#8221;.<br />
E alla domanda se sapesse dell&#8217;agenda rossa di Borsellino ha risposto: “Sappiamo dell&#8217;esistenza dell&#8217;agenda rossa dai suoi familiari e dalle dichiarazioni dei suoi collaboratori più stretti. Non è stata trovata ed è presumibile fosse dentro la borsa. Certo io non potevo saperlo. Io non avevo rapporti con lui da 6 anni e non avevo idea di quello che c’era scritto. Chi l’ha presa doveva avere il tempo di leggere il contenuto e lì, in via D’Amelio, non si poteva. Per di più il giorno della strage era domenica e non si poteva pensare che quella borsa, che ho avuto in mano per pochi secondi, potesse contenere documenti tanto importanti”. E così l&#8217;agenda non viene più ritrovata come in passato era accaduto ad altri documenti importanti come quelli contenuti nella cassaforte e nella valigetta del generale dalla Chiesa, come quelli sottratti dal computer di Falcone. Ma l&#8217;escussione di Ayala non si conclude qui con i pm che riprenderanno con le domande il prossimo 21 maggio mentre il giorno prima si terrà comunque un&#8217;udienza con altri testimoni.</p>
<p>Fonte:<a href="http://www.antimafiaduemila.com/2013051442901/primo-piano/borsellino-quater-arcangioli-non-ricorda-ayala-cambia-i-tempi-dei-fatti.html">Antimafiaduemila</a></p>
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		<title>Intercettazioni, non toccate questo strumento investigativo</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 15:25:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sezione I]]></category>
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		<description><![CDATA[Non si è ancora placata la bufera sulla distruzione delle telefonate tra il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, registrate nell’ambito dell’inchiesta sulla Trattativa Stato-Mafia, che si torna a parlare di intercettazioni. Per la verità, già un attimo dopo la sua elezione a Presidente della Commissione Giustizia del Senato, Francesco Nitto Palma si era affrettato a sottolineare la necessità di riformare il sistema delle intercettazioni, bollandola come una ‘priorità’ del nuovo governo. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/salfano/" rel="author"><img id="no-script-hide" title="Sonia Alfano" alt="Sonia Alfano" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/themes/carrington-blog/img/autori/SAlfano-thumb.jpg?adf349" /></a><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/salfano/">di Sonia Alfano</a></p>
<p dir="ltr">Non si è ancora placata la bufera sulla <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/trattativa-distrutte-intercettazioni-napolitano-mancino/571587/" target="_self">distruzione delle telefonate tra il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino</a>, registrate nell’ambito dell’inchiesta sulla <strong>Trattativa Stato-Mafia</strong>, che si torna a parlare di intercettazioni. Per la verità, già un attimo dopo la sua elezione a Presidente della Commissione Giustizia del Senato, <strong>Francesco Nitto Palma</strong> si era affrettato a sottolineare la necessità di riformare il sistema delle intercettazioni, bollandola come una ‘priorità’ del nuovo governo. Eppure questo strumento tanto utile in moltissime indagini, è già ben regolamentato. Ma questo evidentemente non basta, se è vero, come è vero, che il PdL è già tornato alla carica con il <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/15/intercettazioni-pdl-torna-allattacco-ripresenta-ddl-alfano-e-su-responsabilita-toghe/594867/" target="_self">capogruppo della Commissione Giustizia del partito di <strong>Silvio Berlusconi</strong>, Enrico Costa, il quale ha depositato una proposta di legge</a> che sembra la fotocopia del famigerato testo Alfano, quello che mirava a una stretta sullo strumento investigativo.</p>
<p dir="ltr">Tutto questo si verifica proprio mentre alla Giunta per le autorizzazioni della Camera arriva una richiesta per l’ascolto nell’ambito dell’inchiesta sulla P3 di conversazioni telefoniche dell’attuale coordinatore del PdL, Denis Verdini, nonchè degli ex parlamentari del partito di Berlusconi, <strong>Nicola Cosentino</strong> (attualmente in carcere per reati di camorra) e <strong>Marcello Dell’Utri</strong> (già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa). Ce n’è abbastanza per capire da dove nasca l’urgenza degli esponenti del PdL di far cadere una scure sulle intercettazioni, che, al contrario, per l’autorità giudiziaria e per quella investigativa italiana sono un punto fermo.</p>
<p dir="ltr">Si continua, dunque, a infierire su uno dei mezzi più utili del codice di procedura penale italiano per scovare e assicurare alla <strong>giustizia</strong> i criminali, i mafiosi, i corrotti e i riciclatori di denaro. Questo continuo rivedere la bozza di un testo, che di per sé è un’aggressione al lavoro dei magistrati e dei giornalisti, peraltro peggiorandola ogni volta di più, è persino stucchevole. E fa rabbia, considerato che tutto questo avviene mentre la <a href="http://www.europarl.europa.eu/committees/it/crim/home.html" target="_blank">Commissione CRIM del Parlamento Europeo</a> (sul crimine organizzato, la corruzione e il riciclaggio di denaro) progetta di ‘esportare’ in Europa le migliori norme e misure antimafia italiane.</p>
<p dir="ltr">E’ fin troppo evidente come quello delle intercettazioni sia un problema solo per chi è intento a sfuggire dalle maglie della giustizia, magari perché imputato in numerosi processi o indagato per reati gravi. Si rassegnino, perché dall’Europa continueremo a dare battaglia con tutti i mezzi a nostra disposizione a chi vorrebbe distruggere risorse e strumenti fondamentali per la <strong>lotta alle mafie</strong>, alla corruzione e al <strong>riciclaggio</strong> di denaro.</p>
<p dir="ltr">Fonte:<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/15/intercettazioni-non-toccate-questo-strumento-investigativo/594968/">IlFatto</a></p>
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		<title>Partiti, non solo finanziamenti pubblici: ecco chi sono i “benefattori” della casta</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 18:06:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Sezione I]]></category>
		<category><![CDATA[Benefattori]]></category>
		<category><![CDATA[Finaziamenti]]></category>
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		<description><![CDATA[Anche nel passaggio dalla lira all’euro lo scalino è stato ammortizzato. Tanto era allora, il doppio dopo. Anzi, i benefattori della politica sono stati al passo con gli appetiti crescenti: bonifici con zeri abbondanti a coprire una perenne campagna elettorale. I nomi sono quasi sempre gli stessi: presunti capitani d’industria come la famiglia Riva, imprenditori dall’aspetto illuminato tipo la famiglia Benetton. O Diego Della Valle, sempre presente negli ultimi vent’anni. I più generosi e attenti? Tutte le realtà legate al mondo della sanità e dell’edilizia. Destra, sinistra, centro. Questo ballo coinvolge tutto il Parlamento.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="text-decoration: underline"><img id="no-script-hide" title="Partiti, non solo finanziamenti pubblici: ecco chi sono i “benefattori” della casta" alt="Partiti, non solo finanziamenti pubblici: ecco chi sono i “benefattori” della casta" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/05/padroni_politica_interna.jpg?adf349" width="630" height="166" /></span></p>
<p>Anche nel passaggio dalla<strong> lira all’euro</strong> lo scalino è stato ammortizzato. Tanto era allora, il doppio dopo. Anzi, i benefattori della politica sono stati al passo con gli appetiti crescenti: bonifici con zeri abbondanti a coprire una perenne <strong>campagna elettorale</strong>. I nomi sono quasi sempre gli stessi: presunti<strong> capitani d’industria</strong> come la famiglia <strong>Riva</strong>, imprenditori dall’aspetto illuminato tipo la famiglia <strong>Benetton</strong>. O <strong>Diego Della Valle</strong>, sempre presente negli ultimi vent’anni. I più generosi e attenti? Tutte le realtà legate al mondo della sanità e dell’edilizia. Destra, sinistra, centro. Questo ballo coinvolge tutto il <strong>Parlamento</strong>.</p>
<p><strong>Sulla via Emilia</strong></p>
<p>Metodici. Puntuali. Con cifre crescenti. Sono i<strong> Merloni</strong>, proprietari dell’omonima azienda legata al mondo degli elettrodomestici e della termoidraulica. Nel 1994 intervengono con un assegno da dieci milioni a favore di<strong>Beniamino Andreatta</strong>, uno da 30 per <strong>Gerardo Bianco</strong>, 60 al <strong>Partito Popolare</strong> e 80 per la neonata<strong> Forza Italia</strong>. Ma la generosità non finisce qui: ecco 270 milioni al <strong>Patto Segni</strong>, sotto la formula del “deposito fruttifero a garanzia di scopertura bancaria” e altri 20 per il suo leader Mariotto. Cambia stagione, non la generosità. Nel 1999: 50 milioni ai<strong> Ds</strong>, altrettanti al<strong> Ccd</strong>. Occhio alla data: 2001. È l’anno della chance per Francesco Rutelli come leader del centrosinistra, l’anno della frase “mangio pane e cicoria”. Per rendere più sfizioso il companatico, i Merloni si presentano con 100 mila euro; al Patto Segni e all’<strong>Udeur</strong> appena 10 mila. Finisce la disponibilità. Nel 2008 l’azienda entra in crisi: chiusi due stabilimenti, amministrazione straordinaria e debiti per 543,3 milioni di euro. Parentesi “alimentare” sulla via Emilia: nel 1994 <strong>Parmacotto</strong> si presenta con 100 milioni per<strong> Forza Italia</strong> e altrettanti per il candidato locale, <strong>Elio Massimo Palmizio</strong>. Non meno generoso è mister Idrolitina, alias <strong>Giuseppe Gazzoni Frascara</strong>, candidato nel 1995 a sindaco di Bologna. Tra il 1994 e il 1996 si presenta con oltre 300 milioni tra <strong>Forza Italia</strong> e il <strong>Ccd</strong>.</p>
<p><strong>A chi fa le scarpe?</strong></p>
<p>19 marzo 2006. Vicenza. Silvio Berlusconi attacca violentemente<strong> Diego Della Valle</strong>. Il signor Tod’s replica dalla platea. Sembrano lontani umanamente e politicamente, almeno lì. Eppure qualche anno prima la storia era tutt’altra. Nel 1994 il proprietario della Fiorentina si presenta da <strong>Forza Italia</strong> con 100 milioni, mentre sono 135 per il Patto Segni, sempre con la formula del “deposito fruttifero”. Ma la vera amicizia è quella con <strong>Clemente Mastell</strong>a: nel 1998 dà 50 milioni ai Cristiano Democratici per la Repubblica e 150 mila all’Udeur per la campagna del 2006, a firma di Andrea (altri 100 mila per la Margherita, da parte di Diego, maggiore dei fratelli). Parallelamente alla passione politica, cresce anche il pacchetto aziende, tanto da entrare, nel 2011, nella classifica di Forbes dedicata agli uomini più ricchi al mondo; al marzo del 2013 egli è al 965° posto (20° italiano), con un patrimonio di 1,5 miliardi di dollari.</p>
<p><strong>Fattore di “mercato”</strong></p>
<p>Coerente. Munifico e coerente. È<strong> Maurizio Zamparini</strong>, spesso in tv o sui giornali, perché proprietario del Palermo calcio. È un uomo di destra, e quella parte finanzia. Nel 1994 batte ogni record con due “assegni” da 250 milioni l’uno, a favore del defunto<strong> Msi</strong>, in procinto di trasformarsi in Alleanza nazionale. Nel 2001 diventano 200 mila euro; 103 nel 2006 al <strong>Ccd</strong>, mentre nel 2008 seduce l’<strong>Mpa</strong> di Lombardo con altri 100.</p>
<p><strong>Freccia a destra</strong></p>
<p>Qualche dubbio, un’unica certezza: un misterioso benefattore spedisce nel 1994 97 milioni di lire all’<strong>Msi</strong>, da poco al governo con Silvio Berlusconi. Sono tre bonifici provenienti dal Lussemburgo, una situazione talmente ingarbugliata da costringere Gianfranco Fini a scrivere: “La vostra somma non è stata ancora utilizzata. Vi preghiamo di volerci segnalare la causale di tale versamento”. Il titolare della società non sa cosa rispondere, ma si rifugia in un diplomatico “sostegno e stima da italiani residenti all’estero”. Peccato che dietro ci fosse il banchiere italo-svizzero <strong>Pierfrancesco Pacini Battaglia</strong>, poi condannato a sei anni di carcere per appropriazione indebita nell’inchiesta di Mani Pulite.</p>
<p><strong>Il “re” trasversale</strong></p>
<p>Per <strong>Alfredo Romeo</strong> una condanna a quattro anni in primo grado, due e mezzo in appello e la prescrizione in Cassazione, a causa di Tangentopoli. Definiva i politici come “della cavallette! Anzi, delle iene”. Ma per lui una seconda opportunità, con un patrimonio immobiliare di 48 miliardi di lire da gestire e 160 milioni di incassi. E la capacità di intervenire, dove utile, con finanziamenti trasversali: 27.900 euro nel 2002 ai<strong> Ds</strong> di Roma, 12 a<strong>Forza Italia</strong>. Altri 20, sempre al partito di Fassino, per il 2005. E ancora 30 mila nel 2013 a Nicola Latorre, 25 al <strong>Centro Democratico</strong>. Oppure a Torino nel 2001: 30 mila per il sindaco <strong>Sergio Chiamparino</strong>, 40 a Forza Italia. Infine ha dato 60 mila euro a Renzi per le primarie. Attenzione: il business di Alfredo Romeo è di servizi offerti agli enti pubblici. Il 13 aprile di quest’anno la terza sezione della Corte d’appello di Napoli, lo ha condannato a tre anni per corruzione. Poche settimane prima aveva vinto una gara bandita dall’Anci per diventare partner della società che si occuperà della riscossione dei tributi.</p>
<p><strong>La famiglia Riva</strong></p>
<p>Tutti e tre schierati. Il padre<strong> Emilio Riva</strong>, assieme ai figli Nicola e Fabio: sono i proprietari dell’Ilva di Taranto, ora agli arresti domiciliari. Nel 2006 finanziarono la campagna elettorale di <strong>Pier Luigi Bersani</strong> con 98 mila euro. L’ex leader del Pd diventò ministro dello Sviluppo economico. Ma due anni prima, i tre uomini Riva, avevano elargito 330 mila euro a <strong>Forza Italia</strong> attraverso tre bonifici. Più altri “spicci”, ai berlusconiani di Bari, Taranto e Milano.</p>
<p><strong>42 miliardi in sei anni</strong></p>
<p>Nessuno ha mai negato che Forza Italia fosse la struttura politica di<strong> Publitalia 80</strong>, la concessionaria pubblicitaria di Mediaset, la più potente d’Italia ancora oggi. E nessuno ha creduto a Silvio Berlusconi quando si lamentava per i soldi spesi in campagna elettorale. Publitalia ha pompato denaro dal ’94 al 2000 a Forza Italia e ai propri alleati fra cui Alleanza nazionale, Lega Nord e Udc, ma anche la lista Pannella e Bonino Presidente: spesso si trattava di sconti sugli spazi pubblicitari oppure sconti “praticati secondo generali orientamenti di strategia commerciale”. Qualsiasi fosse la definizione giusta, il passaggio di favore e l’esborso di Cologno Monzese, la cifra ufficiale è spaventosa: circa 42 miliardi di lire in sei anni. Ma per confermare la generosità di Berlusconi va fatto notare un assegno di Forza Italia ai leghisti di Bossi e Maroni nel 2003, e non c’è scritto che si trattasse di divisione dei rimborsi pubblici: 300.000 euro.</p>
<p><strong>Sergio Scarpellini</strong></p>
<p>Il re del mattone di lusso, soprattutto romano, <strong>Sergio Scarpellini</strong> ebbe i contratti per gli affitti di Montecitorio nel 1997. Qualche anno dopo, l’imprenditore donò 50 milioni di lire ai <strong>Ds</strong> calabresi e poi 48 mila euro ai Ds romani. Ma ha sempre contribuito alle spese dei partiti con le sue società, Milano 90 e Progetto 90. Sempre attento ai Ds prima e <strong>Pd</strong> poi: 200 mila euro in totale, 20 mila euro diretti a Michele Meta. Non manca il fronte centrodestra: 100 mila euro all’<strong>Udc</strong>, 50 mila al<strong> Pdl</strong>, 35 ai <strong>Cristiano Popolari</strong> di Baccini e 25 ai leghisti. Ma chiunque spende con speranza. Come Giuseppe Grossi, morto un paio di anni fa, vicino a Comunione e Liberazione, che aveva monopolizzato le bonifiche in Lombardia: per caso, prima dell’arresto, qualche anno addietro (2001 e 2004), diede 450 mila euro a Forza Italia. Funziona molto la tecnica della presenza costante con l’associazione Federfarma che pensa a tutti, proprio a tutti i partiti e ai tanti candidati.</p>
<p><strong>Picconatore in aereo</strong></p>
<p>L’aneddoto su <strong>Francesco Cossiga</strong>, allora presidente emerito, merita un racconto. Il picconatore viaggiava tanto e spesso a spese altrui: nel 1999, la Eliar lo portò tra la Spagna e l’Italia; nel 2000, Silvio Berlusconi in persona gli regalò un volo privato Roma-Nizza; poi la Joint Oriented pagò un Roma-Nizza. Ma chi si spese di più fu la Tiscali del conterraneo Soru che gli garantì un trasporto annuale gratuito – era il 2003 – da Cagliari a Roma e da Cagliari a Milano, andata e ritorno ovviamente. Questo introduce gli oltre 420 mila euro che la Energex diede al Ccd di Casini prima che diventasse Udc: la società anonima, sede in Lussemburgo, si occupa di noleggio aereo e la Camera non sa spiegare questi soldi di “capitale straniero”.</p>
<p><strong>Re del mattone</strong></p>
<p>Il costruttore romano <strong>Domenico Bonifaci</strong>, per la campagna elettorale fra Romano Prodi e Silvio Berlusconi, la sfida numero uno, diede in prestito 3 miliardi di lire al Pds. Ma è soltanto un esempio di quanto, in questi anni, abbiano speso costruttori e immobiliaristi per sostenere i partiti: non mancano i<strong> Gavio</strong> o <strong>Toto</strong>. Da quando Pier Ferdinando Casini ha sposato la figlia Azzurra,<strong> Gaetano Francesco Caltagirone</strong>, attraverso le varie società di famiglia o in prima persona, non si è risparmiato: ha donato 2 milioni di euro in poco tempo. Anche se, dieci anni fa, diede un piccolo contributo di 20.000 euro ai Democratici di sinistra romani. I Ds in giro per l’Italia, e in particolare nella Capitale, hanno sempre potuto contare sui signori del mattone. Salini non si è sprecata, scarsi 100.000 divisi fra le varie sezioni rosse, stessa cifra per Italiana Costruzioni che, però, ne ha dati 25mila all’Udc, più 120 milioni del ’96 al Pds. I Ds di Roma, a colpi di 10 milioni di lire poi diventati 20mila euro, sono stati finanziati tanto dai potenziali o reali clienti come Romeo di Global Service o come Mondialpol che ha creduto anche nei progetti di Marrazzo presidente del Lazio o dell’Udc del munifico Casini. La bolognese <strong>Astaldi</strong>, che realizza grandi opere, ha sempre preferito la destra come testimoniano i 100 mila euro a Forza Italia che mal si sposano con i 70 mila ai Ds di qualche anno prima. I <strong>Cantieri Italiani di Pescara</strong>, anche con piccole somme di 5 mila euro, hanno cercato di tenere in piedi il centrosinistra italiano in Abruzzo: dai Democratici di Sinistra al Partito popolare hanno effettuato più di 30 donazioni. Tra i grandi finanziatori va ricordato<strong> Giannino Marzotto</strong>, amico di Enzo Ferrari, scomparso qualche anno fa, che in un colpo solo diede un milione di euro ciascuno a Forza Italia e Lega Nord.</p>
<p><strong>Supermercati</strong></p>
<p>Il patrón di <strong>Esselunga</strong>, Bernardo Caprotti, non ha mai nascosto le sue preferenze politiche. E i supermercati enormi, che puntellano soprattutto la Lombardia, sono merito di sapienza imprenditoriale e di un buon affiatamento con gli amministratori locali. Esselunga ha sempre finanziato i candidati di Forza Italia con bonifici di 20 milioni di lire, stiamo parlando degli anni che vanno dal 1996 al 2000, e tra i benificiari si trovano anche l’allora sindaco di Milano, Gabriele Albertini e l’attuale ministro Mario Mauro: entrambi, però, hanno mollato il Cavaliere per il professor Monti. Una volta sola, nel 2002, Caprotti stacca un assegno a suo nome di 200 milioni di lire per <strong>Forza Italia</strong>: l’anno prima la controllata Orofin ne aveva dati 500. Anche i centristi di Casini (Ccd) sono nelle grazie di Caprotti, che contribuisce con 210 milioni di lire in due rate.</p>
<p><strong>Il colore dei soldi</strong></p>
<p>La famiglia<strong> Benetton</strong> ha sempre fatto i propri (lauti) affari con debita distanza dai palazzi romani, ma accade qualcosa di strano nel 2006. Quando si comincia a parlare di una fusione tra Autostrade per l’Italia e la spagnola Albertis, un’operazione internazionale, e dunque anche politica. Prima di conoscere l’inquilino di Palazzo Chigi, se ci sarà la conferma di Silvio Berlusconi o il ritorno di Prodi, la società investe 1,1 milioni di euro e li distribuisce, sotto forma di donazioni, ai partiti. Un assegno di 150 mila euro ciascuno per la coalizione di centrodestra, Alleanza nazionale, Forza Italia, Lega Nord e Udc; stessa cifra per la coalizione di centrosinistra, Comitato per Prodi, Democratici di Sinistra, La Margherita e soltanto 50 mila euro per la piccola Udeur di Clemente Mastella. Il governo di Prodi avrà l’onore di battezzare lo scambio imprenditoriale con lo spagnolo Zapatero, ma Antonio Di Pietro, allora ministro per le Infrastrutture, si oppone con durezza. Finché il progetto non va malamente in archivio.</p>
<p><strong>di Alessandro Ferrucci e Carlo Tecce</strong></p>
<p>Fonte:<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/14/partiti-non-solo-finanziamenti-pubblici-ecco-chi-sono-benefattori-della-casta-2/593671/">IlFatto</a></p>
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		<title>Il testamento di Agnese Borsellino</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 17:54:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Agnese Borsellino]]></category>
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		<description><![CDATA[Agnese Piraino Leto in Borsellino non ha mai smesso di parlare e chiedere verità. Da quando quella bomba, vent'anni prima, le aveva portato via il marito con il quale aveva condiviso una vita blindata e perennemente sotto scorta, non si è mai tirata indietro quando c'era da puntare il dito contro chi aveva voltato le spalle allo Stato e a  Paolo Borsellino. Uno Stato defraudato della sua accezione più profonda proprio dai suoi rappresentanti, che non hanno disdegnato di sedersi al tavolo della trattativa insieme ai vertici di Cosa nostra. Per chi ha nascosto le proprie responsabilità dietro ipocrite dichiarazioni di amicizia e sostegno, non poteva esserci perdono]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Bongiovanni &#8211; 13 maggio 2013</strong><br />
<img alt="borsellino-agnese-manfredi" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/giudici_e_magistrati/borsellino-agnese-manfredi.jpg" width="330" height="180" /></p>
<p>Agnese Piraino Leto in Borsellino non ha mai smesso di parlare e chiedere verità. Da quando quella bomba, vent&#8217;anni prima, le aveva portato via il marito con il quale aveva condiviso una vita blindata e perennemente sotto scorta, non si è mai tirata indietro quando c&#8217;era da puntare il dito contro chi aveva voltato le spalle allo Stato e a  Paolo Borsellino. Uno Stato defraudato della sua accezione più profonda proprio dai suoi rappresentanti, che non hanno disdegnato di sedersi al tavolo della trattativa insieme ai vertici di Cosa nostra. Per chi ha nascosto le proprie responsabilità dietro ipocrite dichiarazioni di amicizia e sostegno, non poteva esserci perdono. “L&#8217;uccisione di mio marito è una dichiarazione di guerra contro la mia città. Se è guerra, guerra sia: inviate i militari per presidiare il territorio e difendere gli obiettivi a rischio” aveva infatti replicato all&#8217;indirizzo dell&#8217;ex ministro Mancino, quando subito dopo il funerale di Paolo aveva messo le forze dello Stato a sua disposizione.</p>
<p>Agnese era insieme silenzio nel dolore e grido di giustizia, grido di accusa contro chi, all&#8217;indomani della strage di Capaci, abbandonò ulteriormente suo marito, rimasto a combattere una battaglia che da solo non poteva vincere: “Falcone rappresentava per lui come uno scudo. Senza il quale la sua esposizione è aumentata. Da qui probabilmente nasce l&#8217;esigenza di mio marito in quei 57 giorni di annotare scrupolosamente spunti di indagine, valutazioni, memorie personali di cui si riprometteva di parlare con i pm allora in servizio alla Procura di Caltanissetta, titolari dell&#8217;inchiesta su Capaci. Nessuno però in quei lunghi 57 giorni lo chiamò mai. E&#8217; possibile che nelle pagine dell&#8217;agenda rossa, usata per i progetti di lavoro e per annotare i fatti più significativi, avesse scritto cose che non voleva confidare a noi familiari. Quell&#8217;agenda è stata recuperata sul luogo della strage ma, come si sa, è scomparsa. Se esistesse ancora e se fosse nelle mani di qualcuno potrebbe essere usata come un formidabile strumento di ricatto”. La famiglia Borsellino aveva segnalato l&#8217;esistenza di quell&#8217;agenda ad Arnaldo La Barbera (morto nel 2002, ndr) che aveva guidato il gruppo investigativo all&#8217;indomani della strage di via D&#8217;Amelio, ma lui si limitò a replicare “che questa agenda era il frutto della nostra farneticazione”. Dagli ultimi sviluppi delle indagini risultò poi che La Barbera, negli anni precedenti alla nomina di Capo della Squadra Mobile a Palermo, era stato per un periodo al soldo dei servizi segreti con il nome in codice “Catullo”. Non solo. Nell&#8217;ambito dell&#8217;inchiesta su via D&#8217;Amelio La Barbera aveva studiato il teorema investigativo a tavolino, trovando in seguito quei &#8216;pentiti&#8217; che avrebbero portato in dibattimento una falsa verità. ”Forse qualcuno &#8211; rifletteva la &#8216;vedova di guerra&#8217;, come lei stessa si definiva &#8211; aveva l&#8217;ansia di arrivare celermente a un risultato. Ma mi chiedo come mai anche ai magistrati, nei tanti filoni processuali e nei vari gradi di giudizio, siano sfuggite le incongruenze del racconto di Scarantino”. “Posso solo dire, per esserne stata testimone oculare, che mio marito si adirò molto quando apprese per caso dall&#8217;allora ministro Salvo Andò, incontrato all&#8217;aeroporto, che un pentito aveva rivelato: è arrivato il tritolo per Borsellino. Il procuratore Pietro Giammanco, acquisita la notizia, non lo aveva informato sostenendo che il suo dovere era solo quello di trasmettere per competenza gli atti a Caltanissetta”. “Quella volta – ricordava in una nota dell&#8217;Ansa la signora Agnese &#8211; ebbe la percezione di un isolamento pesante e pericoloso. Non escludo che proprio da quel momento si sia convinto che Cosa nostra l&#8217;avrebbe ucciso solo dopo che altri glielo avessero consentito”.<br />
Parole difficili da dimenticare: “Mio marito non era amato assolutamente in Procura. Paolo mi disse &#8216;la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno&#8217;, queste sono parole che sono scolpite nella mia testa, e sino a quando sono in vita non potrò dimenticare”.<br />
In un cerchio che, in piena trattativa Stato-mafia, si stringeva sempre di più sul giudice Borsellino: “Ci furono due trattative Stato-mafia. E mio marito fu ucciso per la seconda. Quella che doveva cambiare la scena politica italiana” diceva nella sua ultima intervista al <em>Corriere della Sera</em>.<br />
In un susseguirsi di tasselli che la moglie di Paolo prova a far combaciare per conoscere finalmente la verità: “Dopo la strage di Capaci mio marito disse che c&#8217;era un dialogo in corso già da molto tempo tra mafia e pezzi deviati dello Stato” affermava in un suo intervento alla trasmissione Servizio Pubblico, per poi aggiungere: “Paolo mi disse che materialmente lo avrebbe ucciso la mafia ma i mandanti sarebbero stati altri”.<br />
E ancora: “Mio marito mi disse testualmente che c&#8217;era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato&#8217;. Ciò mi disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la &#8216;mafia in diretta&#8217;, parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano”. “Mi disse che il gen. Subranni era &#8216;punciuto&#8217; &#8211; (punto in un rito di affiliazione a Cosa nostra, ndr) &#8211; Mi ricordo che quando me lo disse era sbalordito, ma aggiungo che me lo disse con tono assolutamente certo. Non mi disse chi glielo aveva detto. Mi disse, comunque, che quando glielo avevano detto era stato tanto male da aver avuto conati di vomito. Per lui, infatti, l&#8217;Arma dei Carabinieri era intoccabile”.<br />
Uno stillicidio che si trascinò fino al giorno della strage: “Quel caldo pomeriggio del 19 luglio 1992, quando è stato eliminato un servitore scomodo dello Stato e i suoi angeli custodi ho avuto la sensazione di subire impotente una guerra combattuta da un nemico senza una precisa identità”. Le cui indagini hanno subito un pesante depistaggio “perchè sono venduti e comprati tutti. &#8211; diceva in un&#8217;intervista a Left &#8211; Quando succedono queste cose sono coinvolti tutti. C&#8217;è il segreto di Stato, cose atipiche per cui trovare la verità non è facile. Via D&#8217;Amelio non solo ha distrutto l&#8217;immagine dell&#8217;Italia, ma ha distrutto la mia vita. Io sono tra la vita e la morte. Questo è bene che sappiano le persone”. “Perchè &#8211; concludeva &#8211; non sono una vedova come le altre, che si sono ricostruite bene o male una vita. Io ci soffro da vent&#8217;anni e in silenzio. Io e tutta la mia famiglia. Che parole vuole che ci siano? Piango anche se di lacrime ne ho versate tante. Mi vergogno di essere italiana, spero che queste notizie facciano il giro del mondo”.<br />
E nella sua ultima intervista al Corriere della sera: “Bisogna cambiare questa Italia di corrotti e corruttori, di ricattati e ricattatori, tutti che si tengono per mano come bambini in girotondo. Al centro schiacciano l&#8217;Italia. Si tengono fra loro stritolando un Paese. Ecco perché non ne posso più di sentire parlare di antimafia e di legalità in bocca a troppi che non potrebbero fiatare. La gogna ci vorrebbe, anche per chi riceve una comunicazione giudiziaria. Parlo della gogna del ridicolo, delle vignette, insomma un metterli a nudo invece di ritrovarceli protagonisti della vita pubblica”.<br />
Così si esprimeva Agnese Borsellino sulla questione delle intercettazioni tra Mancino e il Quirinale, in una lettera raccontata dalla sua stessa voce a Servizio Pubblico: “Non ho il titolo nè la competenza per commentare conflitti di attribuzioni sorti tra poteri dello Stato, ma sento di avere il diritto, forse anche il dovere di manifestare tutto il mio sdegno per un ex ministro, presidente della Camera e vice presidente del Csm, che a più riprese nel corso di indagini giudiziarie, che pure lo riguardavano, non ha avuto scrupoli nel telefonare alla più alta carica dello Stato, cui oggi io ribadisco tutta la mia stima, per mere beghe personali”. “Non sorprende che l&#8217;attenzione dei media – aggiungeva – si sia riversata sul Quirinale, ma il protagonista di questa triste storia è solo il signor Mancino, abile a distrarre l&#8217;attenzione dalla sua persona e spregiudicato nel coinvolgere la Presidenza della Repubblica in una vicenda giudiziaria, da cui la più alta carica dello Stato doveva essere tenuta estranea”. “Oggi io, moglie di Paolo Borsellino, mi chiedo – concludeva -: chi era e quale ruolo rivestiva l&#8217;allora ministro dell&#8217;Interno Nicola Mancino, quando il pomeriggio del primo luglio del &#8217;92 incontrò mio marito? Perchè Paolo rientrato la sera di quello stesso giorno da Roma, mi disse che aveva respirato aria di morte?”. E ancora: “Mancino, se proprio voleva, doveva telefonare a Loris D&#8217;Ambrosio a casa, incontrarlo al bar, ma non chiamarlo al Quirinale mettendo nel mezzo quel galantuomo di Napolitano. È gravissimo il comportamento di Mancino. Non mi fido di lui. Perché ricordo cosa mi disse mio marito: &#8216;Al Viminale ho respirato aria di morte&#8217;. E Mancino non ricorda di averlo visto nei suoi uffici nel luglio &#8217;92”.<br />
Tanta rabbia ma anche una forte determinazione: “Ho fiducia nel tempo. Non voglio vendetta, voglio sapere la verità, perchè è stato ucciso, chi ha voluto la sua morte e perchè lo hanno<br />
fatto e non voglio nient&#8217;altro. &#8211; dichiarava in un&#8217;intervista rilasciata a La Storia Siamo Noi di Rai Educational &#8211; Ho tanta pazienza e tanta fiducia. Magari subito no, ma con il tempo la verità si saprà, perchè gli italiani come me vogliono sapere perchè è stato ucciso un uomo che era il simbolo della bontà”. Ma la verità Agnese non è riuscita ad apprenderla da questo nostro Stato. Ora sarà Paolo stesso a raccontargliela. Una verità inquietante e apocalittica di uno Stato italiano rappresentato, a quell&#8217;epoca, da personaggi che per paura e per ragioni di potere hanno chiesto e ottenuto la morte di Paolo Borsellino e la strage di via D&#8217;Amelio. E oggi oltre cinquanta persone potenti, appartenenti allo Stato e all&#8217;alta finanza, conoscono tutti i passi di quella dannata trattativa e di quell&#8217;omicidio di Stato.<br />
Vogliamo ancora una volta ricordare a chi vive con la convinzione che la mafia non prende ordini da nessuno, che proprio Paolo e Agnese ci hanno rivelato profeticamente dove cercare e trovare la verità: “Paolo mi disse che materialmente lo avrebbe ucciso la mafia ma i mandanti sarebbero stati altri”.<br />
Noi seguiremo in questa direzione fino al giorno in cui strapperemo con forza la maschera agli uomini di Stato che ordinarono e ottennero l&#8217;assassinio di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.<br />
<strong>Grazie signora Agnese</strong><br />
<em><strong><br />
Giorgio Bongiovanni</strong></em></p>
<p><strong>Fonti:</strong> <em>verbali di interrogatorio resi dalla signora Agnese Borsellino all&#8217;autorità giudiziaria di Caltanissetta (27 gennaio 2010); Ansa; <strong><a href="http://www.antimafiaduemila.com/book/1-mafia/107-gli-ultimi-giorni-di-paolo-borsellino.html" target="_self">Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino</a></strong> (Bongiovanni-Baldo, ed. Aliberti); Corriere della Sera; Left; La storia siamo noi; Servizio Pubblico</em></p>
<p>Fonte:<a href="http://www.antimafiaduemila.com/2013051342857/giorgio-bongiovanni/il-testamento-di-agnese-borsellino.html">Antimafiaduemila</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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